Foto di Giuseppe Contarini

MESSINA. Lapertura della XV edizione del Cortile Teatro Festival è stata affidata a Babilonia Teatri. Una scelta che definisce immediatamente il perimetro teorico della rassegna e ne dichiara la postura culturale. Non inaugurando semplicemente un cartellone, ma assumendo una precisa idea di teatro, quella che continua a interrogare il presente senza mediazioni consolatorie.

A suggerirlo è già limmagine ideata da Riccardo Bonaventura per questa edizione. Un microfono ridotto a fusto, a sostegno della vegetazione rampicante. Una metafora visiva che racconta con estrema efficacia la condizione del teatro contemporaneo, costretto a sopravvivere tra cronica scarsità di risorse, marginalizzazione istituzionale e ostinata necessità di continuare a produrre senso.

Ed è dentro a questa tensione che il Cortile Teatro Festival, nato da unintuizione di Roberto Zorn Bonaventura, Giuseppe Giamboi e Stefano Barbagallo, ha costruito negli anni una delle esperienze più riconoscibili del panorama teatrale siciliano.

Il pubblico continua a premiarlo perché vi riconosce una linea curatoriale coerente, capace di privilegiare linguaggi che abitano la complessità, mai edulcorandola, o peggio addomesticandola.

Il sottotitolo scelto per questa edizione, Canto, trova in Calcinculo la propria traduzione scenica più compiuta. Non un canto pacificato, ma una vocalità che attraversa il rumore del contemporaneo, lo incorpora e infine lo restituisce, informe e deformato.

Babilonia Teatri, compagnia veronese fondata e diretta da Enrico Castellani e Valeria Raimondi, prosegue qui quel percorso poetico che da molti anni interroga il linguaggio mediatico e le sue derive, facendo della contaminazione tra cultura alta e cultura popolare uno dei propri strumenti drammaturgici più riconoscibili.

In Calcinculo il dispositivo scenico è ridotto allessenziale. Lassenza di apparati scenografici non impoverisce limmagine teatrale. Al contrario, concentra lattenzione sulla drammaturgia, sulla pratica attoriale e sulla precisione della costruzione ritmica.

La scena viene organizzata come un varietà televisivo, un contenitore nazionalpopolare dove canzoni, sketch, monologhi, conduzione e numeri musicali compongono una partitura solo allapparenza frammentaria.

In realtà la struttura drammaturgica procede per accumulazione e reiterazione, secondo un montaggio che alterna registri comici e tragici, ironia e disillusione, leggerezza performativa e improvvise aperture di abisso. È una drammaturgia della saturazione, nella quale il continuo susseguirsi di materiali performativi produce nello spettatore un progressivo slittamento percettivo.

La cifra di Babilonia Teatri consiste proprio nel sabotare dallinterno i codici della comunicazione di massa. Linvolucro spettacolare rimane fedele allimmaginario televisivo, ma il suo funzionamento viene via via incrinato. Il linguaggio dellintrattenimento diventa così il veicolo di una riflessione feroce sulle dinamiche dellesposizione permanente, sul consumo dellidentità, sulla spettacolarizzazione delle fragilità e sulla progressiva riduzione dellessere umano a superficie performativa.

Enrico Castellani e Valeria Raimondi costruiscono una partitura per attori di rigorosa precisione. Ogni sorriso possiede una minima incrinatura, ogni pausa diventa un punto di fuga del senso, ogni inflessione vocale altera la percezione del discorso. Il lavoro sulle espressioni, sulle sospensioni, sui tempi dellenunciazione rivela un controllo assoluto del ritmo scenico. Lenergia performativa non procede mai per esplosioni emotive, ma per sottrazione, facendo emergere linquietudine proprio nel momento in cui il dispositivo sembra voler rassicurare.

Anche la scelta degli outfit dichiaratamente anni Ottanta è presumibile non risponda a unoperazione nostalgica. Quella stagione dellimmaginario televisivo viene evocata semmai come matrice simbolica della contemporaneità, come il decennio in cui lapparenza diventa definitivamente paradigma culturale, come il momento storico in cui la rappresentazione comincia a sostituire sistematicamente lesperienza.

La parola occupa un ruolo centrale nellarchitettura dello spettacolo. I monologhi costituiscono il punto di maggiore densità drammaturgica. Il testo rinuncia sistematicamente alla psicologia per privilegiare una lingua assertiva, apparentemente semplice, costruita invece attraverso continue frizioni semantiche, slittamenti di registro e improvvise collisioni tra quotidiano e metafisico.

La scrittura scenica di Babilonia Teatri conserva quella capacità, ormai rara, di incidere sulla superficie del reale senza ricorrere né alla retorica né al compiacimento poetico.

Parallelamente, la componente musicale non svolge una funzione illustrativa. Le canzoni costruiscono un controcanto drammaturgico che amplifica lo scarto tra forma e contenuto. La musica di Lorenzo Scuta, membro attuale degli Oblivion, invita al consenso, mentre le parole producono attrito. Il corpo si muove, ma il pensiero si arresta davanti allevidenza delle contraddizioni che affiorano una dopo laltra.

