PALERMO. Una lettera aperta al Ministro dei Trasporti Matteo Salvini, al presidente della Regione Renato Schifani e al sindaco di Catania Enrico Trantino. A scriverla, su substack, è Claudia Fauzia, attivista e saggista siciliana con un grosso seguito sui social. Esperta in studi di genere, è impegnata da anni nell’analizzare e affrontare le disparità geografiche e sociali, con un focus sul “femminismo terrone”. L’argomento sono i disagi patiti dai viaggiatori all’aeroporto di Fontanarossa (fra cui la stessa autrice, “dirottata e abbandonata” a Comiso), la gestione degli scali in Sicilia e le criticità di treni e infrastrutture nell’Isola. Sul tema Fauzia è intervenuta anche su instagram, in un video: «Nessuno chiede al vulcano di smetterla di fare il vulcano. Questa non è la storia di un territorio in cui è impossibile muoversi per caratteristiche morfologiche. Questa è la storia di una pessima gestione istituzionale di una condizione che sbagliamo a definire emergenziale».

Di seguito il testo della lettera: 

«Ministro Salvini, e con lei chi in questi mesi ha gestito, o non gestito, gli aeroporti della Sicilia orientale,

in queste settimane l’Etna ha ripreso a emettere cenere vulcanica in atmosfera, una nube che sospesa nei venti in quota può danneggiare i motori dei velivoli. Per questo lo spazio aereo attorno al vulcano viene chiuso a scaglioni secondo la direzione del vento e l’altezza della nube, mentre l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia monitora l’attività in modo costante ed emette bollettini pubblici su una scala di allerta a quattro colori, così che quando l’allerta sale si sappia già, con ore di anticipo, se e quanto l’aeroporto di Catania rischia di fermarsi. Un rischio che chi vive qui, me compresa, conosce da tempo e non da questa estate. Questo meccanismo nel giro di poche settimane ha portato alla cancellazione di decine di voli e al dirottamento di altri verso Palermo, Trapani e Comiso, gli scali chiamati ogni volta a coprire un vuoto che Catania da sola non riesce ad assorbire.

Le testimonianze di questi disagi sono tante, e tra queste c’è anche la mia.

Fanpage.it racconta che una famiglia in viaggio aveva un volo Ryanair da Catania per Napoli e si è ritrovata dirottata su Trapani, dall’altra parte della Sicilia. Al banco della compagnia le hanno detto soltanto di provvedere con i propri mezzi, e da lì hanno perso il volo, speso oltre centocinquanta euro per un autobus notturno passando da Messina, e sono arrivati a casa alle sei del mattino dopo un viaggio che doveva durare poche ore. Il Sole 24 Ore conta almeno trentaquattro voli cancellati e decine di collegamenti dirottati, con l’aeroporto di Catania fermo fino a sera.

Due giorni prima di scrivere questa lettera ero io su un volo diretto a Catania, dirottato su Comiso, un aeroporto pensato proprio per assorbire queste giornate ma senza nessun servizio di trasporto pubblico organizzato ad attendere chi scende dall’aereo. I tassisti chiedevano cifre fuori mercato, l’unico pullman di una compagnia privata partiva dopo un’ora e non sapevo se ci sarebbe stato posto per tutti, così ho chiamato una persona amica e le ho chiesto di venirmi a prendere, e ho pagato una cifra considerevole di benzina per tre ore di macchina sotto un nubifragio, per una distanza che con un servizio pensato per queste giornate si copre in molto meno tempo. Vivo e lavoro in Sicilia per scelta, e proprio perché ci vivo viaggio spesso, per lavoro, perché è così che mi guadagno da vivere, e perché credo che raccontare le cose da qui, con lo sguardo di chi la Sicilia la abita davvero, sia un punto di vista che il nostro paese non può permettersi di perdere. Ogni volta che un imprevisto come questo mi costringe a soluzioni di fortuna, a rischiare di saltare è la possibilità stessa di continuare a fare questo lavoro da qui.

Vivo a Catania da quattro anni, e in questo tempo l’Etna è entrata in attività, con ricadute sui voli, così tante volte che ho perso il conto, qualcosa come un centinaio, forse di più. La normalità di chi abita vicino a un vulcano attivo e monitorato ha proprio questa forma, fatta di bollettini che si leggono in anticipo e di chiusure che si sanno prima ancora che arrivino. Chiamare emergenza ogni singola volta è una scelta di linguaggio che permette a chi dovrebbe risponderne di non pianificare quello che sa già accadrà di nuovo.

