Ci sono tanti modi per raccontare la Sicilia e le sue città: lo scrusciu del mare, i colori, i profumi, le contraddizioni, le tradizioni e le storie di chi sceglie di vivere in una terra tanto bella quanto difficile. Ma c’è anche un modo più intimo e autentico per comprenderne l’anima e per farlo basta stappare una bottiglia. Così se il vino diventa espressione sincera del territorio, anche Messina riesce a trovare una voce precisa, intensa e riconoscibile. Raccontare la città dello Stretto attraverso un calice di vino, infatti, significa entrare dentro un paesaggio prima ancora che in un prodotto. È un modo di leggere il territorio che passa dalla terra, dal clima e dalle mani di chi lo produce, trasformando ogni sorso in una narrazione fatta di luce e memoria. Dentro c’ è la storia contadina, le vigne arrampicate, l’abbandono e la resistenza, ma anche la testardaggine di chi continua a crederci. Ed è proprio da questa prospettiva che prende forma il lavoro dei vignaioli indipendenti locali: non semplicemente fare vino, ma dare voce a un luogo attraverso un racconto culturale ed identitario. Giovanni Scarfone, classe 1980, nato e cresciuto a Messina, diplomatosi all’Istituto Agrario “Cuppari”, dopo la laurea in Scienze Agrarie a Bologna, ha deciso di tornare nella sua città d’ origine e di scommettere nella passione per la campagna, ereditata dal padre, trasformandola in una visione concreta di vita e lavoro. Nasce, quindi, tra le colline di Faro Superiore, affacciate sul Tirreno e sospese tra mare e Peloritani, l’Azienda Agricola Bonavita che grazie alla cura e alla dedizione di Giovanni e della sua famiglia è diventata in breve tempo una delle realtà più identitarie ed autentiche del vino messinese.

 Come è nato il progetto dell’Azienda Bonavita?

“Nasce nel 2004 ed è stata una scommessa costruita lentamente, senza avere alle spalle una tradizione imprenditoriale nel vino. Mio padre è stato fondamentale: per quattordici anni mi ha accompagnato in tutto, dal lavoro pratico alla gestione quotidiana. Siamo partiti davvero da zero. L’ Azienda si trova a Faro Superiore, sul versante nord dei Peloritani, in una zona che guarda il Tirreno, e ad oggi abbraccia circa dieci ettari complessivi, di cui tre vitati. Ho voluto impostare il progetto con un approccio rispettoso del territorio, coltivando in biologico e mantenendo una produzione molto piccola. La prima annata era di circa 4.000 bottiglie. Adesso, dopo oltre vent’anni, siamo attorno alle 15.000.”

 

E la tua passione per la campagna?

“Sicuramente da mio padre. Era calabrese e si trasferì a Messina dopo aver sposato mia madre. Ha sempre curato la campagna di famiglia per passione, non per lavoro: era un hobby, qualcosa che faceva con amore e grande rispetto per la terra. Crescendo accanto a lui ho respirato questo legame molto forte con la campagna. Il mio modo di vivere il vigneto, il rispetto per il territorio e anche certe scelte produttive nascono proprio da quest’eredità umana e familiare.”

 

Ti ricordi quando è scattata la scintilla che ti ha fatto decidere di tornare a Messina?

“Sì, è successo negli ultimi mesi di università. Mentre preparavo la tesi in viticoltura ho iniziato a confrontarmi molto con mio padre, che nel frattempo era andato in pensione e continuava a curare la nostra campagna di famiglia. Da lì è nata l’idea di costruire qualcosa di mio qui in città. Quando sono andato via a 18 anni ero convinto di lasciare Messina forse definitivamente. Poi, durante gli studi a Bologna, mi è tornata in maniera molto forte e anche inaspettata la voglia di rientrare e mettermi in gioco investendo nella mia città.”

 

Perché proprio Messina?

“Perché credo profondamente in questo territorio. Dal punto di vista agronomico è una zona unica: siamo in una delle aree più piovose della Sicilia, con un clima più fresco e continentale rispetto ad altre zone dell’isola. Abbiamo i Peloritani, due mari, un paesaggio incredibile. Messina è una delle zone più belle della Sicilia e quindi, per me, anche del mondo.”

 

Che vini produce la vostra Cantina?

“La nostra è una produzione fortemente legata al territorio: Faro Doc, Rosato, Nocera in purezza e a breve arriverà il Bianco.”

 

Che vino è il Faro Bonavita?