È proprio in questo cortocircuito che Calcinculo produce il proprio effetto politico. Non attraverso la denuncia esplicita, ma mediante una continua alterazione dei codici della rappresentazione. Il teatro si trasforma così in un dispositivo di smascheramento. Lesistenza contemporanea appare come un gigantesco avanspettacolo, una successione ininterrotta di pose, competizioni, esposizioni e rituali sociali nei quali lindividuo continua a recitare sé stesso fino a dimenticare la propria identità.

Lo spettacolo individua nellipercontrollo, nel bisogno compulsivo di consenso, nellossessione della visibilità e nella trasformazione della vulnerabilità in prodotto da esibire alcuni dei sintomi più evidenti della nostra epoca. Persino il rapporto tra uomo e animale viene rovesciato con unintuizione di straordinaria efficacia: quando sono i cani a sfilare al posto delluomo, ciò che viene messo in discussione non è soltanto il ridicolo dellesibizione, ma la misura stessa della libertà, di cui il brano dapertura costituisce il manifesto programmatico. Si può risultare più liberi al guinzaglio che allinterno delle sofisticate gabbie culturali che abbiamo edificato e continuiamo ostinatamente ad arredare.

I vertici drammaturgici dello spettacolo coincidono però con i monologhi di Enrico Castellani. La scrittura, sostenuta da una recitazione viscerale che elude i filtri cerebrali, abbandona momentaneamente il registro del varietà per approdare a una dimensione di radicale esposizione del sé. Le paure che affiorano non appartengono alla sfera delleccezionale, ma al microcosmo domestico, a quella quotidianità nella quale si annidano le inquietudini più profonde. Dallimpossibilità di accettare lassenza, allangoscia del distacco, al desiderio, tanto assurdo quanto profondamente umano, di sospendere il tempo per sottrarre gli affetti allinevitabilità del congedo. Castellani dosa magistralmente ritmo, pause e inflessioni, sottraendosi a ogni tentazione patetica. Il risultato è unemozione che arriva allo spettatore senza essere mai esibita, un colpo improvviso che ferisce proprio perché non cerca di colpire.

Su un versante apparentemente opposto si colloca la partitura performativa di Valeria Raimondi, che intreccia canto, gesto e presenza scenica in una dimensione teatrale altrettanto efficace. La leggerezza della componente musicale non attenua il peso dei temi affrontati. Al contrario, ne amplifica il cortocircuito. La depressione, liperesposizione dellindividuo, la perdita di un orientamento esistenziale, lo scarto ormai incolmabile tra desiderio e possibilità, la progressiva neutralizzazione di ogni slancio rivoluzionario, emblematicamente condensata nellicona di Che Guevara ridotta a semplice grafica per t-shirt, diventano i frammenti di una riflessione che investe direttamente la costruzione dellidentità contemporanea. È una drammaturgia che invita a liberarsi delle appartenenze precostituite, delle etichette, degli slogan, nella consapevolezza che ogni semplificazione finisce inevitabilmente per impoverire la complessità del reale.

Emblematica, in questo senso, è la sequenza nella quale persino lassegnazione di un premio a un cane viene sottratta alla responsabilità collettiva. Il gesto, solo apparentemente paradossale, rivela la progressiva rinuncia allesercizio della partecipazione democratica. La delega diventa unabitudine culturale prima ancora che politica. Lindividuo sembra desiderare d’essere deresponsabilizzato, accettando di dissolversi nella massa pur senza riuscire più a riconoscersi in alcuna autentica comunità. Ne deriva una condizione di permanente disorientamento, restituita con potente efficacia dallirruzione del coro degli alpini, la cui presenza assume il valore di una metafora scenica. È il bisogno ostinato di ununità di misura con cui tentare di interpretare una realtà sempre più sfuggente.

In una riflessione tanto impietosa sul presente non poteva mancare il teatro stesso. Babilonia Teatri rivolge lo sguardo anche al sistema che abita, denunciandone con feroce ironia le contraddizioni. La provocazione è estrema. Oggi sembrano servire più grandi organizzatori di eventi che artisti, più strategie di comunicazione che visioni. Laffondo, volutamente parossistico, culmina nellimmagine di un ufficio stampa affidato allISIS. Una bestemmia teatrale che non cerca lo scandalo fine a sé stesso, ma porta alle estreme conseguenze la logica della spettacolarizzazione contemporanea.

Si ride, spesso. Ma è un riso che non alleggerisce. Accompagna, semmai, il progressivo affiorare di una verità che colpisce con la precisione del bisturi, lasciando nello spettatore uninquietudine destinata a sopravvivere ben oltre il tempo della rappresentazione.

Loperazione di Babilonia Teatri conferma dunque, ancora una volta, la capacità della compagnia di fare della scena uno spazio di attraversamento critico del presente. Calcinculo non pretende di offrire risposte. Lavora piuttosto sulle crepe del nostro immaginario, costringe lo spettatore a riconoscere la distanza che separa ciò che mostra da ciò che è.

Il teatro, allora, torna a essere ciò che dovrebbe continuare ostinatamente a essere, ovvero un luogo di resistenza simbolica. Un luogo nel quale il sorriso convive con il disagio, il gioco con la ferita, la musica con il pensiero. Fino allultimo istante, prima che la rappresentazione finisca e ricominci quella, infinitamente più pericolosa, della vita quotidiana. Prima che la voracità dellapparire divori ogni cosa. Persino il teatro.

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