di Agostino De Caro
L’idea per questo articolo è venuta sfogliando il dizionario di dialetto messinese scritto dal compianto Saverio Quartarone, ex medico e discendente da una famiglia sopravvissuta al terremoto. Quando nacque Quartarone era il 1920, Messina andava ricostruendosi, alcuni edifici storici erano ancora in piedi e moltissimi sopravvissuti erano ancora in vita. Il vocabolario si chiama: ‘aparrata missinisa, edito da EDAS.
Partiamo dalla parola DANGILOSU
Mia nonna, classe 1914, proveniente da una famiglia pre-terremoto, me la urlò un giorno mentre scorrazzavo per casa a piedi scalzi come un forsennato: “statti attentu chi è dangilosu!” Qualche anno dopo sentendo la parola francese: dangeroux mi si aprì un mondo, suona simile, ed ha esattamente lo stesso signfificato: pericoloso. La parola inglese dangerous viene infatti dal francese. Che questa parola sia arrivata a Messina con i normanni, con gli angioini o attraverso le migrazioni gallo-italiche non è facile saperlo. Il collegamento con la lingua francese è sicuro. Ho sentito questa parola anche recentemente a Spadafora, dove un simpatico signore al frantoio cominciò a parlarmi della scarsa qualità di alcune ceste che lui usava, e che potendosi rompere facilmente causando la caduta delle olive erano quindi dangilusi.
Altra parola che ha connessioni con il francese è il termine IFFULA
Ci tirau ‘na ‘iffula!, oppure ‘u ventu oggi tira ‘iffuli! Questa parola più precisamente significa:“manrovescio”, che è il contrario di ‘mmoffa, termine che è invece riferito a un colpo con il palmo della mano. Ci auguriamo in entrambi i casi che non vi troviate mai a volerne tirare una a qualcuno. Questa è collegata al francese gifle, che in passato aveva lo stesso significato, e che oggi indica semplicemente schiaffo. Anche per questa parola, nonostante la sua sicura connessione francese, non è facile risalire all’esatto contesto in cui arrivò, ma non è il nostro intendo dirlo con certezza. Piuttosto cerchiamo di stuzzicare la curiosità, elencando le possibilità in gioco.
Comunemente in siciliano si crede che la parola MIZZICA! sia semplicemente un sostitutivo edulcorato della parola minchia; abbiamo invece qualche indizio per credere che le due parole siano nate indipendentemente l’una dall’altra. In passato, una notevole quantità di famiglie maltesi è emigrata in Sicilia e viceversa. Intere città e quartieri furono popolate da coloni provenienti da Malta. È il caso di Vittoria, ma sopratutto di Pachino, i cui abitanti sono tutti di origini maltesi. Nell’arcipelago maltese, soprattutto a Gozo, si usa l’ espressione ‘uzzik, che ha esattamente lo stesso significato di mizzica; stupore e sorpresa per una notizia imprevista, bella o brutta che sia. L’ipotesi che la parola mizzica sia un vocabolo a sé stante e che sia imparentato con il maltese uzzik, potrebbe essere avvalorata dal fatto che in lingua maltese, uzzik non sostituisce la parola minchia, poiché quest’ultima non esiste nell’arcipelago maltese non ci sarebbe bisogno di rimpiazzarla con un termine più edulcorato. Sembra che in nessun altro paese si usi una espressione simile. Neppure in arabo (ringrazio gli amici del gruppo di appassionati e studiosi di lingua maltese e dei suoi dialetti Kelmet il-malti per il loro contributo).
STRAFALLARIU è una persona un po’ disordinata e dal carattere un po’ bizzarro.
Non è una parola negativa in sé. La parola probabilmente viene dallo spagnolo estrafalario che ha lo stesso significato. Il tipo strafallario per eccellenza era certamente il nostro Giufà, ma se nel resto della Sicilia Giufà assume le caratteristiche di una figura più prettamente comica ma buona e riflessiva, il Giufà calabrese e quello di Messina sono leggermente diversi. Nei racconti popolari calabresi e dell’area dello Stretto, Giufà è esattamente uno strafallario: un tipo strambo, distratto, con la testa per aria, ma furbo e creativo. Questo Giufà è più simile al Giufà giudeo-spagnolo e sembra che siano state proprio le comunità ebraiche della penisola Iberica che migrando verso il sud Italia ne conservarono e tramandarono i racconti in Italia.
