Foto di Giuseppe Contarini
MESSINA. La seconda serata della Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina ha confermato la vocazione di una manifestazione che non intende limitarsi a proiettare film, ma sceglie di interrogare il presente attraverso il linguaggio del cinema, intrecciandolo con tutte le arti, con la memoria, con il racconto delle generazioni. Così la parola si è fatta subito musica. Il violino di Giovanni Alibrandi e la fisarmonica di Peppe Russo hanno regalato un intenso omaggio a Ryūichi Sakamoto, affidando alle note de Il tè nel deserto il compito di accompagnare il pubblico dentro un’atmosfera sospesa, prima di proseguire con un coinvolgente medley dalle note mediorientali.
“L’arte deve anche comunicare”, ha ribadito il direttore artistico Francesco Cannavà, introducendo una serata dedicata ai popoli iraniano e palestinese. E a tradurre questo messaggio in linguaggio corporeo è stata la giovane studentessa iraniana Chiana Ghodsi, con una performance incentrata sulla figura femminile che fondeva un’antica danza persiana del fuoco con una coreografia originale, in un dialogo tra tradizione e contemporaneità.
La memoria della rassegna è poi riaffiorata attraverso i racconti di chi l’ha vissuta da protagonista. Sul palco, accompagnata dalla nipote Giuliana, è salita Melina, classe 1938, fra le primissime donne in Italia a conseguire una laurea, discutendo una tesi interamente dedicata al cinema, sotto la guida del filosofo Galvano della Volpe. Per lei, partecipare alla rassegna fu la prima vera uscita mondana da ventenne. Un ricordo custodito con sorprendente nitidezza. Dalla stoffa acquistata per l’occasione a quel vestito cucito da una sartina, all’emozione di entrare in un mondo che allora faceva di Messina una città vivacissima sul piano culturale.
I suoi ricordi hanno restituito il volto di una città che viveva di cinema, teatro, arte e socialità. Con i bagni Amedeo, i bagni Vittoria, i balli di Mortelle, un’intera stagione di entusiasmo collettivo. E un invito ripetuto più volte, quasi fosse un manifesto: “Si deve andare al cinema”.
A seguire la testimonianza di Italia Moroni Cicciò, prima giornalista siciliana a entrare in una redazione. Storica firma delle pagine culturali della Gazzetta del Sud, Italia Moroni Cicciò è stata nominata Cavaliere della Repubblica dal Presidente Sandro Pertini.
Durante la rassegna ha ricordato una Messina capace di dialogare con il resto del mondo e ha condiviso un vivido aneddoto dedicato a Vittorio Gassman. “Messina deve tornare a splendere per ciò che le appartiene di diritto”, ha affermato, rivendicando il patrimonio culturale della città. Con lei erano presenti il figlio Giampiero Cicciò e il nipote.
Proprio Giampiero Cicciò ha ripercorso il proprio percorso artistico, spiegando come il palcoscenico sia sempre stato per lui una dimensione naturale. Determinante l’incontro con Carletto Scuderi, seguito dalla formazione nella scuola di Vittorio Gassman. “Non parlerei di vocazione. Per me stare sul palco è sempre stato normale”, ha raccontato, sottolineando come la televisione, pur offrendo grande visibilità – come testimonia anche una clip tratta da Il commissario Montalbano – rappresenti soltanto una parentesi rispetto a un’attività prevalentemente teatrale. Ha inoltre annunciato il prossimo debutto con La pazzia di Re Giorgio di Alan Bennett.
Accanto a lui anche Fabrizio Moroni, content creator, che ha raccontato il proprio modo di fare narrazione: “Io racconto storie, mie e degli altri”. Sullo schermo è stata proiettata una sua intervista a una giovane italiana trasferitasi a New York per inseguire il sogno della danza vivendo in appena sedici metri quadrati. “Messina è un trampolino – ha detto – ma torno sempre a casa”. Un sentimento condiviso da Giampiero Cicciò, che ha ribadito il valore della propria sicilianità.
