MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Palmira Mancuso di +Europa, che condivide con la città la sua proposta per la coalizione di centrosinistra in vista del prossimo step per la scelta del candidato sindaco. Una riflessione che trae spunto dal dibattito in corso in previsione delle amministrative, per prospettare un futuro diverso per Messina. Nel segno di chi non c’è più (Giuseppe Sanò, Olga Cancelleri e Nino Cucinotta) e di tutte le donne.

Di seguito la sua lettera:

 

«L’esistenza è fatta di episodi, alcuni vissuti, altri che avremmo voluto vivere, ma soprattutto quelli di cui ancora non conosciamo gli effetti sulla nostra pelle.
Ecco di questi vorrei parlare: di quelli che vorrei arrivassero, insieme ad aria fresca. Un po’ di normalità: concetto che ho sempre contrastato, e che dalla morte di mia madre, seguita dalla pandemia, e dalla imminenza di una guerra nucleare, mi appare la più grande delle felicità. In questo vivere la dimensione di cittadina del mondo, facendomene carico e credendo a volte di avere davvero la facoltà di poter incidere sugli equilibri altrui, mi sono piuttosto convinta, e quindi rasserenata, sull’unica verità possibile: è davvero così facile, se ci pensiamo, cambiare il mondo. Perché l’unico che conosciamo è sempre alla nostra portata. È quello in cui abbiamo deciso di spendere tutto quello che possediamo: il tempo. Così sono i luoghi che non hanno più la dimensione del confine, della lontananza, dell’altrove. Così si può essere in più luoghi contemporaneamente, e per esempio essere a Messina ma sentirsi cittadina del mondo. O viceversa, sapere perfettamente cosa sta accadendo sulla strada che costeggia il mare per arrivare a casa tua, mentre magari ti trovi a camminare per le strade di Roma e non sai mai quanto davvero hai fatto per rimanerci, perché non ammetti a te stessa che in fondo stai meglio quando il panorama davanti a te è sempre un campo larghissimo. E mutevole.

La mia città non esiste. Esiste la mia comunità. Quella capace di farsi amare nelle sue contraddizioni, spesso matrigna, respingente, ma il luogo in cui tutti prima o poi vogliamo ritornare per sentirci pienamente in pace.
La mia città non esiste. Esiste una comunità impigrita e compiaciuta di se stessa. Anche dei suoi mali per intenderci. Insomma siamo sempre troppo avanti che ci giriamo su noi stessi per non cadere, finché ci arriva addosso un sasso, di quelli belli grossi, quelli che si staccano dai costoni e finiscono in autostrada e solo allora ti accorgi che ogni giorno passi da li senza pensare che la cosa possa in alcun modo riguardarti o succedere.
La mia città non esiste. Esiste invece la città degli altri. Di tutti quelli che l’hanno saccheggiata, portandosi altrove risorse e competenze, carattere e creatività, che come un tesoro ne hanno fatto il proprio anello: un cerchio magico che scatena guerre sociali e lascia che alle macerie se ne aggiungano altre.
La mia città non esiste. Perché è la città delle donne, dei giovani, degli uomini che sanno ascoltare.

Per la mia generazione restare o tornare a Messina è stata una scelta. Sempre. Lo è stata per me che dieci anni fa, seguendo un sogno romantico ma saldo nella concretezza di conoscere il mio mestiere, ho fondato un giornale. Un giornale che adesso non è più il mio ma è della città. Un giornale che mi ha tolto la vita e me l’ha data, che è stata la mia famiglia e la mia solitudine, che è il mio manifesto giornalistico, il luogo dove sperimentare il mestiere in cui credo, con l’indipendenza che è l’unica possibilità di rimanere credibili anche quando si sbaglia, perché ogni giorno è una sfida alla propria lucidità. E la quotidianità, si sa, non è fatta tutta di giorni memorabili.

