MESSINA. I ladri sono due. Penetrano lateralmente nell’area che circonda il Museo Accascina. Sono quasi le 20 e 47. Di solito c’è un po’ di movimento nei dintorni, ma questa sera viale Libertà e viale Annunziata sono quasi deserti. Perché è il 15 agosto, c’è la più importante festa religiosa di Messina e la Vara dell’Assunta deve ancora effettuare la “girata” per giungere a piazza Duomo. I due ladri arrivano davanti a un ingresso secondario. L’entrata scelta per l’effrazione è dotata di un allarme a contatto, che, però, in seguito risulterà disattivato. È invece operativo il sistema interno di rilevazione volumetrica. Così, appena la porta viene forzata, l’allarme scatta. Sono le 20.47. I ladri rinculano, esitano, ma poi tornano alla carica, squassano l’ingresso con un piede di porco ed entrano nel Museo. Da qui, sono solo minuti di adrenalina, paura e “violenza”.
DENTRO L’ACCASCINA. I due procedono alla svelta. Le prede sono due. La prima è la Tavoletta bifronte, che viene prelevata fracassando la teca. La seconda è a due passi, dentro la piccola sala a cappella: il Polittico di San Gregorio. Giunti di fronte all’opera, i ladri non parlano in serpentese, come Harry Potter per entrare nella Camera dei segreti. Non dicono alcuna formula che anima le tavole dell’opera per agevolarne il furto. Perché, come si vedrà, non c’è una sequenza meccanicamente obbligata senza la quale fosse impossibile rimuoverle. O, meglio: un ordine corretto per tirare via i dipinti c’è, ma solo per evitare che si urtino.
IL SISTEMA DI AGGANCIO. Una premessa: il sistema di fissaggio del Polittico è sempre stato il medesimo dall’allestimento del 2017 fino al giorno del furto. La documentazione fotografica della campagna diagnostica del 2018, presente nel sito della Startest, mostra le singole tavole sottoposte a esame mentre le altre componenti rimangono installate alla parete. Infatti, nella foto 1 si vedono le analisi dell’Angelo del registro superiore e il resto del Polittico alla parete, mentre, nella foto 2, a essere staccata è la Madonna col Bambino, con in secondo piano gli altri elementi. Le immagini, quindi, non documentano un vincolo meccanico tale da rendere impossibile la rimozione “casuale”, circostanza invece sostenuta da un articolo pubblicato su Finestre sull’Arte, che racconta di un sistema di smontaggio sequenziale secondo un ordine prestabilito. Inoltre, sempre dalle foto, emerge il tipo di fissaggio dietro ai pannelli: un sistema di aggancio costituito da ganci e staffe. Racconta Lorella Pellegrino, restauratrice del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro, che partecipò alle operazioni del 2018: “Per noi non è stato difficile. Le tavole, come le hanno già riferito dalla Startest, non necessitavano di alcuno smontaggio consequenziale: noi, infatti, le abbiamo rimosse una per volta per adagiarle sul piano per poter procedere”.

TALPA O NON TALPA? La possibilità che i ladri abbiano avuto un basista o informazioni dall’interno resta tra le ipotesi investigative. Ma, da solo, il cosiddetto “sistema sequenziale”, come sostenuto, non consente di dimostrarlo. In primo luogo, per una questione cronologica: il Polittico fu analizzato nel 2018 per verificare se poteva o meno essere spostato in vista della mostra di Palermo e di una successiva tappa a Milano (che fu poi esclusa). Il dipinto fu inviato nel capoluogo siciliano tra dicembre 2018 e febbraio 2019, per poi fare ritorno al Museo. Il rientro avvenne nella seconda decade di febbraio. Anche ammettendo l’esistenza di una particolare sequenza di smontaggio, la sua eventuale conoscenza da parte dei ladri non dimostrerebbe comunque l’esistenza di una talpa interna al Museo nel 2026, intanto perché si tratta di eventi di sette anni prima e, in subordine, perché l’origine e il momento di un’eventuale acquisizione dell’informazione sarebbero tutte da dimostrare. Va aggiunto, poi, il Polittico, dal 2019 fino al 15 agosto 2026, non è più stato smontato, neanche durante i lavori di impermeabilizzazione della saletta disposti dall’ex direttore Orazio Micali.
TORNANDO AL FURTO. L’allarme scatta, viene disattivato senza verificare cosa sia successo e i ladri cominciano ad agire. Uno afferra il San Benedetto e lo tira con forza. La tavola si sgancia bruscamente, sfugge dalle mani e finisce a terra. Insieme al pannello, cade anche un elemento del sistema di fissaggio. Da questo momento in poi, il furto diventa una razzia, un vortice che tutto risucchia e che si conclude con un salto, quello per raggiungere l’Angelo, collocato più in alto. La tavola viene spinta dal basso e prende il volo, solo che, questa volta, viene agguantata prima di schiantarsi. L’azione è rapida e priva di qualsiasi cautela. La concitazione emerge anche dalla difficoltà incontrata nell’aprire un grande sacco nero di plastica. Una telecamera riesce a catturare gli occhi di uno dei due, che non ha il casco integrale. Subito dopo, la fuga. In tutto trascorrono complessivamente circa tre minuti, secondo la ricostruzione basata sulle immagini delle telecamere interne. A determinare la velocità, la rapida brutalità dell’azione e null’altro.