Francesco Cannavà, a conclusione dei due interventi, ha evidenziato come proprio questo dialogo tra generazioni rappresenti uno degli elementi distintivi della rassegna.
Lo sguardo si è poi spostato sulla serialità televisiva con Antonio Le Fosse, autore e regista di due serie Netflix, intervistato da Gaetano Aspa e introdotto da Franco Cicero. Il confronto, dal titolo Dall’idea al prodotto, oggetto della masterclass pomeridiana, ha accompagnato il pubblico dietro le quinte della scrittura audiovisiva. “Il processo è lungo e faticoso”, ha spiegato Le Fosse. “Tutto nasce dalla sceneggiatura, che poi accompagna il progetto fino al set”. Ampio spazio anche al rapporto tra cinema e serialità. “I due linguaggi si contaminano continuamente. Al di là delle differenze strutturali, il loro obiettivo resta lo stesso, ovvero quello di portare emozioni sullo schermo”. Soffermandosi sulla serie Briganti, ambientata nel Sud Italia, ha fatto riferimento alle proprie radici calabresi, alla questione meridionale che è il cuore del racconto.
Dopo il video ufficiale, la rassegna è entrata nel vivo del concorso con due opere profondamente diverse ma accomunate dalla capacità di raccontare la fragilità dell’essere umano.
Il cortometraggio italiano Phantom, diretto da Gabriele Manzoni e prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, ha confermato il talento di un autore già apprezzato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia e a Cortinametraggio. Attraverso una regia costruita prevalentemente su quei piani medi e primi piani che restituiscono tutta la vulnerabilità dei personaggi e amplificano ogni sfumatura emotiva, il corto segue il giovane Leonardo, ossessionato dal proprio scooter Phantom F12. Il desiderio di essere accettato all’interno di un gruppo si trasforma progressivamente in un percorso di umiliazione e violenza. Dall’apparente integrazione al brutale pestaggio che lascia il protagonista solo, spogliato della propria dignità prima ancora che dei suoi abiti.
Di tutt’altro respiro, ma di sconvolgente forza emotiva, il lungometraggio Put Your Soul on Your Hand and Walk della regista iraniana Sepideh Farsi, presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes. Il documentario nasce da oltre duecento giorni di videochiamate tra la regista e la venticinquenne fotografa e poetessa palestinese Fatma Hassona, che racconta dall’interno la quotidianità di Gaza tra bombardamenti, fame, assenza d’acqua e distruzione.
Il titolo – “Metti la tua anima nella tua mano e cammina” – traduce un’espressione utilizzata dai cronisti palestinesi e diventa la sintesi di un’opera che assume il valore di una testimonianza storica. Fatma documenta la propria vita mentre intorno a lei le bombe continuano a cadere. Pochi giorni dopo la selezione del film al Festival di Cannes, la giovane fotografa è stata uccisa insieme alla sua famiglia.
Prima della proiezione è andato in onda un videomessaggio della regista, che ha richiamato l’attenzione sulle guerre in Palestina, Libano e Iran, denunciando il rischio dell’indifferenza: “Abbiamo il dovere di ricordare, per non diventare complici di questi crimini e preservare la nostra umanità”.
Nel dibattito che ha accompagnato la proiezione è intervenuta anche la coordinatrice dell’organizzazione palestinese di Messina, che ha parlato di una tregua solo apparente e della persistente emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza, ricordando il drammatico bilancio di vittime civili, tra cui migliaia di bambini.
Così, tra la nostalgia di una Messina che fu capitale culturale del Mediterraneo e lo sguardo rivolto alle ferite del presente, la seconda serata della rassegna ha riaffermato il cinema come luogo della coscienza. Dentro al quale interrogare il presente, sollecitare il cambiamento, alimentare la speranza.