In questa trincea mi ci hanno portato Sciascia, Montanelli, e il convincimento che solo alimentare un pensiero critico è l’azione che resta agli intellettuali.
Nata e cresciuta in un “sistema-città” di cui non mi sono sentita parte, col desidero di creare spazi per quelli che come me, e sono la maggioranza, non cercano scorciatoie per legittimare il proprio ruolo sociale, ho creduto di fare la mia parte. E sulla strada ho incontrato persone belle, che negli ultimi due anni hanno lasciato un vuoto generazionale. Per loro ho ancora voglia di restare, in un momento storico che impone quella che Hanna Arendt ha definito “etica della responsabilità”, cercando nuove strade per riconciliare pensiero e azione, etica e politica. Per restituire all’individuo il diritto/dovere di contrastare il conformismo di un pensiero egemone e di recuperare il ruolo della coscienza e della capacità di giudizio.

 

Giuseppe Sanò, Olga Cancellieri, Nino Cucinotta: sono tre persone, tre messinesi, che mancano alla mia generazione. Espressioni della città in cui credo: l’impegno seguendo i propri ideali, nella concretezza delle proprie aspirazioni, in politica, nella società civile, nell’imprenditoria giovanile. Con alla base una parola chiave: il rispetto. Rispetto per le differenze, complicità nelle scelte di campo, serietà nel portare aventi i progetti per affermare ciascuno anche nel proprio privato che esiste una sfera alta e profonda nell’affrontare il pubblico impegno.

Giuseppe ci ha consegnato la visione di una città inequivocabilmente marinara, dove il sale brucia sulla pelle dei pescatori e si asciuga su quella dei bagnanti, dove il paesaggio non è solo un panorama da cartolina ma un patrimonio da difendere; Olga la visione di una città necessariamente di frontiera per la lotta alle ingiustizie, capace di lenti adatte a distinguere cosa è mafia dentro quelle zone grigie di connessioni e intrecci soffocanti; Nino la visione di una città contemporanea, cosmopolita, ancora giovane per poter scommettere sul proprio futuro, sulla qualità della vita e del godersela. Nonostante tutto.

Non voglio quindi pensare all’indietro. Se non al passato più recente, che mette ancora adesso a dura prova la resistenza di chi quando sta per raggiungere un traguardo, si trova sempre un nuovo ostacolo.
E nel passato recente è stata l’elezione di Renato Accorinti ad iniziare uno spartiacque con l’immobilismo perpetrato da chi ha delegato al potere economico e ai centri di potere culturale, la prerogativa del governo della città.

Per la prima volta questa mia generazione si è trovata ad avere una speranza di cambiamento, in un tempo ancora politicamente immaturo, dove l’entusiasmo ha presto lasciato il posto all’individualismo, al benaltrismo, e a molti “ismi” di cui la sinistra progressista e movimentista soffre.

È una esperienza che ho visto nascere ed anche morire. Che però avevo inteso, soprattutto quando alla vigilia di una campagna elettorale che la sinistra messinese avrebbe potuto vincere a mani basse, avevo provato a salvare, con la mia improvvisa decisione di candidarmi, per lanciare un segnale a quelle stesse persone che oggi, fiaccate da una sconfitta che ci ha riservato una più tragica evoluzione del leaderismo nostrano, ci porta tutti a lavorare per un obiettivo condiviso ed un progetto d’insieme.

Riflessioni che all’epoca ho condiviso con i miei lettori, cittadini fuori dalla macchina elettorale, cittadini inconsapevoli o troppo stanchi o troppo occupati a sopravvivere per seguire le dinamiche di una società sempre più intellettualmente povera e politicamente analfabeta.

Rileggere col senno del poi quello che ho scritto in occasione di un passaggio che nella mia vita professionale è stato un punto di non ritorno, mi fa credere che in questo momento sia ancora più opportuno consegnare ad una pubblicazione riflessioni che su internet si perdono nel ginepraio di parole digerite dai social, cercando di fare sintesi in giorni cruciali che oggi mi vedono al fianco dei partiti di governo, dopo due anni trascorsi a creare quella praticabilità politica che attraverso Più Europa mi consente di rappresentare quell’area riformista e liberale di cui anche la sinistra messinese non può fare a meno.

