
Il sistema degli invasi artificiali siciliani è stato realizzato principalmente nel secondo dopoguerra per far fronte a una delle principali criticità del clima mediterraneo: la marcata sfasatura temporale tra la disponibilità della risorsa idrica, concentrata nei mesi autunnali e invernali, e i fabbisogni agricoli e civili, che raggiungono il loro massimo in primavera ed estate. Tale esigenza era ulteriormente accentuata dalle caratteristiche della rete idrografica dell’isola, costituita prevalentemente da corsi d’acqua brevi e a regime torrentizio, poco adatti a grandi derivazioni dirette. In tale contesto, la realizzazione di dighe di ritenuta rappresentò la soluzione più efficace per accumulare l’acqua nei periodi piovosi e renderla disponibile durante la stagione secca.
Il Piano Regionale per la lotta alla siccità, elaborato dall’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia e approvato con D.P. n. 7 del 2020, e, più recentemente, la “Bozza referto sulla gestione dello stato di emergenza in relazione alla situazione di grave deficit idrico e alla criticità delle infrastrutture nel territorio della Regione Siciliana”, approvata dalla Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione Siciliana con deliberazione n. 213/2025/GEST del 7 agosto 2025, fotografano l’attuale stato degli invasi siciliani. Delle 45 dighe di ritenuta (cfr. Figura 1), appena 19 risultano in esercizio normale, ovvero autorizzate a invasare fino alla quota massima di progetto; 9 risultano collaudate ma soggette a limitazioni d’invaso disposte dal Ministero vigilante per carenze di manutenzione straordinaria; 11 si trovano in fase di invaso sperimentale, propedeutica al collaudo definitivo; 4 dighe risultano fuori esercizio (Cuba, Pasquasia, Comunelli e Gibbesi); 2 ancora in costruzione (Pietrarossa e Cannamasca).
Oltre alle 45 dighe sopra riportate, vanno citate per esaustività ulteriori grandi dighe rimaste incompiute:
- la diga Blufi, sull’omonimo torrente, in territorio di Blufi (PA), con destinazione d’uso potabile; richiedente la concessione: Ente Acquedotti Siciliani, successivamente soppresso. L’opera ad oggi risulta in capo al Dipartimento Regionale Acque e Rifiuti (DRAR) della Regione.
- la diga Laura, sul torrente Mendola, in territorio di Campobello di Licata (AG), con destinazione d’uso irriguo; richiedente la concessione: Consorzio di Bonifica del Salso Inferiore, successivamente soppresso.
- la diga Piano del Campo, in territorio di Corleone (PA), sul fiume Belice destro, con destinazione d’uso irriguo; richiedente la concessione: Consorzio di Bonifica Alto e Medio Belice, successivamente soppresso.
Le limitazioni d’invaso hanno però origini molto diverse tra loro. In alcuni casi derivano dal deterioramento degli organi di scarico di fondo o superficiali; in altri dal mancato completamento delle verifiche e degli adeguamenti sismici richiesti dalla normativa introdotta nel 2014. Vi sono poi invasi fortemente interriti, nei quali l’accumulo di sedimenti ha ridotto in modo significativo la capacità utile, e casi in cui persistono criticità progettuali presenti fin dall’origine, come per le dighe Disueri e Trinità. A queste situazioni si aggiungono infine le opere mai completate, tra cui spicca la diga di Blufi, considerata una delle infrastrutture che potrebbero maggiormente rafforzare la capacità di riserva idrica della Sicilia.

Figura 1. Localizzazione delle dighe di ritenuta: in blu le dighe in esercizio, in rosso le dighe in costruzione e in giallo le dighe fuori esercizio (estratto dal Piano Regionale per la lotta alla siccità, 2020)
La distribuzione degli invasi non è omogenea sul territorio regionale. Il Messinese, ad esempio, è sostanzialmente privo di grandi dighe (fatta eccezione per la porzione dell’invaso Ancipa ricadente nella provincia), a causa delle caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio. I bacini idrografici, sia sul versante tirrenico sia su quello ionico, sono infatti molto brevi e caratterizzati da elevate pendenze, mentre la forte antropizzazione delle poche aree pianeggianti disponibili rende ulteriormente difficile la realizzazione di nuovi invasi.
