MESSINA. Un agguato senza colpevoli. Cosa è successo la notte tra il 16 e il 17 maggio del 2016 probabilmente non si saprà mai.

La Dda di Messina dopo due anni di indagini ha, infatti, chiesto l’archiviazione. Due anni a vuoto, senza alcun risultato. Eppure erano 14 le persone che sono state sottoposte al confronto del Dna dal Ris di Messina,  tutte indagate nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato all’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Peppe Antoci, ora responsabile nazionale legalità per il Pd.

Sin da subito gli investigatori avevano ipotizzato una ritorsione nei confronti del presidente dopo l’attivazione del protocollo Antoci, che aveva azzerato la possibilità di accedere ai fondi agricoli per i terreni ricadenti all’interno del Parco dei Nebrodi.

«È già stato accertato che i finanziamenti pubblici erogati sono il più delle volte destinati ad alimentare circuiti organizzati e controllati da associazioni a delinquere semplici e di stampo mafioso», così scriveva la prefettura di Messina a fine dicembre del 2015 notificando l’interdizione per le 15 ditte che persero i terreni.

Pochi mesi dopo, al termine della cena seguita a un convegno a Cesarò (dove risiedono molti dei titolari delle ditte), la macchina di Antoci venne fermata in una delle impervie strade nebroidee da alcune pietre lasciate di proposito sull’asfalto. Seguirono spari alla portiera laterale e molotov pronte per l’uso. L’intervento del vicequestore Daniele Manganaro, che arrivò poco dopo sulla scena dell’attentato, fece forse prendere una piega diversa agli eventi. Una ritorsione seguita agli effetti dell’interdizione.

Questa e altre ipotesi erano state seguite ma non hanno portato nessun risultato.

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