MESSINA. La merda degli altri è la nuova produzione del Teatro dei 3 Mestieri. Drammaturgia e regia di Andrea Lupo, in scena Tino Calabrò e Stefano Cutrupi. L’impianto scenico si distingue per essenzialità e rigore formale. Lo spazio non è semplice contenitore dell’azione, ma vero e proprio dispositivo drammaturgico che delimita il campo psicologico entro cui i protagonisti si muovono, sovente costringendoli a un confronto senza vie di fuga.
L’assenza di elementi decorativi, nelle scene di Cinzia Muscolino, elimina ogni possibile distrazione visiva e concentra lo sguardo sul nucleo relazionale. E in questa assenza calibrata emerge con forza il groviglio di tubature, unico oggetto scenico di rilievo, che assume una funzione strutturale e simbolica insieme. Non è mero oggetto, ma perno visivo e semantico della relazione. Le sue curve, i suoi vuoti e i suoi intasamenti traducono in forma materiale le frizioni, le interruzioni e le opacità del tessuto comunicativo tra i personaggi.
Il paesaggio emotivo che ne deriva è fatto di blocchi, deviazioni, improvvisi spiragli. L’azione si svolge interamente nel bagno di una stazione di servizio, spazio unico che diventa luogo mentale oltreché fisico. La scelta di unità spaziale e la frammentazione temporale, con transazioni decise e ben rimarcate, costruiscono una drammaturgia chiusa, quasi claustrofobica, dove ogni variazione è affidata esclusivamente alla parola.
Non accade nulla al di fuori del linguaggio. Il conflitto, la memoria, le tensioni emergono unicamente attraverso gli scambi tra Luca e Peppe. Col dialogo che è struttura portante, azione, evento, rivelazione.
È un teatro di parola asciutto e controllato, che rinuncia all’esteriorità per convogliare sui meccanismi della comunicazione. Un lavoro che si colloca con consapevolezza sul crinale tra realismo e astrazione, che chiama lo spettatore a ricomporre, partendo da frammenti verbali e suggestioni sceniche, una realtà condivisa, segnata da un malessere diffuso.
Il testo teatrale si sviluppa sull’urgenza di attraversare temi centrali del nostro tempo, affidandoli all’interazione tra due uomini, fulcro relazionale e drammaturgico dell’opera. In questo dialogo serrato si alternano e si sovrappongono momenti di distensione permeati da un umorismo per nulla sottile, e talvolta disarmante, e inattese aperture verso riflessioni che incrinano ogni certezza. Le scelte pertanto si rivelano fragili, irrompono i vuoti e un persistente senso di estraneità. L’indagine sul significato della vita e della morte diventa inquieta. E la solitudine, più che limitazione, si impone come forza drammaturgica centrale, gravosa e ineludibile.
Tino Calabrò e Stefano Cutrupi padroneggiano i codici espressivi. Il loro affiatamento si traduce in una dinamica performativa fluida, capace di alternare accelerazioni e pause con precisione ritmica. Lavorano con abilità ed esperienza sul corpo e sulla voce, costruendo personaggi dai tratti distintivi inizialmente marcati, che progressivamente si contaminano fino a convergere in una comune condizione di disagio esistenziale.
Luca, addetto alle pulizie dei servizi igienici, e Peppe, vigilante, incarnano due traiettorie apparentemente divergenti che si avvicinano, fino a sovrapporsi, sul piano emotivo. Ne scaturisce un crescendo di intensità che si configura come un processo di svelamento reciproco. Allora le fragilità, i desideri, le fratture interiori finiscono per confondersi.
I monologhi rappresentano lampi di piena esposizione attoriale, in cui i due interpreti si consegnano senza riserve allo spettatore, mantenendo sempre saldo il controllo della tensione scenica. Il risultato è un dialogo intermittente tra distanza e prossimità, tra solitudini parallele e impreviste, estemporanee consonanze.
Nel complesso, lo spettacolo costruisce un viaggio emotivo in cui le condizioni si declinano secondo le specificità biografiche dei personaggi, ma trovano una sintesi in una dimensione universale, accessibile e condivisibile.
Sospesi tra registro tragico e venature ironiche, Luca e Peppe aprono involontariamente una breccia su alcune crepe della contemporaneità: le diseguaglianze sociali, l’insoddisfazione lavorativa, il peso delle responsabilità individuali, la violenza, la problematicità delle dinamiche relazionali, l’isolamento.
La pièce, che si orienta con decisione verso una riflessione di natura esistenziale, dà tuttavia l’impressione talora di arrestarsi un attimo prima di raggiungere la profondità cui ambirebbe. Alcuni snodi tematici, infatti, paiono accennati più che pienamente sviluppati, come se il percorso drammaturgico non si concedesse sempre il tempo necessario per sedimentare e accompagnare lo spettatore verso un’autentica immersione.
In questa prospettiva, si avverte una certa asimmetria nella calibratura delle parti. L’avvio è oltremodo disteso, mentre nei momenti in cui la materia drammaturgica richiederebbe maggiore indugio e densità, la scrittura accelera. Si ha come la sensazione che una porzione del potenziale riflessivo resti implicita, commissionata più alla regia e al lavoro degli interpreti che a un compiuto sviluppo testuale.
È plausibile che un ulteriore intervento di limatura, capace da un lato di asciugare l’impianto iniziale e dall’altro di ampliare e approfondire l’approdo, avrebbe consentito una trasmissione più piena delle intenzioni autoriali, favorendo inoltre una più efficace metabolizzazione da parte del pubblico.
Ciononostante, la sua intrinseca relatività percettiva rimane uno degli elementi costitutivi dell’esperienza teatrale. Ciò che per alcuni può risultare eccessivo, per altri appare sufficiente, mentre altri ancora possono avvertire una mancanza. Ed è proprio in questa ricezione tipicamente soggettiva che il teatro continua a trovare una parte significativa della propria vitalità, della propria stessa essenza.
La merda degli altri
scritto e diretto da Andrea Lupo
con Tino Calabrò e Stefano Cutrupi
aiuto regia Mariarita Andronaco
scene e costumi Cinzia Muscolino
direttore di produzione Angelo Di Mattia
produzione Teatro dei 3 Mestieri
ph Domenick Giliberto





