(Ha collaborato Santi Giunta)

MESSINA. Il più vicino, e anche quello più noto, si trova nella zona nord della città, nel cuore di “Montemare”; quello più distante nel bel mezzo del Tirreno, sulle vette di Alicudi. Sono i borghi “fantasma” della provincia di Messina: piccoli centri rurali che nel corso dei decenni sono stati abbandonati a causa di calamità naturali o dei costanti flussi migratori verso i grandi centri urbani. Una sorte che presto o tardi potrebbe toccare a tante altre realtà della Sicilia, a partire dai comuni montani dei Nebrodi e delle Madonie, già privi di banche, poste, ospedali, punti nascita, scuole e persino rifornimenti per la benzina. Mentre ad altre latitudini, nel resto d’Italia, sono sempre di più i paesi “senza vita” risorti dalle loro ceneri, nel segno del turismo lento e dell’eco-sostenibilità (fra questi: Torri Superiore-Ventimiglia, Sagna Rotonda, Colletta di Castelbianco e Santo Stefano Sextantio).

 

Massa San Nicola

Agli inizi dello scorso secolo ospitava circa 400 persone, che vivevano prevalentemente di agricoltura, estraendo le essenze profumate degli agrumi e sfruttando la presenza di un fiumiciattolo (il torrente dei Corsari) e di un mulino ad acqua utilizzato per la macinatura del grano. Poi, nel secondo dopoguerra, l’inizio del grande esodo, con la maggior parte degli abitanti che decisero di riempire le valigie e andare via in cerca di fortuna, spostandosi chi nei paesi limitrofi e chi oltreoceano. Un progressivo spopolamento che si intensificò negli anni ’60 e poi negli anni ’80, quando a vivere a Massa San Nicola, sui colli messinesi, a circa 190 metri sul livello del mare, restarono appena una quindicina di persone (appena 6 nel 1998)

Con il passare degli anni la popolazione è diminuita ulteriormente, e oggi i suoi abitanti si contano sulle dita di una mano, fra chi ci vive stabilmente, chi è solo di passaggio e chi vi si reca prevalentemente per occuparsi dei campi. Fra loro c’è il signor Pippo, che a Massa San Nicola ci è nato e ha assistito con i suoi occhi all’inesorabile abbandono del villaggio.

 

 

Situato lungo la SP45 che collega Faro Superiore e Castanea, il borgo è il più piccolo delle quattro “Masse” (qui il perché del nome): appena una trentina di edifici immersi nel verde e nella quiete, in uno scenario bucolico, ormai quasi del tutto disabitati.

Le sue origini risalgono al diciottesimo secolo, sebbene alcuni apparati decorativi di una delle due chiese presenti, databili al XV secolo, suggeriscano una datazione più antica (con possibili origini arabe). Adesso sotto il vincolo della Sovrintendenza dei Beni Culturali, nel corso degli ultimi decenni il borgo è stato preda di cacciatori di antichità e predoni, che hanno trafugato vari reperti, ma anche il rifugio per una comunità di artisti e “fricchettoni”.

Tanti, nel corso degli anni, i progetti per far rivivere il borgo. Fra questi, quello di un gruppo di 32 studiosi di altrettante discipline, che attraverso uno studio interdisciplinare finalizzato al suo Ri.U.So. (acronimo di Riabitazione Urbana Sostenibile), hanno progettato di insediare un nuovo modello di vita sostenibile, con una nuova riatropizzazione consapevole. Un progetto innovativo, che non venne messo in pratica, divenuto poi un modello esportato con successo in altre realtà analoghe della penisola.

