Fatemi capire. Il Demanio Marittimo dà in consegna alla Città Metropolitana di Messina l’area di Capo Peloro in cui insistono i resti del cantiere navale “Sea Flight”, con l’intesa che l’Ente proceda alla demolizione dei corpi di fabbrica esistenti e alla messa in sicurezza dell’area. Alla fine di tali lavori la Città Metropolitana restituisce l’area al Demanio Marittimo,  che però non la tiene per sé, la trasferisce al Comune di Messina affinché sia destinata a una fruizione pubblica.

Due modeste domande.

Eccole. Non si viene colti dal sospetto che tutto questo passa e spassa sia una versione aggiornata del gioco delle tre carte, in cui a vincere è sempre il mazziere e mai l’ingenuo giocatore? Nel nostro caso i giocatori sono costituiti dall’intera comunità messinese, futura destinataria della pubblica fruizione promessa.

I cosiddetti ruderi dell’area “ex Sea Flight” erano presenze territoriali che, nonostante il colpevole degrado cui li si era voluti condannare in lunghi anni di indifferenza, costituivano uno dei rari esempi di archeologia industriale ancora sopravvissuti a Messina.

Ho l’impressione che tale disciplina sia sconosciuta agli amministratori locali, di ieri e di oggi, nonostante l’archeologia industriale sia considerata una realtà da tutelare alla stessa stregua degli altri beni culturali. Lo dimostra il fatto che l’ex Sanderson versa in analogo stato di degrado, e come in analoghe condizioni si trovino le strutture che ancora sopravvivono in questa città (la Fabbrica Restuccia, gli impianti di Villa De Pasquale, parti dell’Arsenale e poche altre).

Le strutture presenti nell’area erano dunque meritevoli di rimanere in piedi, opportunamente restaurate e consolidate, per almeno un duplice ordine di motivi: per il loro essere manufatti d’interesse archeologico-industriale e per il loro costituire la pregnante testimonianza storica di una stagione gloriosa per Messina, quella della cantieristica navale, che come tante altre stagioni felici di questa città è ormai ricordo di pochi.

A non voler contare poi l’essere stata tale area in anni ormai lontani luogo di spettacoli musicali e teatrali e di iniziative culturali autogestite di rilevante interesse.

Un terzo, o quarto motivo è legato a una particolare contingenza che ancora a me personalmente brucia, costituendo una delle, per fortuna poche, sconfitte subìte nella mia attività istituzionale di tutela. La sintetizzo in pochi capoversi.

Agli inizi del nuovo millennio, ancora responsabile della Sezione etno-antropologica della Soprintendenza, ho sottoposto a vincolo etno-antropologico la Nave Traghetto “Cariddi”, dismessa dalle Ferrovie dello Stato e acquistata dalla Provincia Regionale di Messina con una destinazione d’uso a Museo del Mare.

A seguito di tale dispositivo di tutela ho più volte sollecitato questa Amministrazione a mettere in pratica il progetto che stava all’origine dell’acquisizione evitandone in tal modo il progressivo degrado, e ho suggerito di trasformare la nave da “natante” a semplice “galleggiante”, risparmiando in tal modo le ingenti spese di mantenimento derivanti dalla necessità di tenerla – in quanto natante – nella posizione di comandata, e di collocarla su selle di cemento nel tratto di mare antistante lo spazio fieristico o addirittura collocarla a secco in apposito bacino di carenaggio da realizzare nella zona di Capo Peloro, con la prua rivolta verso lo Stretto. Proprio l’area ex Sea Flight. Solo in tal modo si sarebbe potuto pervenire alla realizzazione del Museo del Mare, struttura per la quale il bene era stato acquistato. Con quanto impatto simbolico, emozionale e promozionale su quanti giungessero a Messina via mare, ognuno può immaginarlo.

A tale proposta, ritenuta congrua anche in sede di Conferenza dei Servizi presso la locale Capitaneria di Porto, l’Ente proprietario non diede mai riscontro né seguito.

Dopo l’affondamento del bene tutelato ho trasmesso un copioso incartamento alla Procura della Repubblica per l’accertamento di eventuali responsabilità nella distruzione di un bene culturale sottoposto a vincolo.

Non ne ho più saputo niente, né mi pare che sia successo qualcosa in merito alla questione, se non un’ipotesi, alquanto bislacca e costosissima, di coinvolgimento della Soprintendenza del Mare al fine di fare della Cariddi un relitto visitabile. Ipotesi rispetto alla quale anche il compianto Sebastiano Tusa prese le distanze.

In quell’occasione dunque l’area avrebbe potuto riqualificarsi accogliendo un manufatto di enorme interesse storico (dal traghettamento alle traversie belliche) e tecnologico (il suo motore diesel-elettrico era in grado di alimentare l’illuminazione di un paese) e rifunzionalizzandolo a sede di quell’ormai fantasmatico Museo del Mare che sta nella bocca di tutti e nel cuore di nessuno.

Ma basta con i cahiers de doléances! Mi piace, a chiusura di questo intervento (che non intende, lo giuro, essere polemico con chicchessia, so bene come vanno le cose con la burocrazia elefantiaca che ci governa tutti), citare la performance territorialmente significativa posta in essere da un bravo artista dello Stretto, Demetrio Scopelliti il quale, con un’iniziativa che nel settore da me coltivato si definirebbe di urgent anthropology, ha installato alcune delle sue opere tanto nell’area in questione quanto in una zona analoga, l’area di Maregrosso, non a caso rimossa dal comune immaginario cittadino al pari di un cattivo passato con il quale la città non ha ancora fatto i conti. Tanto a Palazzo Scardino, sopravvissuto al terremoto del 1908, ai bombardamenti bellici e alle speculazioni edilizie, quanto nei pressi del Cavalcavia, in una zona solo da alcuni anni rianimata, e nella stessa area ex Sea Flight Scopelliti fa interagire la propria poetica con la nascosta poetica dei non-luoghi, dei luoghi in abbandono, in fuga dalla città moderna e chiassosa e ancora in attesa di progetti valevoli a riconferire loro il senso smarrito, o sensi nuovi.

Questo artista da sempre utilizza nei suoi dipinti, fortemente materici, i colori ruggine, mattone, ocra, variamente miscelandoli ora ad assumere configurazioni classiche ora lasciandoli liberi nella loro attitudine a embricarsi reciprocamente.

Adesso Demetrio ha accostato ai ruderi, ai mattoni sgretolati e alla ruggine dei ferri i suoi tondi, in cui i colori ruggine, verderame e mattone si squarciano lasciando il posto agli azzurri e ai verdemare. Non essendo io uno storico dell’arte, mi piace pensare che tale mutamento di colori e tonalità, testimoniato in luoghi divenuti privi di memoria, costituisca un auspicio che in un futuro spero non lontano la città possa riappropriarsi delle proprie antiche e dimenticate zone d’ombra.

 

 

 

 

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Minosse
Minosse
24 Luglio 2022 21:05

Gentilissimo,le sue considerazioni hanno una radice comune, ovvero la mancanza di propulsione da parte di un ceto intellettuale che, nonostante l’Università,è tristemente instupidito. Peraltro, se qualcuno avanza idee si ringrazia sentitamente, salvo poi fottersene beatamente. Ben venga l’oblio allora, fatto di rosticcerie di quarta scelta, locali tanto cari quanto dozzinali, provincialismo al top