MESSINA. In sedici, su quaranta consiglieri, hanno deciso di un impegno di spesa da trenta milioni per sei anni. Sedici. Su quaranta. E’ questa la percentuale di consiglieri comunali che si è presa l’onere di approvare il piano di rientro dai debiti che Messinambiente presenterà domattina al giudice delegato Giuseppe Minutoli ed ai giudici del collegio Antonio Orifici e Daniele Carlo Madia come proposta per evitare il fallimento ed accedere al concordato.

Una condicio sine qua non, in mancanza della quale il fallimento sarebbe stato automatico: perchè il pm che ha chiesto il fallimento della partecipata (per un debito da trenta milioni con l’Agenzia delle Entrate), aveva chiaramente spiegato, rispetto al contributo da trenta milioni di euro per il concordato in esame, che “la decisione finale compete al consiglio comunale, le cui decisioni non possono ipotecarsi da parte di chicchessia, nè tantomeno da Messinambiente”.

Tutto a posto, quindi? Ovviamente no. A iniziare dal problema “politico”: il consiglio comunale ha deciso all’ultimo giorno utile, dopo il rinvio stabilito dal tribunale il 15 settembre, e in aula si sono ritrovati letteralmente quattro gatti: nove favorevoli (i quattro consiglieri di Cambiamo Messina dal basso, Carlo Abbate, Alessandro La Cava, Gaetano Gennaro, Rita La Paglia e Claudio Cardile), cinque astenuti (la presidentessa del consiglio Emilia Barrile, Simona Contestabile, Giovanna Crifò, Santi Sorrenti e Pippo De Leo)  e due contrari (Antonella Russo e Daniela Faranda) , a votare un atto che obbliga il comune per cinque anni: sei milioni all’anno da garantire a soddisfazione dei creditori. Al fisco andranno i quindici milioni, sui quali le parti hanno raggiunto un accordo transattivo, che dovrebbero estinguere il debito con l’Agenzia delle entrate, il resto sarà diviso in partite da cinque milioni ciascuno per il Tfr dei dipendenti, per i debiti previdenziali con l’Inpdap e per altri debiti, soprattutto coi fornitori.

Poi c’è il resto dei debiti, perchè il monte debitorio di Messinambiente è di cento milioni. Il comune, in quanto socio (al 99,7%), risponde nei limiti del conferimento, quindi non è tenuto ad affrontare i debiti, ma è cliente dei servizi resi da Messinambiente, e per la triangolazione Ato-Comune-Messinambiente (per la quale dovrebbe essere votata una transazione) ballano 34 milioni di euro, e quindi Palazzo Zanca è esposto per tale cifra verso Messinambiente. Questo comporta un paradosso molto pericoloso.

Il Comune, in quanto committente, nel 2015 emana una delibera consiliare che fissa in 32 milioni il costo del servizio. Negli anni scorsi non li ha mai dati, e quindi Messinambiente ne chiede 18 milioni di differenza. In caso di fallimento, il curatore fallimentare potrebbe chiamare il Comune a risarcire non solo le cifre dovute, comprese di more e interessi non scalabili, ma anche un grosso risarcimento danni: perchè, se il Comune avesse assicurato a Messinambiente la copertura finanziaria dovuta, non si sarebbe arrivato nè all’enorme mole debitoria, nè all’istanza di fallimento.

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