Pensieri sparsi. In Italia la presenza dei musulmani si attesta al 4%. Se stiamo però a sentire le facezie del Giornale o di Libero, o di quell’orrenda trasmissione che ha per nome “Quinta Colonna”, condotta da quel giornalista che ha per nome Paolo Del Debbio, i musulmani in Italia sarebbero legione, già quasi in grado di sopravanzarci e di instaurare il fantomatico governo islamico descritto da Michel Houellebecq nel suo fantapolitico Soumission.

Le boutades però hanno spesso la singolare caratteristica di penetrare più rapidamente nel cervello dei coglioni. Ecco quindi circolare nei social e nei uazzàpp questo delirante proclama: INOLTRARE SU WHAT UP (l’ortografia scorretta fa parte del messaggio n.d.a.) “La Chiesa in serio pericolo! Firmiamo tutti contro lo Ius soli perché, se gli islamici prendono la cittadinanza italiana, voteranno, ovviamente, per il partito islamico già esistente in Italia dal 2 luglio 2017. Così facendo avremo leggi islamiche con tutte le conseguenze che potete immaginare. Passate il link ad ogni vostro amico o a qualsiasi persona italiana che conoscete. Mancano ancora 45.000 firme e resta meno di un mese”.

Avete mai sentito parlare di un partito islamico? Io no, anche se l’esistenza in Sicilia di “Noi con Salvini” mi fa capire che la realtà è più strana e irrazionale di quanto noi ci illudiamo che sia ed è sempre in grado di superare l’immaginazione… È però probabile che molti cattolici (in realtà, illusi di essere tali) abbiano “firmato” per raggiungere le fantomatiche 45.000 firme mancanti e fare in tal modo… cosa? Non si capisce bene cosa. Può darsi che si tratti di a- promuovere una nona Crociata (l’ottava finì nel 1274); b- cacciare tutti gli Islamici dal territorio nazionale (qui da noi in Sicilia lo abbiamo già fatto con gli Ebrei nel 1492); c- creare appositi ghetti entro cui tenere chiusi questi infedeli. La scelta, come si vede, è assai ampia.

Ciò che è desolante, in questo desolante quadro che investe nodi cruciali del nostro tempo ma coinvolge e permea in modo più o meno distorto le menti deboli di migliaia di Italiani, è constatare come negli ultimi decenni la paura dell’altro abbia finito con l’occultare i problemi reali del Paese, dell’Europa, del Pianeta.
Nell’attuale sistema neoliberista (in realtà un capitalismo imperialistico-finanziario mascherato da liberismo ormai egemone a livello planetario) il venti per cento dell’umanità consuma l’ottantacinque per cento delle risorse disponibili nel pianeta. All’ottanta per cento restante, la parte più grande tanto in termini numerici quanto sotto il profilo della terra occupata, rimane quel quindici per cento di briciole, destinato a diminuire sempre più.

Ci sono dunque segmenti di umanità che ritengono, et pour cause, che il proprio sia il migliore dei mondi possibili. E viceversa “dannati della terra” per i quali soltanto vige, crudelmente, quella che Martin Heidegger riteneva fosse la cifra costitutiva della condizione umana, un “essere scagliati nel mondo” (Geworfenheit) privo di qualunque speranza di riscatto.
Voi che fareste, amabili lettori, al posto di questi dannati della terra? Ve ne stareste buoni a subire pazientemente guerre, malattie, carestie, persecuzioni, fame (badate bene, tutte realtà prodotte, indotte, favorite, finanziate, “esportate” da quel famelico venti per cento)? O non cerchereste, piuttosto, di trovare nuove terre e nuovi contesti umani entro cui iniziare una nuova e meno tribolata esistenza?

Il problema è tutto qui. E qui risiede, anche, l’enorme ipocrisia dei muri, degli steccati, degli “aiutiamoli a casa loro”. Casa loro, e casa nostra, è il mondo, e se noi pensiamo che il mondo da noi abitato – apparentemente civile e sereno – ci appartenga esclusivamente perché ci siamo nati e cresciuti, ebbene è giunto il momento di sapere che questo universo così ordinato, questa Aufklärung, si è costruito sul sangue degli abitanti di tanti Cuori di Tenebre sparsi per il pianeta.

Una splendida mostra fotografica di Sebastião Salgado, Genesis, ce lo mostra con tutta evidenza. Essa è un lucido e impietoso viaggio sentimentale attraverso le plaghe del nostro pianeta condotto da questo fotografo brasiliano, forse il miglior documentarista oggi esistente, mediante trenta differenti percorsi esplorativi da lui condotti nell’arco di sette anni, dal 2004 al 2011. Al contempo è un allarme lanciato al mondo sulle sorti della terra, i cui tesori – umani, animali e naturalistici – rischiano oggi di essere cancellati per le distruzioni a vario titolo apportate dall’Occidente eurocolto (U.S.A. compresi) nell’intento di celebrare le proprie magnifiche sorti e progressive, quasi che il profitto e la sopraffazione fossero le uniche regole ammesse nel gioco della vita.

I “selvaggi” di Salgado, pur vivendo in un pianeta ormai attraversato da una globalizzazione che come una macchina schiacciasassi frantuma e distrugge al suo passaggio ogni differenza, ogni specificità culturale, ancora riescono a vivere le loro giornate storiche secondo un modello di società “fredda” come quello che Lévi-Strauss già individuava all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso (Race et Histoire). Un’esistenza giocata su risposte elementari a elementari bisogni, e dunque – in larga misura – sulla gratuità e su un forte investimento simbolico che mira a sacralizzare una natura alla quale, seppure in essa “gettati”, non ci si percepisce estranei.
Forse un esempio, o una timida pudica suggestione per noi, voraci estenuati annoiati egoisti abitatori dell’altra metà del cielo.

(In copertina uno scatto di Sebastião Salgado)

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