MESSINA. Quinta puntata della nuova rubrica “Le meraviglie dello Stretto”, che ogni settimana racconterà le bellezze peculiari del nostro mare, dalla zone di pesca alla flora, dalla conformazione geologica alla fauna, passando dai relitti abbandonati sui fondali alla grande tradizione letteraria. Un viaggio virtuale “sott’acqua” che ci conduce a ritroso nel tempo, quando il breve tratto di mare compreso fra la Sicilia e la Calabria era “popolato” da mostri, divinità e creature leggendarie, fra misteri, prodigi e fenomeni atmosferici (all’epoca) inspiegabili. È lo Stretto del Mito, reso immortale da alcuni dei più grandi scrittori di sempre, affascinati dalla suggestione di un luogo che nei secoli ha terrorizzato viaggiatori e marinai a causa soprattutto della sua variegata fauna e del perenne scontro fra lo Jonio e il Tirreno.

 

Scilla e Cariddi

 

L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, / vicini uno all’altro, / dall’uno potresti colpir l’altro di freccia. / Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; / e sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe. / Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe / paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.

 

A rendere un’Odissea il passaggio nello Stretto, sin dai tempi in cui Messina era una perla della Magna Grecia, erano soprattutto le correnti irregolari e imprevedibili, capaci di raggiungere una velocità di svariati km/h e di generare vortici letali. Fra questi, due in particolare avevano le sembianze mostruose di esseri ultraterreni, Cariddi (“Colei che risucchia”) sul versante siculo, nei pressi di Torre Faro, e la dirimpettaia Scilla (“Colei che dilania”), nello specchio d’acqua su cui si specchia Cannitello, fra Alta Fiumara a Punto Pezzo.

Figlia di Poseidone (dio il mare) e di Gea (dea la terra), Cariddi era una delle Naiadi (ninfe che presiedono a tutte le acque dolci della terra)  che secondo alcune versioni avrebbe prima rubato e poi divorato i buoi di Eracle, di passaggio sullo Stretto con l’armento di Gerione. Punita da Zeus per la sua insaziabile voracità e trasformata in un mostro marino, funestava le imbarcazioni in transito sullo Stretto, ingoiando tre volte al giorno un enorme quantità d’acqua per poi sputarla, “deglutendo” barche e marinai. A parlare di Cariddi sono Omero, nel canto XII dell’Odissea, Virgilio, nell’Eneide, e anche Dante, che nell’Inferno si serve dell’immagine del mostro marino per descrivere l’eterno scontrarsi degli avari e dei prodighi («Come fa l’onda là sovra Cariddi, / che si frange con quella in cui s’intoppa, così convien che qui la gente riddi»).

Altrettanto (se non più) mostruosa era Scilla, in origine una bellissima ninfa dai natali un po’ controversi che era solita recarsi sulla spiaggia di Zancle e fare il bagno nell’acqua del mare. Secondo il Mito fu trasformata da Circe, gelosa di Glauco, che ne era innamorato (o forse da Anfitrite gelosa di Posidone), in un gigantesco mostro dalla testa e il corpo di donna che terminava in un’appendice pisciforme da cui sporgevano le teste di sei cani voraci, con tre file di denti ognuna. Ridotta in questo stato, si rifugiò in un antro della costa calabra, dove iniziò a seminare il terrore.

«Nel destro lato è Scilla; nel sinistro / È l’ingorda Cariddi. Una vorago / D’un gran baratro è questa, che tre volte / I vasti flutti rigirando assorbe, / E tre volte a vicenda li ributta / Con immenso bollor fino a le stelle. / Scilla dentro a le sue buie caverne / Stassene insidïando; e con le bocche / De’ suoi mostri voraci, che distese / Tien mai sempre ed aperte, i naviganti / Entro al suo speco a sè tragge e trangugia. / Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto / Ha di donna e di vergine; il restante, / D’una pistrice immane, che simíli / A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre. / Meglio è con lungo indugio e lunga volta / Girar Pachino e la Trinacria tutta, / Che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo, / Sentir quegli urli spaventosi e fieri / Di quei cerulei suoi rabbiosi cani» (Eneide)

Pochi i coraggiosi che osavano sfidare (e superare incolumi) i due mostri “gemelli”: fra questi gli Argonauti,  guidati da Teti, madre di Achille, una delle Nereidi, e lo stesso Ulisse, che riuscì a sopravvivere alla furia dei mari e degli dei aggrappandosi alla radice di un fico.

Sempre parlando di Odisseo, è più incerta invece la location dell‘isola delle sirene: sebbene qualcuno ipotizzi che potesse trovarsi proprio in prossimità dello Stretto di Messina, l’ipotesi più accreditata la colloca a sud della penisola di Sorrento, al largo delle Isole Sirenuse.