La pluralità e l’esercizio attivo della cittadinanza, la partecipazione responsabile alla vita sociale per la difesa sia dell’identità personale sia dei valori dell’inclusione e dell’integrazione sono il terreno su cui cercare condivisione, e se è vero che la base elettorale che muoveva le strategie dopo l’elezione del 2018 è molto cambiata, la novità di queste ore è la volontà di cercare unità contro una stagione di lacerazioni a tutti i livelli.

Avere sottovalutato Cateno De Luca e sopravvalutato la propria capacità di mobilitare elettoralmente il territorio, ha consegnato ai messinesi tutti (di destra, di sinistra, movimentisti, di centro e di periferia) un periodo di grande instabilità che ha minato il già fragile terreno del sentirsi comunità.
La politica messinese è chiamata a fare un salto di qualità, e soprattutto parlando alla “sinistra allargata”, a non commettere lo stesso errore che si fece con Berlusconi quando ai tempi dell’Unione si sprecò l’occasione di cambiare davvero la cultura del Paese: e il motivo ora appare semplice, ovvero che il collante per le diverse sensibilità politiche era solo essere contro il Cavaliere senza avere la capacità di guardare oltre, alle riforme e al modello di sviluppo che si voleva opporre.

A Messina adesso arriva l’opportunità di segnare il passo: non propriamente “contro” Cateno De Luca, ma per il futuro della città. Perché a pensarci bene il primo cittadino dimissionario è il prodotto di un modo spregiudicato di concepire la politica, un populismo paternalista anche superato ma che nei nostri territori, indietro di una ventina d’anni su certe dinamiche sociali, ancora fa proseliti e riesce a parlare alla pancia della gente.
I toni pacati e ironici, lo “sberleffo” che poco prima delle sue dimissioni hanno portato in piazza molti messinesi non organizzati, sono il segno di una opposizione che esiste, che è cresciuta in città, e che vuole portare nella politica messinese un altro linguaggio, meno violento di quello con il quale si caratterizza ogni critica mossa da De Luca ai suoi oppositori.
Abbiamo dimenticato i lunghi mesi trascorsi dal sindaco a rincorrere il sogno sanremese: Red Ronnie, che di narcisisti se ne intende, è riuscito facilmente a solleticare le velleità del mancato musicista, e non sappiamo quanto questa adulazione sia costata alle tasche del primo cittadino e a quelle dei messinesi (viste le manifestazioni organizzate con le “consulenze” del critico musicale e persino con la presenza di Mogol).
Ecco dovremo ricordarci sempre chi abbiamo dinanzi, perché la politica si fa attraverso le persone. E ognuno ha i propri limiti.
Per questo creare un’alternativa a questa amministrazione è possibile, perché la differenza sarà nella costruzione dei rapporti di fiducia e nella visione del futuro: e su questo non ci sono soldi che tengano, ma sono le idee e le persone a fare la differenza.
La narrazione dell’uomo che si è fatto da solo, partendo con la valigia di cartone e coi soldi prestati, è una medaglia che nessuno può togliergli. Ma non giustifica il livore con cui si affrontano le sfide politiche e il disprezzo con cui si manifesta un senso di rivalsa che si traduce in una continua delegittimazione delle istituzioni e delle dinamiche democratiche.
Ora, parafrasando una più celebre frase, “non è il Cateno in se, ma il Cateno in me” che dobbiamo riconoscere e superare. Con coraggio e ora.

Non serve un amministratore di condomino, ma una visione politica. Simboli, partiti, strategie, nomi, campagna elettorale. In città il mese di marzo è un susseguirsi di pretese, distinguo, telefonate: con le elezioni senza una data definitiva, ma ormai inevitabili, il rischio è di farsi risucchiare dal vortice del cinico e lucido tatticismo di Cateno De Luca, che dopo aver usato Palazzo Zanca come trampolino di lancio per la sua ascesa alla politica nazionale su base meridionalista, è pronto a raccogliere i frutti di quel populismo velenoso che ha saputo ben attecchire nell’attendismo degli avversari. La capacità di usare la macchina amministrativa a suo vantaggio, piazzando uomini e clienti che ben presto saranno voti e santini, è una sfida che può far paura solo nella logica di una politica che più della visione e della prospettiva, si occupa di ragioneria.