“È il vino del cuore, quello che rappresenta maggiormente il territorio, la mia idea di viticoltura e la storia vitivinicola di Messina. È il primo che ho prodotto recuperando parte delle vecchie vigne di famiglia e coltivando i tre vitigni storici previsti dal disciplinare: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera. Ho sempre scelto di mantenere questa identità senza utilizzare il restante 15% consentito dal disciplinare. Fa un affinamento lungo, circa tre anni prima della commercializzazione. È strutturato ma elegante, con poco colore, finezza e grande bevibilità.

 

Il Rosato Bonavita è diventato subito iconico, ti sei chiesto il perché?

“Credo sia diventato iconico perché ho iniziato a produrlo quando il rosato era ancora poco considerato. Non volevo fare un rosato “stile Provenza”, molto scarico. Ho scelto, infatti, un rosato più identitario, più mediterraneo, legato alla tradizione del Sud Italia. L’ ho immaginato sin da subito come una sorta di interpretazione più leggera del Faro. Negli ultimi dieci anni, in generale, il rosato è entrato stabilmente nelle carte dei vini. È un vino gastronomico, versatile, che secondo me ha tantissime possibilità a tavola e che si beve bene tutto l’anno.”

 

A breve arriverà il primo Bianco Bonavita…

“Sì, è un progetto nato nel 2020. Ho scelto due vitigni: il Mantonico Bianco, in omaggio alle origini calabresi di mio padre, e il Catarratto, che ho conosciuto lavorando per anni a Marsala con altri vignaioli indipendenti. Sarà una produzione limitata, disponibile tra fine 2026 ed inizio 2027. È una nuova sfida, perché storicamente a Messina le uve bianche erano coltivate soprattutto come uva da tavola.”

 

Le etichette dei vini Bonavita hanno tutte un significato molto particolare. Come nascono?

“Raccontano Messina e la mia famiglia, ho sempre voluto che anche l’etichetta dei vini avesse un’identità precisa e non fosse solo un elemento estetico. Per il Faro, ad esempio, sin dal primo anno ho scelto di utilizzare un bassorilievo presente sul portale principale del Duomo di Messina, che raffigura le fasi della vendemmia. È una testimonianza storica importantissima della vocazione vitivinicola della città. Un tempo tutte le colline della zona nord di Messina erano coltivate a vigneto e quell’immagine racconta proprio questo legame profondo tra il territorio e il vino.”

E le altre?

“Sul Rosato per molti anni ho cambiato le immagini utilizzando quadri dipinti da mio fratello. Poi nel 2019 ho deciso di fermarmi su un’opera realizzata per mia figlia Gaia: una mongolfiera. Per me rappresenta la libertà, la leggerezza, il viaggio. L’etichetta del Nocera richiama i colori delle rocce presenti nei terreni della mia proprietà. È un modo per raccontare la straordinaria varietà geologica delle colline dei Peloritani, che dal punto di vista agronomico sono davvero uniche».

 

E il futuro bianco?

“Quella sarà forse l’etichetta più emozionante. È un disegno realizzato da mia figlia che raffigura un pettirosso, un uccello a cui mio padre era molto legato. In qualche modo rappresenta un ponte tra generazioni: mio padre, mia figlia e il vino».

 

Com’ è la giornata tipo di un vignaiolo indipendente?

“Molto faticosa ma anche bellissima. Mi sveglio tutto l’anno tra le cinque e mezza e le sei. Mi occupo personalmente di tutto: vigna, cantina, parte commerciale e burocrazia.”

 

Cosa vuol dire produrre vino in una città come Messina?

“Produrre vino a Messina significa prima di tutto difendere il territorio e valorizzarlo.”

 

Qual è la difficoltà principale del produrre vino a Messina?

“La difficoltà principale è legata al territorio. Parliamo di aree collinari e rurali dove l’abbandono delle campagne è ormai molto diffuso. A parte alcune realtà virtuose, molte zone agricole sono lasciate a sé stesse. L’ abbandono porta con sé problemi molto seri, soprattutto gli incendi e il dissesto idrogeologico. Ogni anno, puntualmente, si ripete la stessa storia: a giugno iniziano gli incendi, si registrano danni a persone, animali e coltivazioni, poi a settembre tutto viene dimenticato fino all’anno successivo. È una situazione drammatica e mai affrontata davvero in modo strutturale.”

 

Ci sono anche difficoltà legate al settore vitivinicolo in senso più stretto?

“La Doc Faro, una delle più antiche della Sicilia e d’ Italia, è stata salvata e oggi molte aziende hanno ripreso a produrre ed il Faro è sempre più conosciuto ed apprezzato anche a livello internazionale. Il problema, semmai, è culturale e organizzativo: manca spesso la capacità di fare rete e di lavorare insieme in modo continuativo e costruttivo per tutti.”

