A guardare quello che si è scatenato alla fine del suo “debutto in società” nel foyer del PalaCultura, che solo per un pelo anni fa non è stato intitolato al prozio Nino Gullotti, Luigi Genovese ha già vinto.
Non aveva nemmeno terminato di parlare che, sceso dal palco, già intorno a lui si è formato un capannello di gente, adulti e anziani soprattutto, che lo reclamava, lo toccava, lo baciava, gli parlava di fatti propri, gli metteva in braccio bambini, lo abbracciava per una fotografia, lo acclamava come cinque, sette, nove anni fa aveva fatto col padre Francantonio.
E poi il buffet: pidoni a quattro a quattro, piatti di plastica pieni di arancinetti a dozzine, bicchieri su bicchieri di prosecco o coca cola, tavoli presi d’assalto come se dall’indomani i rustici dovessero essere dichiarati fuorilegge. Una festa di duemila persone, per partecipare alla quale si è mobilitata l’organizzazione delle grandi occasioni, con i pullman in arrivo dalla provincia, il servizio di sicurezza, una intera classe politica che ha risposto “presente” con un’ossequiosità francamente imbarazzante.

In mezzo lui. Un ventiduenne senza particolari meriti politici e nessunissima esperienza, che forse per la prima volta si rendeva conto di cosa significa “avere il futuro già scritto”, essere il prescelto, il predestinato, catapultato direttamente alle regionali senza aver mai amministrato nemmeno il pianerottolo di casa sua. E ne è rimasto soggiogato, frastornato dalla massa umana che se lo disputava, ancora forse non esattamente consapevole di quello che lo aspetta. Spigliato, all’apparenza, ma sotto sotto molto intimidito. Al punto da ammettere molto candidamente Parto favorito perché funziona così, una frase gettata lì in mezzo ad altre dieci di circostanza (risparmiando fortunatamente la retorica del “duro lavoro”). Confessare l’inconfessabile, perché ancora non si è ben capita la portata di quello che sta accadendo.

E cioè di un ventiduenne gettato nell’arena in nome del padre, Francantonio Genovese. Lo ha spiegato, molto chiaramente, Gianfranco Miccichè, il numero uno di Forza Italia in Sicilia, accorso al battesimo elettorale di Luigi Genovese a fare da padrino insieme alla madrina Renata Polverini:Se sei qui è perché qualcuno ha impedito a tuo padre di lavorare”.

Volendosi esercitare nel citazionismo, il primo paragone che viene in mente è quello di Caligola, che nominò senatore il suo cavallo, in un atto di soverchieria verso il senato romano. Ma sarebbe un paragone sbagliato. Molto più calzante invece è quello di Isacco, che Abramo non avrebbe esitato a sacrificare perché Dio glielo aveva chiesto. Nel nome del padre, di nuovo. Perché Luigi Genovese, prescelto e dal futuro segnato quanto si vuole, oggi è stato gettato nell’arena: e nelle arene ci sono i leoni.

Non importa quanto ampie possa avere le spalle, perché le spalle ti si allargano quando affiancato al nome di tuo padre vedi una condanna ad undici anni in primo grado, quando per un anno lo vedi fare dentro e fuori dalla galera, quando sulla tua famiglia senti lo stigma sociale, sia pure dall’osservatorio privilegiato di una residenza romana.

L’altra faccia della medaglia sono le duemila presenze del PalaCultura: duemila intimamente convinti che a Luigi quel posto in lista, e quel seggio quasi sicuro, spetti di diritto perchè è tradizione di famiglia fare politica, perché quel nome rappresenta qualcosa, perché per generazioni lo si è votato, ed è sempre stato così, e così sarà per molto tempo. Tradotto, “Parto favorito perchè funziona così“. Altro che stigma sociale.

Oggi, al di là della questione politica, dell’opportunità morale, della giustizia sociale, l’immagine che resta impressa nella mente è quella di un ragazzino, circondato da sei o sette guardie del corpo, mentre bacia due volte centinaia di persone, letteralmente. Guancia destra, guancia sinistra, due parole e di nuovo, guancia destra, guancia sinistra, stretta di mano, pacca sulla spalla, buffetto sul mento, guancia destra, guancia sinistra. Per un’ora.

Chissà se era questo il futuro che Luigi Genovese immaginava solo un anno fa, da studente della Luiss di Roma, lontano da Messina mentre suo padre subiva processi, galera, condanne. Chissà se era questo quello che voleva. Chissà se è il suo, di volere, quello di trascorrere un venerdi sera a baciare guance di sconosciuti per un’ora, stretto da guardie del corpo in maglietta nera.

E allora, forse, a Luigi Genovese non si può che augurare buona fortuna. Perché, come recita un detto anglosassone, “attento a quello che desideri, perché potrebbe avverarsi“. Specie se nel nome del padre.

 

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andrea nelson mauro
27 Settembre 2017 22:23

bisognerebbe intervistarli anonimamente gli elettori del virgulto e chiedere loro perché lo votano. Perché non lo fate? Se riesce, sarebbe figo veramente

Mario
Mario
23 Ottobre 2017 13:11

la terza generazione in campo!!! enti e società pieni di “amici” sistemati. Favori ricevuti e dati. Questa è la politica anche a Messina. Non si spiegherebbe altrimenti le condizioni in cui si trova dopo decenni di “ottima politica”!!!

Natale Cucé
Natale Cucé
29 Settembre 2017 9:48

Complimenti Alessio, mi piace come scrivi.