Ma …. che NNICCHE-NNACCHE?
In base al suo carattere interrogativo e alle basi latine della lingua siciliana, si ipotizza che possa derivare dalla frase latina: quid hic in hac, letteralmente: cosa in questa?, o più prosaicamente ma che stai dicendo?. Potrebbe essersi tramandata direttamente dal periodo romano, oppure potrebbe essere nata nei secoli successivi, quando il latino era lingua della fede, dei documenti e dei colti (assieme al greco). L’ipotesi latina è validissima. Ma un’altra merita di essere fatta. Come la parola sciuscià nella lingua napoletana storpiava il lessema inglese shoe-shine (lucida scarpe), similmente ‘nnicche-nnacche potrebbe essere derivata dall’inglese, ma non dagli americani. Durante tutto l’800, tra militari, commercianti (e quindi marinai), imprenditori e ambasciatori, la Sicilia era piena di britannici, e lo era cosi tanto che ad inizio ‘800, gli inglesi si impossessarono di una provincia siciliana, ovvero di Malta, che diventò inglese a seguito di trattati con la Francia nel 1810 nel contesto delle guerre napoleoniche. Gli inglesi durante tutto l’ 800 erano davvero molto presenti in Sicilia. Grandi quantità di vino, limoni, arance, uva passa, tonno, acciughe ed essenze partivano dal porto di Messina e dagli altri porti siciliani, costantemente. A Messina gli inglesi erano di casa, ma ne parleremo in un altro articolo.
Esiste una parola inglese che era molto usata nell’800 che individuava oggetti di piccola fattura, molto diffusi, che venivano chiamati knick-knacks. I knick-Kacks potevano anche essere pregevoli, ma la maggior parte delle volte erano oggetti comuni: minuterie, bamboline, piccole statuette, portacandele, scatoline, piccole stampe, oggetti carini certo, ma niente di particolarmente importante o costoso. Knick-Knacks, in inglese, si pronuncia senza la K e suona nick-nacks. In siciliano questa parola non è usata soltanto come interrogativa, come sarebbe la frase in latino. Sarà capitato anche a voi di sentir dire “basta cu sti nnicchi-nnacchi”, cioè “basta con queste sciocchezze”, passiamo alle cose importanti. Nella frase affermativa apparirebbe più chiaramente che nnicchi-nnacchi si riferisca a degli oggetti di poco valore, e che la frase non nasca da una domanda in latino.
Altra ipotesi, divertente ma assai poco probabile, è che la parola possa essere sinonimo di millanterie, che venivano chiamate nnicchi-nnacchi a causa del brigante lucano Giovanni Summa, detto ninco-nanco (antenato dell’artista Fedez), che nell’ 800 ebbe la fama di essere una specie di supereroe, negativo o positivo a seconda dei punti di vista. Raccontare delle storie di dubbia eroicità, esagerandone lo spirito avventuriero, per sembrare ninco-nanco… ? Ma chi nnicchi-nnacchi?
L’AUTORE: Nato a Messina nel 1984 da famiglia messinese e salernitana. Ho studiato restauro architettonico a Reggio Calabria nel 2005\09 per poi diplomarmi come arte-terapeuta a Roma, con il prof Vezio Ruggeri alla sapienza di Roma, ispirato dal maestro Angelo Tripodo (R.I.P.), mio insegnante di batteria. Sognando di recuperare una vigna di famiglia a Camaro, mi sono avvicinato alla viticoltura, diplomandomi sommelier con la scuole A.I.S e WSET. Con il dottorMatteo Allone e l’associazione Ortogether abbiamo realizzato degli orti sociali per l’ inclusione delle diversità. Dopo aver girato vigne, cantine e ristoranti in vari paesi, mi sono trasferito in Irlanda; paese che mi ha adottato. Qui, ho lavorato prima in agricoltura (mucche, mele, sidro), e gestito una enoteca nella contea di Waterford, per diversi anni. Oggi lavoro con l’ azienda vinicola Terra Costantino sull’ Etna a Viagrande (Ct), collaboro part-time come operatore di musico-terapia a Messina, nei laboratori “suono & ritmo” di Giovanna La Maestra e Francesca Billè. Amo gli appennini e le calabrie; mi rivedo spesso nei versi del poeta Walt Withman: “Mi contraddico? Sì certo mi contraddico, Io sono ampio, contengo moltitudini”.