 

Le statue di Scilla e Cariddi scolpite da Giovanni Angelo Montorsoli sulla fontana di Orione, a Piazza Duomo

 

Gli inganni della Fata Morgana

 

La “Fata Morgana” (nome di origine bretone che significa «fata delle acque») è un fenomeno atmosferico tipico dello Stretto di Messina (ma non solo) che genera una sorta di “illusione ottica”, affine per certi versi ai miraggi nel deserto. Si tratta, in poche parole, di una reazione atmosferica causata da una variazione della temperatura dell’aria, che altera la densità e la rifrazione della luce sulla linea dell’orizzonte. L’evaporizzazione provocata dal surriscaldamento dell’acqua produce foschie, ombre e visioni distorte, “capovolgendo” le immagini o riducendo le distanze (Qui per chi volesse una spiegazione più tecnica).

Una mirabilia della Natura (sovente ha tratto in inganno qualche terrapiattista…) che in passato è stata al centro di varie leggende e storie fantastiche, la più nota delle quali chiama in causa addirittura Re Artù (di cui la Fata era sorellastra) e Mago Merlino (di cui era allieva). Legata al leggendario condottiero britannico da un rapporto conflittuale di amore e odio, nella tradizione del ciclo arturiano la Fata si  riconciliò con il fratellastro dopo l’ultima battaglia del sovrano, conducendolo nella terra leggendaria di Avalon per curare le sue ferite prima del suo glorioso ritorno.

Che c’entra Messina in tutto questo? Secondo una versione normanna del Mito, la Fata non condusse il corpo di Artù nella leggendaria “Isola delle mele”, bensì alle pendici dell’Etna, dove avrebbe potuto saldare la leggendaria Excalibur. Affascinata dalla bellezza del luogo, decise di rimanere in Sicilia, costruendo un castello di cristallo nelle profondità dello Stretto di Messina, da dove iniziò a farsi beffa dei marinai in viaggio fra le due sponde, ammaliandoli con i suoi inganni.

Vittima dei suoi prodigi, secondo la leggenda, fu anche un re arabo, il quale, giunto a Reggio Calabria, fu ingannato da un prodigio della Fata, che fece apparire la Sicilia a due passi dal re. Convinto di poterla raggiungerla in breve tempo, il conquistatore si gettò in acqua e iniziò a nuotare… morendo affogato.

Un altro aneddoto risale invece al 1060, quando Morgana si propose di aiutare il condottiero normanno Ruggero d’Altavilla per liberare la Sicilia dalla dominazione Musulmana. Apparsa al sovrano su un carro bianco e azzurro, trainato da sette cavalli bianchi con le criniere azzurre, fece materializzare sulle acque un vascello e un intero esercito. Il condottiero, tuttavia, fervente cattolico, non si fece ammaliare dall’incantatrice e rimandò il suo sbarco (vittorioso)  all’anno successivo.

Il fenomeno della Fata Morgana sembra aver ispirato inoltre il testo dell’Olandese volante (un vascello fantasma condannato a solcare i mari in eterno) ed è la probabile spiegazione di molti avvistamenti di oggetti volanti non identificati.

 

Un “dispetto” della Fata

 

La Lupa

 

Capita a volte che la Calabria scompaia del tutto alla vista, occultata da una nebbia fitta e densa, “fetida e quasi bruna”. Si tratta della Lupa, un fenomeno atmosferico più comune nelle ore notturne e al primo mattino, solitamente nei mesi di aprile e maggio. «Normalmente – spiega il meteorologo Samuele Mussillo –  questa sorta di serpentone si estende per una lunghezza non inferiore a 10 Km e può persistere anche per due o tre giorni senza cambiare sostanzialmente di posizione, fino al suo completo dissolvimento. La visibilità all’interno è nell’ordine di poche decine di metri, ma in alcuni casi può scendere fino a qualche metro. Di fatto è l’unico fenomeno che riesce a fermare i collegamenti tra le due sponde, operati dai pur bravissimi comandanti delle navi traghetto, che si devono arrendere davanti a questo muro invalicabile».

Ma perché la Lupa si chiama così? Le interpretazioni sull’origine del nome sono varie e sono spesse connesse a mitologie e credenze popolari. Una delle più diffuse riguarda l’antica identificazione del lupo con il diavolo ed è legata sostanzialmente ai danni provocati dalla nebbia alle colture e ai campi, determinati da un’entità soprannaturale e ostile. Più curioso è invece il riferimento al proverbio “avere una fame da lupi”: lo stesso languore che colpiva i marinai messinesi e calabresi impossibilitati a procurarsi il cibo nei giorni di forte foschia. Un’altra possibile origine del termine è legata invece a un’imprecazione (lupa come donna dissoluta), con un utilizzo analogo a un intercalare come “porca puttana” per maledire la sorte avversa, mentre una delle poche testimonianze storiche e accertate risale a una lettera del 1886, scritta da Serafino Amabile Guastella a Giuseppe Pitrè. Il legame è con i saraceni, che “dall’inferno”, dopo essere stati cacciati dalla Sicilia, lanciavano potenti scongiuri… che si manifestavano appunto con la temibile Lupa.