Solo 19 dei 45 invasi siciliani risultano oggi autorizzati a invasare fino alla quota massima di progetto. Tra questi figurano anche infrastrutture strategiche, come Ancipa, Fanaco e Santa Rosalia, mentre altri invasi presentano limitazioni relativamente contenute, come Piana degli Albanesi e Castello. Accanto a queste situazioni vi sono però numerosi bacini soggetti a limitazioni anche molto rilevanti, che riducono significativamente la capacità complessiva di accumulo. Per questo, a fronte di un volume di progetto di oltre 1,097 miliardi di metri cubi, il volume effettivamente autorizzato si ferma a circa 724,7 milioni. A questa quantità, il Piano Regionale per la lotta alla siccità sottrae circa 100 milioni di metri cubi di sedimenti accumulati negli invasi (stimati nell’ordine del 10% della capacità totale), identificando quindi un volume recuperabile nell’immediato pari a 300 milioni di metri cubi. La relazione della Cabina di regia nazionale, istituita con D.L. n. 39 del 14 aprile 2023, c.d. “Decreto Siccità”, acquisita dalla Corte dei conti nel corso dell’istruttoria per la delibera 213/2025, ha poi aggiornato la stima del volume recuperabile a 372,78 milioni di metri cubi (circa il 34% del volume di progetto), per il cui recupero sarebbero necessari circa 510 milioni di euro.
A questo proposito, un caso emblematico è quello dell’invaso Pozzillo nel territorio ennese. Tale invaso ha un volume di progetto di 150,5 milioni di metri cubi, ma solo 60 rappresentano il volume autorizzato. Inoltre, sempre lo stesso impianto presenta uno scarico di fondo ostruito dai sedimenti e un interrimento stimato in circa 30 milioni di metri cubi.
Alle criticità degli invasi si affiancano quelle, altrettanto rilevanti, delle reti di adduzione e distribuzione. Le condotte che trasportano l’acqua dagli invasi ai sistemi acquedottistici e irrigui sono spesso obsolete e soggette a frequenti rotture, con perdite significative prima ancora che la risorsa raggiunga gli utenti finali. La riduzione delle dispersioni rappresenta quindi un intervento almeno altrettanto strategico del recupero della capacità di invaso, poiché una quota consistente dell’acqua disponibile viene dispersa lungo il percorso.
Le criticità, inoltre, non sono uniformi sul territorio regionale. La disponibilità idrica varia sensibilmente tra le diverse aree della Sicilia in funzione della piovosità, della capacità di accumulo degli invasi e della disponibilità di risorse idriche sotterranee. Il trasferimento di acqua tra bacini idrografici consente in alcuni casi di attenuare situazioni di deficit locale, ma si tratta di interventi costosi e limitati dalle capacità delle infrastrutture esistenti.
Il recupero della piena funzionalità degli invasi rappresenta certamente uno degli interventi prioritari, ma da solo non sarebbe sufficiente a risolvere il problema della scarsità idrica. Eventi estremi come la siccità del 2024 hanno infatti mostrato come, anche in presenza di infrastrutture pienamente operative, il deficit di precipitazioni possa superare di gran lunga la capacità di accumulo disponibile. Emblematico è il caso dell’invaso Ancipa che, pur privo di limitazioni d’esercizio, era prossimo allo sfioro nel giugno 2023 ed è arrivato quasi completamente svuotato nel settembre 2024. La disponibilità d’acqua dipende quindi non solo dagli invasi, ma anche dall’andamento climatico, dalla distribuzione delle precipitazioni, dalla disponibilità di risorse sotterranee e dall’efficienza dell’intero sistema di distribuzione.
Numerosi sono stati i tentativi di sollecitare l’intervento pubblico per l’efficientamento del sistema. A titolo d’esempio, il Generale Roberto Jucci, commissario straordinario all’emergenza idrica tra il 2000 e il 2001, ha sottolineato in una sua relazione la necessità di completare le dighe Blufi, Pietrarossa e Gibbesi, riparare le condotte di grande adduzione, dotare ogni comune di una planimetria aggiornata della propria rete idrica. Di quella relazione e delle sue raccomandazioni si sono, tuttavia, perse le tracce operative.
