Era lo yodeling, sì era quello. Quell’alternanza da un registro all’altro, così tipica del suo modo di cantare. Ma poi erano aspirazioni sincopate, la R irlandese. Sì, quel fortissimo accento irlandese.

Era infine quel filo di angoscia che univa il tutto, la voce di petto adesso, quella di testa un istante dopo, le aspirazioni reiterate e interrotte da un interrogativo tronco: Do you have to? Do you have to? Do you have to let it linger… Che così bene ansimavano l’estenuante trascinarsi di un amore indeciso.

Quando nel 1989 a Limerick, città di appena centomila abitanti, Dolores O’Riordan approda nella band Cranberry Saw Us (un gioco di parole tra Saw Us e Sauce, in onore di John Lennon che le pronuncia in Strawberry Fields Forever), arricchisce il suono del gruppo di una vibrazione staordinaria e originalissima che dà corpo alle aspirazioni della band e ne trasforma le sorti. Farà la fortuna dei fratelli Hogan, Noel e Mike che assieme a Fergan Lawler avevano formato la band.  Poco dopo il suo ingresso diventeranno solo The Cranberries.

Dolores è solo una ragazzina ma nella sua anima torturata risuona già Linger. Sarà un buon arrangiamento e quell’anima ansimante che dà fiato alle corde vocali della cantante irlandese a far notare la band che conquista prima il pubblico statunitense e solo dopo quello britannico.

Sarà il viatico che li porterà a Zombie e quindi a tutto il resto del mondo. Lei che nelle prime esibizioni pubbliche dà le spalle alla platea sarà la vera ragione di quel successo. Delizia ma anche croce della band.

A fare yodeling non è infatti solo la sua voce ma anche il suo spirito: solo lo scorso maggio Dolores O’Riordan ha rivelato di essere stata affetta da bipolarismo, dopo aver rivelato di essere stata abusata da piccola da un amico di famiglia.

Un’alternanza di stati d’animo che è forse stata la chiave d’accesso al cuore e alle patologie di un’intera generazione di bipolari, di sicuro la causa di un cattivo adattamento al nuovo contesto, quello in cui era diventata una leggenda a soli 20anni.

Lei è figlia di quell’isola dell’estremo Nord dell’Europa, che si sente nera: “The Irish are the blacks of Europe”, gli irlandesi sono i neri d’Europa, dice Jimmy Rabbitte in The Commitments. È intrisa di quell’ardore e quello struggimento non distante dagli umori della sua stessa terra, quell’Irlanda che per lungo tempo ha patito carestie, oppressione e terrorismo e che solo dopo il 2005 ne avrebbe visto la fine.

I Cranberries diventano la seconda band irlandese più famosa al mondo proprio nel decennio che precede la fine del conflitto irlandese, di cui il loro più famoso singolo Zombie, nell’album No Need To Argue, è testimonianza e denuncia. L’Ira dichiarerà il cessate il fuoco nel 2005. Poco dopo l’Irlanda inizierà la scalata verso il boom economico.

I Cranberries sono dunque gli ultimi figli di quel patimento secolare che ha angustiato l’isola. Ma l’Irlanda alla fine degli anni ’90 è già fervida di un cambiamento che non tarderà ad arrivare e lo mostra sfacciatamente anche con loro, anche con lei.

Nel giorno della morte di Dolores, da Limerick scrivono che il successo della band segnò la rinascita della città, che acquistò notorietà in tutto il mondo attirando turisti, Will Lehay, sul TheJournal.ie scrive di ricordare di due ragazze che dal SudAmerica arrivarono a Limerick per poter sentire Dolores cantare nella sua città.

Sono anni in cui la cultura rock-pop britannica, e anche irlandese, si espande soprattutto per l’Europa. Fino in Sicilia. L’Europa è già unita, la moneta unica sta per essere ufficializzata. Ma ben prima di questo in molti già indossano le Doc Martens. Scarpe che hanno segnato una generazione e un’appartenenza: “Seems like yesterday we were 16. We were the rebels of the rebel scene. We wore Doc Martens in the sun. Drinking vintage cider having fun”, scrive Dolores nel 1996 (The Rebels, To the Faithful Departed).

Le indossano in tanti in quegli anni, anche al di qua dell’Europa, a riprova di una contaminazione culturale che in Sicilia, le generazioni precedenti, avevano soltanto subodorato.

Di questo contesto, una ventenne irlandese che mischia indie, rock e pop, diventa l’icona. Un’artista tormentata e intensa, amatissima da un’intera generazione e oltre. La sua morte, a soli 46 anni, la colloca nell’olimpo delle cantanti donne, quasi tutte unite dalla splendida voce, dalla divina capacità di interpretazione ma allo stesso tempo da un vissuto complesso, spesso straziante.

Muore ben oltre la giovanissima età di Janis Joplin o di Amy Winehouse ma pur sempre a un’età che stordisce. Con Edith Piaf, Billie Holiday, Nina Simone, Maria Callas, perfino Whitney Houston, e la conterranea Sinead O’Connor (l’unica ancora in vita ma solo pochi mesi fa ha lanciato un grido d’aiuto, disperata da povertà e depressione, in un video diventato virale), va ad infoltire quel mistero che si annida lì dove nasce la voce, nel ventre di quei corpi che si facevano strumento musicale, sempre attraversati anche da pulsazioni turbolente e viscere torturate da destini infelici.

Un destino infelice e una fine prematura che priva il mondo di una delle voci più intense e particolari che abbiano attraversato la storia degli uomini e delle donne.

Post scriptum (annotazioni personali)

Prima di iniziare a studiare canto (sì, ho studiato canto), cioè prima di sapere cosa significasse cantare di petto o di testa, men che mai il giusto modo di respirare e di spingere sul diaframma, ho tentato di modulare la mia voce imitando quella di Dolores O’Riordan. Con lei saluto quei vent’anni che adesso sembrano ancora più lontani. Il mio vissuto di allora e quello a venire resterà arricchito dal suono della sua voce che ha nutrito il mio immaginario così come i miei suoni, e dal suo modello: quello di una giovanissima donna che ha incantato il mondo e me.

Oltre Linger voglio ricordare qui, Ode To My Family (Where’s when I was young and we didn’t give a damn), Dreams (all my life is changing everyday in every possible way), Dreaming my dreams (An there’s no other place that I’d lay down my face, I’ll be dreaming my dreams with you) ed Empty (Help me to feel the strength I did, my Identity, has it been taken, is my heart breaking?).

 

Sono cinque, come da tradizione di Letteraemme (che oggi compie un anno, ma questo in un altro pezzo), eccole:

 










https://www.youtube.com/watch?v=u9xBd63USwY




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Ezio
Ezio
16 Gennaio 2018 14:13

Penso che molti ieri abbiano riascoltato i brani dei Cranberries, in ricordo di Dolores … Al bel pezzo di Manuela Modica aggiungo soltanto il ricordo delle collaborazioni con due grandi artisti italiani, Zucchero e soprattutto Giuliano Sangiorgi dei Negramaro con cui ha cantato nel brano del 2007 Senza fiato.. Leggete il bellissimo post scritto ieri sulla sua pagina FB.

Claudia
Claudia
4 Febbraio 2018 14:20

Complimenti per questo nel commento. Anche io mi sono sentita di scrivere su Dolores nella mia pagina facebook