Alexandre Dumas (padre – perché anche il figlio ha lo stesso nome e diventerà scrittore e drammaturgo) ha avvicinato alla lettura intere generazioni. Con le sue edizioni a puntate, i famosi feuilleton pubblicati in appendice ai quotidiani, ha anticipato le moderne serie TV, lasciando con il fiato sospeso il lettore in cerca di un intrattenimento agile e accattivante. Indubbiamente la trama alle volte prende il sopravvento sullo stile narrativo e sull’introspezione dei personaggi, tuttavia non si può disconoscere il grande debito che, dai vecchi sceneggiati alle recentissime fiction d’azione, il mondo moderno gli deve riconoscere.

Nella sua vita complicata, ricca di successi e fallimenti, Dumas, non mancò di viaggiare. Certamente la sua conoscenza della Penisola era notevole (si legga il Conte di Montecristo per riconoscerne una sconfinata passione per il Bel Paese). Nel 1835, prima del successo letterario, Dumas decide di condurre un viaggio nel Regno delle due Sicilie, a bordo di una speronara (la stessa imbarcazione siciliana che metterà al servizio di Edmond Dantès, ovvero il Conte di Montecristo, nelle sue navigazioni mediterranee).
Arriverà a Messina il 12 Maggio 1835.

 

Scriverà del suo arrivo in città:

“L’indomani ci svegliammo con il sorgere del giorno: i primi raggi del sole ci mostrarono la regina dello Stretto, la seconda capitale della Sicilia: Messina, la Nobile. La sua posizione meravigliosa, le sue sette porte, le sue cinque piazze, le sue sei fontane, i suoi ventotto palazzi, le sue quattro biblioteche, i suoi due teatri, il suo porto e il suo commercio che forniscono un impulso e movimento a una popolazione composta di settantamila anime, la rendono, malgrado la peste del 1742 e il terribile terremoto del 1783, una delle più fiorenti e graziose cittadine del mondo. Tuttavia, nel luogo in cui ci trovavamo, cioè a venticinque o trenta passi dalla riva, di fronte al villaggio Della Pace, potevamo avere di quella vista soltanto un’idea vaga e imprecisa; ma, non appena avevamo levato l’ancora e guadagnato la parte mediana dello Stretto, Messina ci apparve in tutta la sua regalità maestosa.

Poche posizioni sono simili a quella di Messina, una porta potente messa tra due mari, attraverso la quale non si può passare dall’uno all’altro, se non assecondati dal suo compiacente assenso regale. Addossata a pendii dirupati come per artifizio, ricoperti di fichi d’India, di melograni e di oleandri, aveva di fronte la Calabria. Dietro la città si alzava il sole che continuava ad elevarsi sull’orizzonte e tingeva il panorama, rischiarandolo con i più svariegati colori. A destra di Messina si estende il mar Ionio, alla sua sinistra il mare Tirreno.

Continuavamo sempre ad avanzare, con un movimento paragonabile a quello impiegato a solcare un largo fiume; e a mano a mano che procedevamo, Messina si offriva nei suoi più reconditi dettagli, aprendo davanti ai nostri occhi il suo lungomare magnifico, che s’incurva come una falce fin nel mezzo dello Stretto, formando un porto quasi chiuso e protetto naturalmente.

Respira a pieni polmoni l’aria della città e dei suoi dintorni e si lascia coinvolgere dagli abitanti in tutte le occasioni che gli si presentano. Le sue vivide impressioni, tracciate nel diario, ci fanno pensare a vizi e virtù ancora presenti nella Messina di oggi.

“Non esiste a Messina né parco reale né villa comunale; di modo che, tutti, quando scende la sera, si recano verso il lungomare della Palazzata, più volgarmente chiamato la Marina, per respirarvi l’aria del mare. Il porto è dunque il luogo di ritrovo di tutta l’aristocrazia messinese, che vi passeggia a cavallo o in carrozza, da una porta all’altra, cioè su una lunghezza di un quarto di lega.”