CHE COSA ACCADE IN SEGUITO. Il resto è noto, ma anche ignoto. Alle 21:02, una signora, Elisabetta Bonfato, vede le tavole con San Benedetto e San Gregorio poggiate sulla recinzione e chiama il 112. Al Museo, però, il furto non è stato ancora individuato né segnalato alle Forze dell’Ordine. Secondo quanto emerge dagli sviluppi investigativi, la dinamica registrata dalle telecamere avrebbe orientato gli accertamenti verso esecutori privi di particolare esperienza nella movimentazione di opere d’arte. Ciò che non è stato ancora reso pubblico è invece quanto registrato dalle riprese perimetrali del Museo e dalle telecamere che, a 360°, controllano entrambe ke rotatorie del viale Annunziata, che corre accanto all’Accascina. In quelle riprese, c’è la possibile fuga dei ladri e le modalità seguite. Informazioni troppo importanti per essere ancora divulgate, ma che, sicuramente, potrebbero confermare o smentire alcune delle ipotesi circolate sulle modalità della fuga, compresa quella di un successivo trasferimento delle opere via mare.
IL SISTEMA DI ALLARME. Il sistema volumetrico interno, insomma, ha funzionato: ha rilevato l’intrusione e fatto scattare l’allarme. La documentazione amministrativa più recente mostra che, al momento del furto del 15 agosto 2026, il Museo Regionale “Maria Accascina” di Messina non era privo di un servizio di manutenzione per gli impianti di sicurezza. Al contrario, risultava in corso un affidamento specifico per la manutenzione degli impianti antintrusione e di videosorveglianza, finanziato per il periodo compreso tra aprile 2026 e marzo 2028. La pratica aveva preso avvio il 2 febbraio 2026, quando il Museo trasmette al Dipartimento regionale dei Beni culturali la nota prot. n. 677, con la richiesta di prenotazione delle somme necessarie alla “manutenzione ordinaria degli impianti antintrusione e videosorveglianza”. L’importo complessivo previsto è di 48.312 euro IVA inclusa, distribuito su tre esercizi: 18.117 euro per il 2026, 24.156 euro per il 2027 e 6.039 euro per il 2028. Il 5 febbraio 2026, con il D.R.A. n. 585, il Dipartimento procede alla prenotazione dell’impegno sul capitolo 376611. La procedura prosegue pochi giorni dopo: il 12 febbraio 2026 viene adottata la decisione a contrarre prot. n. 981, cui segue la procedura telematica sulla piattaforma regionale TUTTOGARE, identificata con il numero 3194. L’affidamento viene poi formalizzato il 6 marzo 2026 con il documento di stipula prot. n. 1588, a favore della ditta Stella Federico, con sede a Messina. L’importo contrattuale è di 48.312 euro IVA compresa, pari a 39.600 euro oltre IVA. Il relativo codice identificativo di gara è CIG BA997DA68A. Il successivo D.R.S. n. 1514 del 10 marzo 2026 trasforma la precedente prenotazione in impegno definitivo. La scansione della spesa corrisponde a un servizio di circa ventiquattro mesi: nove mesi nel 2026, dodici nel 2027 e tre nel 2028. Di conseguenza, alla data del furto il contratto risultava già nel proprio periodo di esecuzione da oltre quattro mesi. Non si trattava, peraltro, del primo affidamento recente. La continuità manutentiva è infatti documentata anche negli anni precedenti: nel 2024 risultano distinti atti per la manutenzione dell’antintrusione e della videosorveglianza, mentre nel 2025 alla stessa ditta viene nuovamente affidata la manutenzione dell’impianto di videosorveglianza.
IL COLLEGAMENTO CON LE FORZE DELL’ORDINE. Un altro punto riguarda il collegamento con le Forze dell’Ordine in caso di effrazione. Tale sistema esisteva quando il Museo si trovava nella vecchia sede, ma non è stato previsto per la nuova. Una scelta che, comunque, non può essere spiegata solo con un’impossibilità tecnica derivante dall’introduzione del Numero Unico Europeo 112, attivo a Messina dal 2017: il Disciplinare tecnico del servizio, infatti, contempla espressamente le chiamate generate da combinatori telefonici collegati a sistemi di allarme censiti e il loro successivo inoltro alla centrale competente. Al Museo Accascina, insomma, in caso di allarme la risposta dipendeva dal personale presente: secondo la procedura, al segnale, i dipendenti dovevano verificare l’anomalia, attraverso il sistema di videosorveglianza, e allertare Polizia o Carabinieri quando necessario. La verifica, quindi, non si esauriva nel semplice reset.
IL RUOLO DEL PERSONALE. La sera del furto all’interno del Museo erano presenti quattro addetti: due dipendenti regionali custodi e due dei Servizi Ausiliari Sicilia (SAS). Si tratta degli ex ASU stabilizzati nella primavera del 2026 e inquadrati nell’Area dei Coadiutori prevista dal contratto collettivo regionale. Le mansioni di questi ultimi non si limitano all’accoglienza del pubblico o al semplice presidio delle sale. La declaratoria contrattuale comprende infatti la custodia e vigilanza dei beni e degli impianti dell’amministrazione, il controllo degli accessi e attività direttamente collegate ai sistemi di sicurezza. In particolare, il Coadiutore può “azionare, gestire e verificare gli impianti di sicurezza” e attivare e controllare gli impianti dei servizi generali e di sicurezza. Non significa, però, che ogni Coadiutore fosse automaticamente abilitato a operare sulla specifica centrale antintrusione del MuMe. La questione, quindi, non è se un dipendente SAS potesse astrattamente operare su un impianto di sicurezza, ma se i due addetti presenti quella sera fossero stati formati e autorizzati a intervenire sulla specifica centrale del MuMe e quali istruzioni dovessero seguire prima di disattivare un segnale d’allarme. È proprio su questo terreno che si collocano gli esiti dell’ispezione regionale avviata dopo il furto: gli accertamenti hanno confermato il funzionamento dell’allarme ma hanno rilevato criticità nell’applicazione, da parte del personale, delle procedure previste dai protocolli di sicurezza.