Ma davvero ci serve un amministratore di condominio? Davvero dopo aver delegato alla magistratura la responsabilità di selezionare la classe dirigente, la politica non riesce a riaffermare se stessa?
Se la tradizione è un filo che ci permette di avere accesso all’interpretazione del passato, questo filo si è spezzato, dobbiamo avere la forza di pensare da soli: liberi dal fardello dell’appartenenza per gestire un patrimonio di esperienze senza il vincolo dei propri e legittimi dubbi, che devono restare solo strumento di costruzione e non di chiusura.
Nell’ultimo anno la faticosa ma puntuale capacità di creare “spazi di confronto” ha delineato il perimetro di quella che oggi, pur considerando l’inadeguatezza a comprendere fino in fondo il ruolo che riveste, la Gazzetta del Sud, un refuso in uno degli ultimi editoriali di Lucio D’Amico, ha trasformato la società civile in “società difficile”. Una società che fortunatamente però non ha perduto, tra mille difficoltà, la possibilità di analisi.

Se serve una visione serve una suggestione. Serve andare oltre la realtà come l’abbiamo studiata, assorbita, criticata. Serve una lungimiranza a cui i partiti non educano e a cui i movimenti, per loro natura, non aspirano. Serve un’idea.

La città delle donne. Per carità: non parliamo di questione di genere. Non sono serviti 8 marzo, mobilitazioni, femminicidi, quote rosa. La verità è che ci sono donne che scambiano il femminismo per un’adesione al peggior rapporto “sesso e potere” il cui schema è ben ancorato alla cultura dominante. Non è a queste donne che mi rivolgo, e che peraltro saranno le prime a pensare che chi scrive non è femminista. Per ancorare il pensiero a possibili interpretazioni, cito Judith Butler, in “Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità” (1990) «Il genere non è qualcosa che qualcuno è, è qualcosa che uno fa; è una sequenza di atti, un fare piuttosto che un essere. E impegnarsi ripetutamente in atti di ‘femminilizzazione’ e ‘mascolinizzazione’ ingigantisce il genere, facendo sì che le persone pensino erroneamente al genere come a qualcosa che esse naturalmente sono. Il genere viene ad esistenza unicamente attraverso questi atti di gendering»; dunque se è vero che esiste un pensiero femminista, è perché ci sono state e ci sono donne capaci di esprimere un pensiero che innanzitutto è politico e non di genere.

“La città delle donne” è un’idea: una strategia per affrontare politicamente ed elettoralmente questo momento che vorremmo tutti fosse di passaggio, corrotti dalla violenza subita che inevitabilmente ci rende più aggressivi come in un riflesso di specchi a cui non possiamo sottrarci. Mi spiego meglio: aver “assorbito” per due anni e più, in maniera fisicamente passiva il lockdown, con la rabbia, la volgarità, lo sproloquio, il fetiscismo, il maschilismo, l’autocrazia di un sindaco al tempo stesso divisivo ed estremamente “social”, ha imbarbarito tutti. E’ come essere presenti allo scoppio di una bomba: puoi anche non partecipare alla guerra, ma la polvere la respiri lo stesso.

Ora che siamo tornati a parlarci, ora che è finito anche il credito di speranza che accompagna ogni novità, e di cui Cateno De Luca ha usufruito raccogliendo i più critici della precedente esperienza amministrativa, è giusto osare.

Riunire in un perimetro condiviso molte delle “teste pensanti” che ancora non hanno lasciato la città (che quelle invece purtroppo sono parecchie, e il problema non è mai allontanarsi ma avere la voglia di tornare, dopo aver sperimentato che il mondo oltre lo Stretto pare sempre spalancarti le porte) è già stata una novità nel “sistema-città”. Ma la strada fin qui percorsa, da qualcuno a passo veloce, da altri passeggiando solo per godersi il paesaggio, ci ha indicato che il traguardo potrà difficilmente essere raggiunto se non come una squadra.