 

 


 

Villaggi Schisina

Una delle storie più singolari è quella dei Villaggi Schisina, nel territorio di Francavilla di Sicilia: sette piccole frazioni che furono costruite dalla Regione nel 1950 per dare un alloggio ai contadini assegnatari delle terre circostanti: vecchi latifondi che avrebbero poi potuto riscattare a canone agevolato e dilazionato. In tutto furono costruite 164 abitazioni, da assegnare per sorteggio, ma la loro sorte fu avversa già dall’inizio: le case, piccole, prive di luce e senza acqua corrente, si prestavano poco e male a essere abitate dai contadini e dalle loro famiglie, e gran parte di loro ne rifiutò l’assegnazione, mentre gli altri decisero di andar via poco dopo. Sta di fatto che dopo circa dieci anni, nel 1960, solo pochissime abitazioni erano abitate saltuariamente, nella stagione dei lavori agricoli. Il resto era deserto. Come deserto lo è tutt’ora. 

 

 

Il più grande dei villaggi (alcuni dei quali con piazze, chiese e scuole), è quello che dà il nome a tutta l’area, Schisina, dove sono ambientate alcune scene del film L’avventura, di Michelangelo Antonioni, girato in parte anche a Messina, sul viale San Martino.

Gli altri sei si chiamano Borgo San Giovanni, Bucceri-Monastero, Pietra Pizzuta, Malfìtana, Piano Torre e Morfia (foto in basso tratte da Wikipedia e Pinterest)

 

 

 

Qui un video realizzato da TodoModo Tv:

 


 

Borgo Pantano

Arroccato su una collina dove regnano la pace e il silenzio, il piccolo paesino comprende una trentina di edifici e si estende su circa 17 ettari di superficie, a circa 220 metri sul livello del mare. In base alle ricostruzione storica e alle poche fonti disponibili, il Borgo ebbe origine nel 1296, con l’insediamento del monastero delle Suore Latine della Diocesi di Messina, che risiedettero lì fino al 1304, mentre risale al 1348 l’arrivo delle comunità ebraico-spagnole, provenienti da Messina, in cerca di località più salubri dopo l’arrivo della peste, che si dedicarono alla produzione di erbe officinali grossomodo fino al 1492, anno di emanazione dell’editto di espulsione degli ebrei emanato da Ferdinando D’Aragona e Isabella di Castiglia. In seguito Pantano si trasformò gradualmente in un borgo rurale e sopravvisse nel silenzio grossomodo fino agli anni ’60 del Novecento, quando contava appena una settantina di abitanti (foto di Ivan Tornesi).

 

 

Una storia, quella del Borgo, che pare intrecciarsi con quella della storica farmacia di Roccavaldina ed è piena di numerosi interrogativi e peculiarità, a partire dai canoni architettonici legati alla tradizione ebraica e dalla presenza di una torre “Bagliva” (andata perduta). Immerso nella natura, è caratterizzato anche da una piccola chiesetta, da “pozzi di comunità” e da atmosfere bucoliche e mistiche. A settembre di quest’anno, il Borgo, che da anni ospita eventi, concerti, spettacoli e mostre, grazie a un progetto di rifunzionalizzazione, è stato una delle mete messinesi selezionate dalle Vie dei Tesori.

Proseguendo verso Rometta Superiore, lungo la SP56, si possono ci si imbatte anche nei piccoli borghi di Scalone e Oliveto, anch’essi ormai non più abitati o quasi.

 


 

Borgo Milè

Situato nei presi di Galati Mamertino, è stato abitato fino alla metà del diciannovesimo secolo circa, quando una frana minacciò la sicurezza delle abitazioni, costringendo gli abitanti a un esodo forzato. Nei pressi del villaggio scorre ancora un corso d’acqua e non si arrendono al tempo i resti di un vecchio mulino. Si tratta di un piccolo agglomerato di edifici in pietra locale, con solai, infissi e scale interne in legno, mentre la copertura è in coppi di terracotta. Qui per ulteriori info.

 

Foto tratta da Siciliaedonna.it

 


 

Borgo Rajù

Nei pressi di Fondachelli Fantina si trova questo borgo abbandonato, dalla storia decisamente amara. Agli inizi degli anni ’80 infatti, precisamente nell’ultima notte del 1972, una violenta alluvione si abbatté sulla frazione facendo esondare il torrente Fantina e costringendo gli allora circa 400 abitanti a spargersi tra i paesi limitrofi. Purtroppo la forza del fiume portò con sé anche un’intera famiglia, composta da 4 persone. Circondato da un piccolo bosco, è meta di motociclisti da cross ed ha ospitato competizioni di soft air. Le abitazioni, sebbene malridotte e ormai prese d’assalto dalla vegetazione, sono quasi tutte aperte e visitabili. Qui altre info.

Qui un video pubblicato sul canale YouTube “In Viaggio con Te”, di Mirco Mannino.


 

Bazzina Alta

La “contrada” Bazzina è una delle località dell’isola di Alicudi, nelle Eolie. È divisa in Bazzina Bassa, dove è presente una spiaggia raggiungibile solo dal mare, e Bazzina Alta, che sovrasta la parte marittima ed è la frazione abbandonata, sebbene non siano noti i motivi dello spopolamento, dovuti probabilmente a motivi logistici e alla carenza di strade. Qui per altre info e foto.

Foto di Veronica Crocitti (https://www.scorcidimondo.it/borghi-fantasma-e-paesi-abbandonati-messina-sicilia/)


 

L’antica Castania

Ben diversa la storia di Castania, che sorge a meno di un chilometro da Castell’Umberto, di cui ne rappresenta l’antichissimo centro storico (il centro abitato si trasferì nell’attuale sede con Regio Decreto datato 8 giugno 1865), dove è possibile ammirare il tessuto urbano tipicamente medioevale, i resti delle chiese, i ruderi del castello, un antico frantoio, fontane e i vicoli sui quali si affacciano le caratteristiche case in pietra arenaria.

 

 

Posizionata sui Peloritani, lungo la valle del fiume Fitalia, della sua ubicazione ne parla il geografo arabo Al Idrisi nel secolo IX ed è accertata dai bizantini di Demenna, colonia spartana sui Nebrodi. «I ruderi di diversi castelli e le numerose torri esistenti (divenuti campanili) – si legge in una scheda del Fai – testimoniano un passato misterioso». Il borgo fu abbandonato progressivamente a seguito di una serie di smottamenti ed eventi franosi avvenuti alla fine del 1800. Qui per ulteriori info.

 

Qui un video tratto dal canale YouTube Antonino Matteo Messina Paranta:


 

C’era una volta Gioiosa Guardia

 

Situato a 825 metri sul livello del mare, sul colle Meliuso, sorge l’antico borgo di Gioiosa Guardia, dove un tempo risiedeva il centro cittadino, trasferitosi poi sulla costa in seguito al terremoto del 1783 (seguita da una grave invasione di cavallette e da una carestia, narrano le cronache), dove nacque il nuovo abitato di Gioiosa Marea.
Il borgo, di cui oggi non rimangono che ruderi, si formò intorno al 1060, a partire dalla costruzione della Torre “Oppidum Guardiae Joiusae”, da cui si può godere di uno splendido panorama che spazia dall’Etna alle Isole Eolie. Il patrimonio artistico recuperato da “Gioiosa Vecchia” è oggi custodito in vari edifici storici e religiosi di Gioiosa Marea, come ad esempio una scultura in marmo del Cinquecento raffigurante la Madonna della Catena.

Gli scavi dell’antico abitato, portati avanti dal 1981 dalla Soprintendenza di Siracusa, lascerebbero presupporre l’esistenza del sito sin dall’epoca preistorica, con tracce di un abitato indigeno dell’età del ferro e di un abitato greco.

Gioiosa Guardia fu fondata nel 1363 da Vinciguerra d’Aragona, sotto il regno di Federico III d’Aragona, e pare fosse caratterizzata da numerose torri e fortezze. Fra le ultime a lasciare il sito, agli inizi del 1800, furono le suore del convento di Sant’Anna.

 

Foto Siciliafan.it

 

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