MESSINA. A conclusione di una complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina, è stato notificato un “avviso di conclusione delle indagini preliminari” (ex art. 415 bis c.p.) a carico dell’Amministratore Unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery. Ai soggetti indagati è contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.), c.d. caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani. Parallelamente, è stata contestata la violazione di diverse disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro (art. 18 D.Lgs. 81/2008) e la Responsabilità Amministrativa degli Enti (D.Lgs. 231/01), in quanto i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio dell’azienda attraverso un modello organizzativo palesemente contrario ai principi di legalità.

L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL) di Messina, attivamente coadiuvati dal Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela Lavoro di Palermo.

Le risultanze investigative hanno delineato un sistema che traeva profitto sistemico dallo stato di bisogno di una platea composta da studenti universitari e giovani locali. In un contesto economico fragile, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel CCNL, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza.

In particolare, dalle indagini sono emerse gravi violazioni dei parametri giuslavoristici:

  • corresponsione di compensi sistematicamente inferiori rispetto ai minimi stabiliti dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) di Trasporti e Logistica: paghe a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna.
  • Imposizione di ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza degradanti e lesivi della dignità del lavoratore e della normativa vigente.
  • Totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e mancata sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.

L’indagine ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “caporalato digitale”. La società coinvolta utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle prestazioni dei ciclofattorini.

L’attività dei militari del NIL di Messina ha dimostrato come tale sistema – integrato dall’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori – configurasse una chiara etero-organizzazione algoritmica. La tecnologia non fungeva da mero supporto all’autonomia, ma esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali.

Per massimizzare i profitti ed evitare i “tempi morti” tra una consegna e l’altra, tra le direttive aziendali vi era l’obbligo per il rider di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e di aggiornarla ogni minuto. Questo serviva a confermare la disponibilità continua non appena terminato un servizio. I responsabili aziendali monitoravano i tempi d’esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider. Spesso imponevano direttamente come velocizzare il turno e stabilivano d’imperio quale fosse l’ultima consegna della giornata, senza concedere alcuna possibilità di replica ai lavoratori. Il rider non aveva la libertà di rifiutare una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato” e, in caso contrario, comportava rigidi ammonimenti o la perdita del diritto di ricevere l’assegnazione per gli ordini successivi. Questo sistema generava una totale subordinazione, obbligando di fatto il fattorino ad accettare ritmi di lavoro estenuanti.

A seguito dell’accertamento delle violazioni in materia di “salute e sicurezza”, i Carabinieri del NIL hanno proceduto all’irrogazione di sanzioni per euro 66.940,29 (nell’organizzazione aziendale l’integrità fisica dei lavoratori è stata considerata un danno collaterale. A riguardo, è emblematico il caso di una giovane rider che, rimasta coinvolta in un sinistro durante l’attività lavorativa, subiva pressioni psicologiche, volte a indurla a dimettersi per evitare controlli dell’INAIL).

Contemporaneamente, sono state avviate le procedure di recupero degli oneri (contributivi, previdenziali e assistenziali) elusi per un importo di euro 696.191,60. Con riferimento a detta frode contributiva, è stato accertato che gli indagati, costantemente, monitoravano i compensi corrisposti a circa 300 rider per non superare la soglia dei 5.000 euro annui, tetto utilizzato come scudo per evitare i versamenti previdenziali e mantenere il simulacro della “prestazione occasionale”.

Gli indagati, venuti a conoscenza delle indagini nei loro confronti perché destinatari di un decreto di perquisizione, mettevano in atto una serie di strategie per occultare le prove a loro carico: chiedevano al gestore del database aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni precedenti dall’archivio e modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al sistema, così da impedire eventuali ispezioni telematiche; prendevano in considerazione anche la possibilità di nascondere il computer aziendale e modificare il “file cassa” per abbassare gli importi registrati, mascherare il reale giro d’affari e coprire i pagamenti in contanti non dichiarati.

La società in questione, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi idonei a prevenire il reiterarsi di fenomeni di sfruttamento.

L’operazione messinese non è un intervento isolato, ma si innesta nel quadro di una manovra operativa avviata fin dal 2023, su scala nazionale, dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro che, nell’affermare il proprio impegno di vigilare affinché lo sviluppo tecnologico della Gig Economy non si traduca in un’elusione delle garanzie costituzionali, ha fissato tra le principali priorità quella del contrasto al c.d. caporalato digitale. Detta manovra strategica, recentemente, ha permesso di fornire elementi indiziari alla Procura della Repubblica di Milano sulla base dei quali sono stati adottati provvedimenti di controlli giudiziari nei confronti dei principali attori nel settore food delivery.

L’inquadramento dell’operazione messinese all’interno della più ampia cornice operativa nazionale permette di tracciare le marcate differenze nelle metodologie di sfruttamento dei rider tra l’Italia settentrionale e la Sicilia:

  • le indagini condotte a Milano hanno portato alla luce un sistema basato su piattaforme informatiche e app altamente sofisticate. I lavoratori nel settentrione venivano rigidamente eterodiretti da algoritmi in grado di predefinire l’ambiente operativo, governare la prestazione attraverso stati digitali, geolocalizzare costantemente i rider e misurarne in tempo reale le performance ai fini retributivi. Le vittime in questo contesto geografico risultavano essere prevalentemente cittadini extracomunitari.
  • Lo scenario scoperto a Messina delinea un profilo del tutto differente sia per le vittime che per gli strumenti tecnologici impiegati. A essere sfruttati non erano cittadini stranieri, bensì diverse decine di ciclofattorini, per lo più studenti universitari e giovani messinesi. Questi ragazzi, costretti dalla precarietà lavorativa locale ad accettare compensi inferiori a 3 euro a consegna, venivano eterodiretti attraverso tecnologie decisamente meno sofisticate. Oltre a una piattaforma informatica di base, infatti, il coordinamento operativo, i vincoli e il monitoraggio degli ordini venivano imposti “artigianalmente” attraverso l’uso di semplici chat su WhatsApp.

Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, attraverso le operazioni coordinate a livello nazionale, ribadisce il proprio costante impegno nel disarticolare il caporalato in ogni sua forma, sia quando si nasconde dietro sofisticati algoritmi internazionali, sia quando sfrutta i giovani nei contesti locali con metodologie più rudimentali.

Si precisa che il procedimento penale verte nella fase delle indagini preliminari e che, per il principio di presunzione di innocenza, la responsabilità delle persone sottoposte a indagini sarà definitivamente accertata solo ove intervenga una sentenza irrevocabile di condanna.

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