Più recentemente il Piano Regionale per la lotta alla siccità aveva censito, per i soli interventi sulle dighe, un impegno finanziario di circa 210 milioni di euro su 29 strutture, attraverso varie linee di finanziamento: il Piano Operativo Infrastrutture FSC 2014-2020, il PO FESR Sicilia, il Patto per il Sud, il Piano Nazionale Interventi Settore Idrico. A queste si aggiungevano le risorse stimate per il settore irriguo consortile (circa 380 milioni) e per le reti idropotabili (circa 500 milioni). Il fabbisogno complessivo per lo sfangamento degli invasi principali era stimato in 800 milioni di euro.
In particolare, il Piano delineava una strategia articolata su tre orizzonti. Nel breve termine: completare i collaudi e rimuovere le limitazioni d’invaso, realizzare vasche di compenso a valle degli invasi Poma e Rosamarina, avviare l’utilizzo dei volumi morti, manutenere le traverse di derivazione, approvare i progetti di gestione degli invasi. Nel medio termine: completare gli interventi sulle dighe già avviati, migliorare i sistemi di irrigazione aziendale, riefficientare le reti consortili, avviare la realizzazione di laghetti collinari, intervenire sulle reti idropotabili. Nel lungo termine: completare le dighe rimaste in costruzione (Pietrarossa, Blufi, Cannamasca), realizzare gli sfangamenti, interconnettere gli schemi acquedottistici, sperimentare il riutilizzo delle acque reflue depurate. La diga Pietrarossa, uno degli interventi di lungo termine, ha finalmente visto l’avvio dei lavori, finanziati con fondi PNRR, a settembre 2023. La diga Blufi, per la quale è stata finanziata la sola progettazione esecutiva (circa 4,8 milioni di euro), attende ancora il cantiere vero. La diga Cannamasca rimane ferma.
Se da un lato, quindi, non mancano né i programmi né, nel complesso, le risorse, il problema segnalato dalla Corte dei conti è l’impossibilità, a causa di una documentazione lacunosa o poco accessibile, di determinare con precisione quante risorse siano state effettivamente spese, su quale base progettuale, e con quali risultati.
Un altro limite alla possibilità di rendere più efficiente il sistema di approvvigionamento idrico è anche quello di una governance frammentata e articolata su più livelli. L’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia svolge le funzioni di pianificazione e regolazione dell’utilizzo delle riserve idriche, mentre la gestione operativa degli invasi è affidata a diversi soggetti. A seguito della dichiarazione dello stato di emergenza è stata inoltre istituita una Cabina di regia regionale, coordinata dal Dipartimento della Protezione civile, con il compito di programmare e attuare gli interventi emergenziali.
Attualmente gli invasi sono infatti gestiti da 6 diversi enti gestori. L’Amministrazione regionale, attraverso il Dipartimento Regionale Acque e Rifiuti (DRAR) gestisce 26 invasi; 3 invasi sono gestiti dai Consorzi di Bonifica; 2 invasi vengono gestiti dalla società Siciliacque S.p.A. per uso idropotabile; 8 invasi sono gestiti dalla Società ENEL S.p.A. per usi principalmente idroelettrici; 3 invasi sono gestiti dalla Società Priolo Servizi per usi prevalentemente industriali; 1 invaso è gestito dalla società Bioraffineria di Gela, 1 invaso è gestito dall’Azienda Agricola Termini e Foderà (invaso Marchesa) ed 1 invaso è attualmente sprovvisto di gestore (invaso Cuba – fuori esercizio).
Tale frammentazione si aggiunge a quella altrettanto critica del Servizio Idrico Integrato finora organizzato in nove Ambiti Territoriali Ottimali coincidenti con i confini provinciali, anziché con i bacini idrografici, come previsto dalla normativa e come avviene nella maggior parte delle regioni italiane. Il risultato è che ogni bacino idrografico è gestito da più soggetti diversi, con scarsa o nulla coordinazione.
Per superare la logica della frammentazione e gestire il servizio idrico regionale in maniera uniforme in tutto il territorio della Sicilia è stato da poco redatto un disegno di legge di iniziativa governativa, la cui novità più significativa è il passaggio dagli attuali nove ambiti, coincidenti con le ex province dell’Isola, a un Ambito territoriale ottimale unico. L’auspicio è che questo disegno si traduca in un effettivo cambiamento strutturale, presupposto indispensabile per una pianificazione integrata degli investimenti, una tariffazione omogenea e una tutela più efficace della risorsa idrica a beneficio di tutti i cittadini siciliani.
foto di copertina: diga sul lago Ancipa, autore – https://www.flickr.com/photos/enelsharing/16750196520