A mancare, in tutto questo, è l’amministrazione di chi dovrebbe gestire le conseguenze di un rischio conosciuto, ed è per questo che mi rivolgo direttamente a lei e a chi le sta accanto in questa responsabilità. Quando un volo viene dirottato da un aeroporto a un altro per una causa come questa, le compagnie aeree hanno un obbligo scritto nel regolamento europeo numero 261 del 2004 che esclude un risarcimento economico quando la causa è una circostanza eccezionale, come un’eruzione, ma non esclude l’obbligo di assistenza, che comprende il trasferimento gratuito tra i due aeroporti coinvolti. Il Codacons lo aveva ricordato già a luglio, chiedendo all’ENAC, l’ente nazionale che vigila sull’aviazione civile e che dipende dal suo ministero, di far rispettare questo obbligo alle compagnie, e a settembre lo schema si è ripetuto identico, stessa dinamica, stesso arrangiatevi raccontato da un altro passeggero, segno che quella vigilanza non ha prodotto correzioni nel frattempo.

Gli aeroporti di Catania e di Comiso sono gestiti dalla stessa società pubblica, la SAC, il cui azionista di maggioranza è la Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, un ente commissariato da tre anni, senza organi eletti dalle categorie produttive che dovrebbe rappresentare, guidato da un commissario nominato dal governo che in questi mesi sta portando avanti la vendita della maggioranza della società a un operatore privato internazionale. Quei quarantasette milioni di euro di una concessione europea già approvata e non ancora spesi, fermi proprio a Comiso, raccontano la decisione di non costruire un servizio di navette organizzato, un accordo con i trasportatori locali, un piano capace di evitare a chi atterra lì di contrattare un taxi nella notte o chiedere un passaggio a un’amica sotto la pioggia. La Regione Siciliana è azionista al 25% della SAC e guida la cornice politica di questa vendita, senza aver imposto, che io sappia, nessun vincolo di servizio pubblico legato alla gestione di queste emergenze come condizione della cessione.

Poi c’è il treno, il capitolo più silenzioso di questa vicenda ma che la riguarda altrettanto. Il suo ministero e Rete Ferroviaria Italiana stanno investendo oltre dieci miliardi di euro per raddoppiare e velocizzare la linea Palermo-Catania-Messina, un’opera enorme, la più importante mai realizzata in Sicilia, che porterà i tempi di percorrenza tra Palermo e Catania a circa due ore, contro le quasi tre attuali. Due ore però restano lontane dagli standard delle linee ad alta velocità italiane costruite su tracciati nuovi pensati apposta per correre veloci. Chi ha seguito da vicino il progetto racconta che la scelta di puntare sulla velocizzazione di una linea esistente, invece che su un tracciato pienamente ad alta velocità, sia stata compiuta già tra il 2011 e il 2015. Se un’infrastruttura di quel livello richiede un decennio per essere realizzata, la decisione di rifarla bene va presa ora, non tra vent’anni, quando l’ennesima nube di cenere avrà reso ovvio, di nuovo, quanto la Sicilia orientale dipenda da un solo aeroporto senza alternative rapide via terra.

Il conto di tutto questo lo pagano anche i settori che con gli aeroporti non hanno a che fare direttamente. Officine Culturali, la cooperativa che rende accessibile il patrimonio culturale di Catania, ha contato 4.884 visitatori nell’agosto di quest’anno contro i 5.480 dell’anno scorso, un calo del 10,9%, che nella seconda decade del mese, quella delle chiusure più pesanti, arriva al 23,6%, una riduzione di pubblico legata alla fiducia che un visitatore può avere di raggiungere davvero Catania nei giorni promessi, più che alla qualità del lavoro fatto in questa città.

Ministro Salvini, la spiegazione che un vulcano attivo renda tutto questo inevitabile non convince più chi vive qui e ha imparato a contare le chiusure a decine ogni anno. Restano il commissariamento che dura da tre anni, i quarantasette milioni fermi a Comiso, le segnalazioni di luglio rimaste senza risposta a settembre, e restano anche i nomi di chi quei fascicoli li ha in mano più da vicino di lei: il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, che con il suo 25% nella società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso guida la cornice politica della vendita in corso senza avervi legato, finora, nessun obbligo di servizio pubblico; e il sindaco di Catania Enrico Trantino, che dopo l’emergenza del 2023 aveva chiesto lui stesso più trasparenza nella gestione dello scalo, una richiesta di cui, tre anni e diverse chiusure dopo, non si vede ancora l’esito. A tutti e tre chiedo quanto ancora dovremo aspettare prima che qualcuno apra questi fascicoli».

 

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