 

Come mai il Consorzio della Doc Faro è quasi un Consorzio fantasma?

“È un tema molto delicato. Secondo me manca la voglia di confronto, che è fondamentale. Mettersi insieme significa ascoltare gli altri e partire dal basso, con umiltà. Un consorzio dovrebbe prima di tutto dialogare con le istituzioni per tutelare il territorio, non solo promuovere i singoli produttori.”

 

Quindi il problema non è solo produttivo ma anche sociale e culturale?

“Esatto. Noi produttori non ci occupiamo solo delle nostre vigne, ma in qualche modo della cura del territorio nel suo insieme. Se il territorio si degrada, si perde tutto: qualità, identità e futuro. Ma soprattutto, ripeto, il territorio cresce quando viene raccontato collettivamente. Oggi non basta promuovere la singola azienda: bisogna comunicare il territorio nella sua interezza.”

 

Si parla tanto di Enoturismo. Messina è pronta?

“Ha tutte le potenzialità per esserlo. Però serve una sinergia vera tra privati e istituzioni. L’esempio dell’Etna dimostra che quando un territorio viene raccontato bene diventa attrattivo a livello internazionale. Il vino può diventare un motore turistico, proprio perché porta le persone a scoprire anche il resto: il cibo, i paesaggi, i villaggi, le tradizioni. Ma bisogna avere la capacità di raccontare Messina come un luogo identitario e unico.”

 

Che rapporto ha oggi la città con il vino prodotto sul territorio?

“Ci sono ristoratori e persone molto sensibili, ma in generale credo che i vini messinesi siano ancora poco valorizzati. È più facile trovare in carta vini di altre zone siciliane o italiane che un Faro Doc o un Nerello Mascalese prodotto qui. Secondo me manca curiosità. Bisognerebbe conoscere meglio le aziende, visitare le vigne, capire il lavoro che c’è dietro. Il vino locale dovrebbe essere percepito come parte dell’identità della città.”

 

Nel tuo progetto la città di Messina ti ha più ostacolato o aiutato?

“Messina mi ha dato tantissimo, soprattutto la voglia di fare qualcosa per questa città. Però dovrebbe credere molto di più in sé stessa e nelle proprie potenzialità. Mi fa arrabbiare l’incapacità di fare rete. In città spesso prevalgono i personalismi. Invece servirebbe più collaborazione e più umiltà. Nello specifico parlo di tutela del territorio, di agricoltura, di turismo enogastronomico, di identità culturale. Questo perché il vino può diventare uno strumento per raccontare Messina nel mondo, ma bisogna lavorare insieme. Nessuno può farcela da solo.”

 

Sei andato via e poi sei tornato. La città è cambiata?

“Quando sono tornato nel 2004 l’ho trovata molto simile a come l’avevo lasciata. Per diversi anni l’ho vissuta in maniera abbastanza critica. Negli ultimi quindici anni però qualcosa è cambiato. Lentamente, ma dei segnali ci sono. Però, non mi stancherà mai di dirlo, serve più consapevolezza collettiva. Soprattutto bisogna creare condizioni perché i giovani possano scegliere di restare e costruire qui il proprio futuro».

 

Cosa serve per fare un buon vino?

“Passione, perché è un lavoro durissimo. Visione, cioè sapere che identità vuoi dare al tuo vino. E poi un pizzico di incoscienza, perché ogni anno dipendi dal clima e da mille imprevisti».

 

Abbina i tuoi vini a un momento ideale…

“Il Rosato lo berrei nel mio vigneto vista Stromboli, con un pesce stocco a ghiotta. Il Faro davanti al un camino, con un agnello in casseruola. Il Nocera con pane e salame per un pic-nic. E il futuro bianco con una pepata di cozze in una terrazza vista mare.”

 

Ricordi la prima bottiglia venduta?

“La prima bottiglia venduta in città fu da Renato Orlando, all’ Osteria Le Due Sorelle, una persona a cui sono ancora molto legato. Lo conobbi da cliente e ammiravo la sua passione nel cercare nuove realtà vitivinicole. Nel 2006 fu la prima persona fuori dalla mia famiglia ad assaggiare il mio Faro: credete subito nel progetto e iniziò a proporre e vendere i miei vini.”

 

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?

“Messina credi in te stessa.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

guest

0 Commenti
meno recente
più recente più votato
Inline Feedbacks
View all comments