E ora che è il momento di fare estrema sintesi, con un rischio di impresa politica da parte di tutti quelli che hanno elaborato sconfitte, vittorie e ingenuità, la forza che ci ha permesso di fare tutti un un passo indietro, facendoci stare in cerchio per ascoltarci, è la stessa che ci tenta nell’ottica di “pesarci”, rischiando di far naufragare l’unica concreta possibilità di cambiare una storia che a qualcuno sembra già scritta.

La premessa è quanto mai necessaria, perché parlare di donne in politica non può essere una bandiera. E noi oggi abbiamo la possibilità di far seguire ad auspici e parole, un fatto.
È tutto molto semplice: una squadra di donne, di politiche, per Messina.
Non storcete il naso sulla questione delle quote di legge: tutti troveranno posto in giunta. Ma il primo lancio, la squadra che deve sfondare, io la penso “donna”.

Ogni area avrebbe la possibilità di esprimere il cambiamento che dice di praticare, e la notizia supererebbe i confini siciliani, in un’Italia che ha perso l’occasione di un presidente della repubblica che incarnasse quello che in Europa è già realtà con Christine Lagarde alla Bce, Ursula von der Leyen alla Commissione e Roberta Metsola al Parlamento.

Penso anche a Jacinda Ardern, premier della Nuova Zelanda, e al suo portato per quell’area progressista che nel mondo vede le donne in prima linea, capaci di veicolare l’idea della cura, dell’attenzione “materna” verso l’ambiente, verso i più deboli, i bambini, contrastando il modello machista proprio attraverso quelli che sono gli “atti di genere”, caratterizzanti di un modo diverso di guardare alle cose.

Una sensibilità femminile di cui questa città ha bisogno. Dopo le continue umiliazioni e aggressioni subite da giornaliste, sindacaliste e assessori (che De Luca ha usato anche come spauracchio, facendole rimanere ai margini della scelta di un delfino) sarebbe già un manifesto politico decidere di dare alla città un governo che sia espressione non di un genere, ma di una alterità.

Se la disparità tra i sessi influenza l’azione quotidiana di ciascuno di noi, pensate all’impatto comunicativo, a quale grimaldello politico è puntare sulle prerogative di genere contro un modello patriarcale perfettamente incarnato da Cateno De Luca; a come potrebbe opporsi al suo “tutto contro tutti”, alla sua mania del controllo, al suo usare ruoli e istituzioni in un continuo egoriferirsi. Per la politica cittadina, ma non solo, sarebbe un vero riscatto anche in termini di credibilità: perché volendo dircela tutta, anche a sinistra non vedo segretari di partito donne. E chi con fatica ha costruito percorsi politici rischia sempre di “dover chiedere” perché le logiche comuni impediscono di imporsi.

La mia non è una provocazione: è una chiave di accesso all’immaginario della città, a quelli che “il cambiamento non esiste”, a quelli che “sono tutti uguali”. È rispondere alla logica del leader con una logica di squadra, avendo fiducia che mai una donna possa essere divisiva, perché non è proprio nella sua natura, essendo per indole capace di gestire la complessità e i cambiamenti.

Gli uomini devono essere gli alleati delle donne in questa fase: una sfida contro gli stereotipi di genere, questo si. Alleati con le donne per la città. Non un passo indietro, ma accanto.
Io ci spero, anche se il più delle volte parlo ad uomini.
E chiedo alle donne di non chiedere il permesso, ma di considerare che anche a Messina è arrivato il momento di essere protagoniste, con chi desidera un cambiamento che sia anche visibile a chi non ha sempre tutti gli strumenti per una analisi libera dal pensiero veicolato dalla comunicazione di massa, o di genere.

Io ci sono. Perché non posso fare altrimenti. E devo farlo ora».

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