MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Antongiacomo Rizzo, chirurgo, docente universitario ed ex sindaco di Alì Terme, che fa i conti con le conseguenze del ciclone Harry e sull’utilizzo di fondi e risorse.
Di seguito il suo contributo:
Il ciclone Harry ha devastato la costa jonica come non accadeva da tempo, ma non come non era mai accaduto. Chi ha memoria ricorda bene il 2008, quando tra Alì Terme e la Jonica messinese piogge violente provocarono morti e dispersi, trascinando via case, strade, persone. Allora come oggi, il territorio fragile presentò il conto. E allora come oggi, il vero spartiacque non fu l’evento naturale, ma ciò che venne fatto – o non fatto – dopo. Per questo il giorno successivo a una catastrofe non è mai solo cronaca: è una prova di responsabilità collettiva.
Anche questa volta, in mezzo alla distruzione, si è vista la parte migliore delle nostre comunità. I ragazzi di ogni paese colpito, ai quali si sono aggiunti amici arrivati da fuori, hanno dato vita a un abbraccio di solidarietà spontaneo e potente, che richiama alla memoria quello degli “angeli del fango” accorsi a Firenze dopo l’alluvione del 1966. In quei volti c’è la risorsa più grande della Sicilia e dell’Italia. Ed è doloroso constatare che questa energia civile, capace di tenere in piedi un territorio nel momento peggiore, venga poi dispersa, costretta a cercare altrove un futuro che qui continuiamo a rimandare. Poi arrivano i conti, che non hanno poesia ma decidono tutto.
Le risorse esistono, ma vanno individuate e governate con metodo. Ci sono fondi nel bilancio nazionale già stanziati e non ancora pienamente utilizzati, come quelli destinati al Ponte sullo Stretto, in parte impegnati per progettazioni e attività preliminari ma non ancora tradotti in opere. Ci sono risorse del PNRR non ancora spese, che rischiano di essere restituite all’Unione europea se non impegnate entro le prossime scadenze. Occorre verificare quante di queste somme insistano sui territori colpiti e quantificarle con precisione. Su questa base, attraverso l’ANCI e la sua consulenza legale, è possibile costruire una proposta di fattibilità: utilizzare temporaneamente tali risorse come garanzia per un’emissione di debito pubblico a breve termine, destinata esclusivamente alla ricostruzione e rimborsabile nel breve tempo con fondi nazionali per le calamità e trasferimenti pubblici.
Ma la lezione più amara viene da lontano e riguarda noi amministratori. Dopo il 2008, troppi sindaci non hanno imparato. Invece di governare i bilanci come farebbe un buon padre di famiglia – accantonando risorse, creando un salvadanaio per le emergenze, stipulando una polizza assicurativa contro i rischi climatici, ovviamente facendo pagare ai cittadini la loro minima quota – si è preferito inseguire consenso effimero. Distrazioni di bilancio che si dilettano in spese tanto improbabili quanto le follie di certe famiglie, le quali, piuttosto che coltivare le lodevoli virtù della laboriosa formica, si abbandonano con gusto al frivolo ardore della cicala, cantando e spendendo senza alcuna seria preoccupazione per l’avvenire. La smemoratezza dei cittadini aiuta, ma non assolve. Perché quando il fango torna, e torna sempre, a pagare non è il bilancio: sono le persone. E questo, da chi ha già visto morire qualcuno, non può essere dimenticato.
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