Nel luogo in cui abito – a Messina ma non proprio; diciamo a una certa distanza di sicurezza dal territorio comunale – scorre il fantasma di un torrente passato. Non è l’unico, da queste parti: il territorio messinese è, storicamente, uno tra i più verdi e ricchi di falde, specchi d’acqua, torrenti e zone irrigue della sicilia; la città stessa di Messina vive inerpicata sugli spettri dei torrenti che furono, e che oggi sono strade maestre che spesso non li ricordano neanche nel nome.
Per qualche tempo l’ho creduto, questo mio torrente, un semplice fossile: la testimonianza del passaggio di un qualcosa di estinto, l’impronta di un dinosauro idrico impressa su un paesaggio destinato alla desertificazione. In questi giorni, però, ha ripreso il suo corso. E non si tratta di un micragnoso rigagnolo, di un ruscelletto: è un corso d’acqua vero e proprio che arriva da monte a valle senza perdersi e scava solchi nel terreno, trascina detriti, spazzatura, radici e legname; forte di una nuova spinta vitale, morde il territorio per riprendersi il suo spazio. Lovecraft, un grande scrittore dell’immaginario al quale Messina sarebbe piaciuta davvero tanto, diceva che “Non è morto ciò che in eterno può attendere”.
Dopo un’attesa lunghissima e due anni di siccità, ha piovuto. Ha piovuto e hanno soffiato venti di tempesta. Ha piovuto quasi ininterrottamente dall’inizio dell’anno. Ha piovuto sulla città e sulle campagne, sull’asfalto dissestato e sulle colline inaridite. Non c’è niente di strano, in gennaio e febbraio. Piove, e dovrebbe essere una benedizione.
Ma nei luoghi incantati in cui tutto è distorto, ogni benedizione porta uno stuolo di piccole maledizioni con sé: potrebbe anche piovere per sempre. E quindi gli invasi idrici si riempiono, la morsa della siccità si allenta. Ma il paesaggio cede: le strade cascano, le colline s’inzuppano come biscotti, le rocce si sgretolano e franano. Nei luoghi incantati il paesaggio è mutevole, e possono infierire ben due cicloni in una manciata di giorni. I nostri antenati li avrebbero chiamati dragunere.
La storia della dragunera, la tromba d’aria trasfigurata dalla fantasia popolare in una bella femmina di drago incazzata e pronta alla distruzione per capriccio, ce la siamo raccontata per centinaia di anni. Ma il modo in cui ce la raccontiamo è cambiato moltissimo. Col tempo il significato si è esteso anche alle più generiche tempeste, ai temporali, ai capricci – appunto – del territorio e del cielo siciliano. Che poi si riflettono anche nell’animo della gente, e proprio in quei giorni di tuoni e fulmini se ne sono visti parecchi; perché è difficile trovare armonia quando il cielo è in tempesta e il territorio è assoggettato all’ira di un dragone.
I messinesi di un tempo ormai mitico e perso nelle pieghe della storia, di fronte ai temporali più pericolosi e funesti, si armavano di coltello e fronteggiavano il drago. Lo chiamavano taglio della dragunera. Le campane suonavano a festa per confondere il mostro fatto di fulmini e vento e l’officiante – un prete o un marinaio iniziato alla pratica – recitava scongiuri ben specifici, votati a San Giovanni Battista o al misterioso Santo Libberante al quale ho sentito rivolgersi anche mia nonna, quando io e mio fratello bambini facevamo il bello e il cattivo tempo.
Un gesto umano, attivo, comunitario. Pare che funzionasse, tanto che la tradizione del taglio della dragunera è stata tramandata per secoli, fino a tempi insospettabilmente avanzati del ‘900. In generale, tagliare le cose che durano da troppo tempo è una buona abitudine che forse, in città, andrebbe riconsiderata.
Quando si narra di dragunere, oggi, noi siamo un agente passivo. Ci limitiamo a filmarle, a fotografarle. Le subiamo, le osserviamo e ci stupiamo dell’asfalto che cede, del cemento che frana, dei torrenti che tornano a pretendere spazio. Una volta le tempeste si affrontavano, anche in maniera fantasiosa. L’essere umano ristabiliva il ruolo che aveva scelto di occupare nel mondo. Oltre a essere narratori, siamo stati i personaggi di una storia condivisa. Senza delegare agli altri, cioè a chiunque ma non io. Una volta le tempeste si tagliavano.
Quando poi le dragunere si facevano particolarmente violente o insidiose, e tagliarle non era possibile, i messinesi potevano contare su un’arma segreta che – pare – ci invidiassero in tutta l’isola: la campana della Madonna della Castanea. Ce lo racconta Pitrè, che apprende di questo fatto dalla lettura di Padre Domenico Alberti che a sua volta scrive, nel ‘700, di prodigi avvenuti anche secoli prima. Le notizie su questa campana miracolosa in grado di disperdere il maltempo si perdono nelle pieghe della storia. Tra le pagine dei registri parrocchiali di secoli fa dovrebbe essere ancora annotato, con la dicitura pro expellendis fulguribus, il compenso del campanaro per questi servigi eccezionali. Ho chiesto conferma di questa storia all’associazione Casali della Tramontana di Castanea, impegnata in diversi progetti di promozione e divulgazione della storia e delle tradizioni dei casali messinesi; pare ne esista una reminescenza che va spegnendosi.
Indipendentemente dall’effettiva esistenza di questa campana prodigiosa, suonare le campane contro una tempesta era un atto molto diffuso in passato, tanto che diverse recavano l’incisione Vivos voco, mortuos plango, fulgura frango.
Forse dovremmo imparare dal passato. Forse certi incanti, certi furiosi scoppi degli elementi andrebbero affrontati con un atto umano, spirituale anche se non necessariamente razionale; un’invocazione sonora che travalica lo spazio e il tempo.
Se una città incantata rimane fatalmente avvinta tra le spire di una dragonessa implacabile e tenace, forse serve qualcuno che sia disposto a suonare le campane.