 

Colapesce

 

Una delle più celebri leggende legate allo Stretto è senza dubbio quella di Colapesce (trascritta anche da Leonardo Sciascia, Benedetto CroceItalo Calvino). Fra le tante versioni della storia, la più comune, di origini palermitane, narra delle vicende del giovane messinese Cola, soprannominato Colapesce per la sua abilità prodigiosa nel nuoto e per la sua passione per il mare (al punto che con il passare del tempo la sua pelle divenne sempre più squamosa e i suoi piedi simili a pinne). Messo alla prova dal re di Sicilia (ed imperatore) Federico II di Svevia, che venuto a conoscenza del suo talento lo sottopose a tre prove, si sacrificò sott’acqua per sorreggere la Sicilia. Nel corso della sua ultima immersione, infatti, si era accorto che l’intera isola posava su tre colonne, una delle quali, posizionata sotto lo Stretto, era segnata da pericolose crepe (o consumata dal fuoco dell’Etna). Ancora oggi il giovane si troverebbe lì sui fondali, riemergendo solo ogni 100 anni. I terremoti che periodicamente colpiscono il territorio sarebbero dovuti quindi a piccoli spostamenti dello stanco Cola.

Una versione più etneocentrica della leggenda racconta invece che Cola non sarebbe più emerso dopo il tentativo di portare al re una prova tangibile del fuoco sotterraneo che alimentava il Mongibello. Tante, e varie, anche le rivisitazioni moderne, che spaziano dal teatro alla musica e alla letteratura, fra le quali quelle del messinese Giuseppe Cavarra e del napoletano Raffaele La Capria, che fornisce un finale diverso, con il giovane nuotatore che “si ribella” al volere del re e si dà… alla macchia, facendo credere al sovrano di essere morto e restando a nuotare libero fra i suoi amati pesci.

 

Particolare del Colapesce di Renato Guttuso sulla volta del Teatro Vittorio Emanuele

 

L’Orcaferone e gli altri “mostri”

 

Sin dall’alba dei tempi, sono tantissime le “voci” su presunti mostri marini che si nasconderebbero sotto le acque dello Stretto. Leggende dovute probabilmente alla grande ricchezza e varietà di fauna dei nostri fondali, con esemplari non così comuni e talvolta anche molto rari nel resto del Mediterraneo. La sua particolare conformazione e la posizione di confine tra il Mar Ionio e il Mar Tirreno, infatti, rendono lo Stretto un punto di passaggio per i flussi migratori di numerose specie e una naturale “via sottomarina” percorsa da delfini, balenottere, capodogli, orche e squali: animali di cui presumibilmente i marinai dell’antichità non avevano nemmeno mai sentito parlare.

Ancora più strani, ai loro occhi, dovevano di certo apparire i pesci batipelagici, meglio noti (più impropriamente) come pesci abissali: creature “orribilmente belle” che hanno dovuto adattarsi all’habitat ostile dei fondali più profondi.

Il mostro marino più celebre dello Stretto, tuttavia, lo si deve al genio di Stefano D’Arrigo, che nel suo monumentale “romanzo mondo” Horcynus Orca descrisse le “fere” (grossomodo dei delfini squarciareti e divoratori di pesca, dai nomi piuttosto evocativi) e soprattutto l’imponente e temibile Orcaferone, il più grande abitatore del fondale marino, che a memoria dei pellisquadre si è risvegliato dal suo sonno in fondo al mare solo quattro volte. Una creatura dal forte valore simbolico (“La Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola”) che porta sul fianco sinistro una ferita profonda e incancrenita ed emana uno spaventoso odore di putrefazione. (Qui un bellissimo approfondimento)

 

 

Fonti consultate:

“Dizionario etimologico della lingua siciliana” (Luigi Milanesi)

“Dizionario di mitologia greca e romana” (Anna Maria Carassiti)

“Fenomeni naturali e miti nell’area dello Stretto” (Angelo Vazzana)

Enciclopedia Treccani

http://tesoridicarta.blogspot.com

http://atmosphera.weebly.com

https://www.centrometeosicilia.it/

LUDUM – Science Center Catania (sull’etimologia del termine Lupa)

 

guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments