Finalmente ho visto il film Cruel Peter scavalcando la mia diffidenza e tutti i miei pregiudizi per il genere horror, e per questo di certo ha giocato la personale conoscenza dell’autore e sceneggiatore. Avevo anche la curiosità di vedere come la scrittura e lo sguardo quadruplo dei due registi Ascanio Malgarini e Christian Bisceglia, insieme al lavoro di fotografia di Duccio Cimatti e al cast degli attori, al… canto di Tony Canto, avessero elaborato e restituito quel luogo speciale, che un po’ di genio in effetti lo ha, cioè Messina, la più strana tra le città siciliane.

Messina è una città ariosa e ventosa ma piena di fantasmi, che come Peter non ha avuto pace malgrado il miracolo della sua ricostruzione dopo tutta quella morte provocata da peste, colera, terremoti e poi ancora dai tappeti di bombe del secondo conflitto mondiale. Qui, il cielo del mare dello Stretto è un incredibile produttore di luci ed effetti speciali, qui, la cappa mortale di afa che fa svenire alcune città di Sicilia può essere spazzata via dai venti incrociati e turbinosi incanalati dagli affacci sui due mari, qui, nei giorni della “Lupa” le case, le montagne e le creste dei valloni possono sparire nella densità sospesa del vapore acqueo sollevato dal mare, qui le nuvole possono diventare improvvisamente cumuliformi e persino pennellarsi di una strana luce delle Fiandre.

Christian Bisceglia lavora fuori, ma a Messina ci è cresciuto e ne conosce i pregi e i difetti, sa trovare le parti ancora comprensibili in filigrana e le parti a rischio di dissolvenza. Ha individuato Messina non solo come set del suo/loro film ma soprattutto come possibilità. La possibilità di generare una storia, la possibilità di fare un film, la possibilità di intuire e mostrare l’invisibilità di un luogo. Con la libertà del linguaggio del cinema e dentro il vincolo del genere Bisceglia è riuscito a realizzare la possibilità di connettere parti di storie umane ed urbane, arie, luci, premesse e conseguenze, affacci internazionali e affioramenti locali dentro uno sforzo non solo autoriale ma collettivo e produttivo.

Certo vorrei evitare la presunzione di fare la recensione al film perché il cinema pur essendo arte popolare e distratta ha una sua specificità linguistica e su questo mi manca la struttura e la profondità sintattica. E quindi parlo di immagini e ricostruzione della possibilità di restituire le immagini di un luogo. Così comunque parlo di cinema? No, no: entro in tema con un battito di ciglia e strizzo gli occhi di scanto pauroso per l’orrore di per sé atopico in cui vorrebbe guidarmi Cruel Peter. Parlo invece di un metafilm che si è fatto strada dentro il film, un testo dentro il testo, una filigrana pronta ad apparire per chi vuol vedere o almeno intuire una delle possibili letture di questo luogo.

Perché un film può avere un rapporto privilegiato con i luoghi, li suggestiona e ne è suggestionato. Il cinema orienta la visione dei luoghi e ne ricostruisce persino delle parziali identità con il lampo della meraviglia.

Io non credo affatto che la città abbia un’atmosfera gotica, e per questo dovrei dilungarmi in spiegazioni urbanistiche ed architettoniche ma Cruel Peter ne ha saputo coglierne alcuni frammenti per inventarne un percorso funzionale ed ancorato al soggetto e alla sceneggiatura e che grazie alla magia della costruzione delle sequenze cinematografiche si presenta persino denso e strutturato. Molti di questi frammenti gotici appaiono e si consegnano alla storia del cattivissimo Peter, per un verso, grazie allo sguardo e alla lente di ingrandimento usata dei registi, ma anche per l’inconsapevole “fortuna” derivata dall’inerzia e dall’abbandono dei luoghi da parte dei suoi stessi cittadini.

I messinesi infatti per ignavia hanno trasformato la purezza neoclassica del Famedio del Cimitero monumentale e le sue relazioni elettive con la botanica, in un oscuro ruinismo accentato dalle sconnessioni delle lapidi e dall’invadenza delle erbacce senza alcuna manutenzione, contrappuntato dagli squarci inquietanti nelle tombe a sarcofago e nel diffuso avanzamento del mondo vegetale sulle urne foscoliane. Un cimitero contiene sempre un’enorme quantità di materiali costruttivi e di “oggetti di scena”, di rappresentazioni, di simboli e follie narrative, di arti plastiche opposte alle tensioni spirituali. Ma qui a Messina il Cimitero è anche un prodigioso e sontuoso set quasi pronto per chi deve fare un film dell’orrore o un viaggio nel gusto romantico e pittoresco filtrato dallo scirocco e le simbologie nere e mediterranee, ma il primo a farlo questo film è stato Christian Bisceglia e ha convinto gli altri suoi compagni di avventura a farlo proprio qui, con grande professionalità, per fare un film fatto bene.

Le altre architetture presenti nel film, dal Cenobio neogotico di Giacomo Fiore o quelle codificate nell’articolato mondo eclettico di Villa Roberto rimaneggiato con l’occhio classico di Camillo Puglisi Allegra o quelle definite dai filtri accademici delle architetture degli anni 30 nel Seminario Arcivescovile o ancora nelle sovrapposizioni architettoniche e simboliche del Sacrario del 1937 sull’antica fortezza di Mata e Grifone si annodano misteriosamente grazie all’occhio di chi racconta per visioni, il cinema permette pure delle impossibili convivenze: il taglio, l’inquadratura e la distanza hanno poi completato il piacevole inganno delle concatenazioni temporali intingendo nelle tante suggestioni luminose che provengono dalla pittura dei viaggiatori stranieri ottocenteschi che hanno disegnato e colorato con tanta produzione una Sicilia misteriosa e tutta da scoprire.

Ma quindi a Messina esiste un Genius Loci gotico e orrorifico? Esiste un Genius Loci mediterraneo e netto? Esiste un Genius Loci arcaico e resistente? Esiste un Genius Loci moderno e intermittente? Basta saper cercare il tema, guardare bene e scegliere perché “Guardare non è ricevere, ma ordinare il visibile, organizzare l’esperienza”.

Un film non è solo un film ma è anche una selezione del visibile funzionale e necessario alla narrazione della storia, un film è anche una pratica narrativa che intercetta l’essenza di alcuni luoghi un po’ come se fosse un tentativo magico di estrarne il genio.

Messina è una delle città la cui immagine , nel corso dei secoli, è stata ampiamente rappresentata e veicolata sul mercato internazionale dei commerci e delle suggestioni, vedute architettoniche e di paesaggio, elementi geografici e tratti naturalistici sono stati i materiali di scambio internazionale e di costruzione dell’idea di luogo, quella città però non viveva solo di immagini o racconti ma anche di sostanza materiale. Riorganizzare le idee del mondo sulla città è possibile, sconfinando dal soffocante localismo del presente, resta però il dubbio che la generosità anche amorevole di alcuni suoi cittadini (spesso non più abitanti) e impegnati in questo periodo come non mai alla riscrittura e narrazione della città invisibile e distratta, non vengano sostenuti dall’operosità materiale e politica di chi invece è abitante quotidiano.

Le storie, le visioni e i disegni sono importanti e ci aiutano, ma tutti noi dovremmo costruire la città e come per i film dovremmo dire aldilà del genere – comedy, horror, drammatico o splatter – che bisogna pensare fare e rifare sempre la città, ma farla bene.

 

 

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