Diversi sono i simpatici siparietti che la penna di Alexandre Dumas sarà in grado di tratteggiare con maestria. Dalla pesca con le lampare (lo Stretto illuminato “a giorno”, come si suol dire in Italia, è ogni sera testimone di quello spettacolo singolare. Da parte sua, anche Reggio apre ogni giorno il suo porto a simili spedizioni, di modo che, dalle coste della Sicilia a quelle calabre, il mare è letteralmente ricoperto da fuochi fatui, che, visti dall’alto delle montagne che bordano entrambe le rive, devono formare le evoluzioni più bizzarre e i disegni più fantastici che sia possibile immaginare) a quella al pesce spada, non senza l’aggiunta di particolari fantasiosi (mi ricordavo di aver letto, nella mia giovinezza, bellissime descrizioni sul modo con cui il pesce spada, detto altrimenti spadone, servendosi dell’arma spaventosa, messa sulla punta del naso dalla natura come ornamento e difesa, attaccava a volte la balena, ingaggiava con essa strenui combattimenti, poi, balzando fuori dall’acqua e lasciandosi ricadere sull’avversaria a capofitto, l’attraversava con la spada, lunga di solito dai quattro ai cinque piedi. Ma, le mie nozioni di naturalista si fermavano a quei dati elementari), dalla scoperta dei fichi d’india (prima lo si comincia a gustare con un certo distacco, ma, dopo otto giorni finisce con il diventare quasi una esigenza) alla cerimonia di San Nicola a Pace (era giorno di festa: portavano in processione la cassa di San Nicola, non so con quale scopo, ma fatto sta che la portavano in processione e il farlo provocava una grande gioia in tutta la popolazione), dalla descrizione di una tarantella sulla banchina (quella danza, eseguita mezza a bordo e mezza a terra, era veramente uno spettacolo dei più originali a vedersi) alla ricostruzione dopo il terremoto, quello del 1783 naturalmente, con un bizzarro paragone (Eppure, in quella magnificenza, un particolare singolare conferiva un aspetto strano alla città; tutte le case della Marina, è così che viene chiamato il lungomare che serve anche come passeggiata, erano alte uguali e, come le case parigine di rue de Rivoli, erano costruite con uno stesso stile, ma incomplete e innalzate su due soli piani fuori terra. Le colonne tagliate a metà, sono private del terzo, che sembra esser stato fatto volare via da un capo all’altro della città con un colpo di sciabola […] Mi disse che, poiché il terremoto del 1783 aveva raso al suolo tutta la città, le famiglie rovinate da quel disastro facevano ricostruire soltanto quello che era loro strettamente necessario e che, a poco a poco, da qui a forse cinquant’anni, la strada sarebbe stata completata).

Dumas resterà traumatizzato dal suo incontro con lo scirocco, quest’oscura incessante presenza che abbiamo già visto funestare la permanenza di Nietzsche in città. In particolare Dumas racconta di come tutta la città si fosse improvvisamente fermata per la presenza di questo afoso vento. Il medico, chiamato d’urgenza per una grave malattia occorsa a un viaggiatore al suo seguito, si rifiuta di intervenire a causa dello scirocco:

«Ah! – disse tristemente, voltando appena il capo verso di me – siete qui, che cosa volete?».
«Perbacco! che cosa voglio? Voglio che veniate a visitare il mio amico, il quale non sta meglio, almeno a quel che mi sembra».
«Andare a visitare il vostro amico! – esclamò il dottore con un moto di sgomento – Ma è impossibile».
«Come, impossibile!».
Fece un movimento disperato, prese la canna con la mano sinistra, la fece scivolare nella destra, dal pomo che ornava una delle estremità fino alla ghiera di ferro che ne guarniva l’altra.
«Guardate – mi disse – la canna suda».
Effettivamente, la canna lasciava cadere alcune gocce d’acqua, tanto è potente, perfino sulle cose inanimate, quel vento terribile.
«Ebbene! che cosa prova tutto questo? – gli chiesi».
«Questo prova, signore, che, con un tempo simile, non ci sono più medici, ci sono soltanto malati».

 Nel suo diario di viaggio, Alexandre Dumas, racconterà anche delle isole Eolie e di Taormina.
Tornerà poi in Sicilia diversi anni dopo, nel 1860, per raggiungere, e finanziare, Garibaldi nella spedizione dei Mille di cui sarà testimone oculare nella battaglia di Calatafimi.

Nonostante l’approfondita descrizione che certamente avrà meravigliato e incuriosito i lettori di tutta Europa, Messina ha praticamente dimenticato il passaggio di questo celeberrimo autore e di lui e del suo passaggio non resta oggi alcuna traccia.

FiGi

Per approfondire, si legga:
Alexandre Dumas, Messina la Nobile e Taormina, Introduzione traduzione e cura di Valeria Gianolio, edizioni Pungitopo (2013).
Alexandre Dumas, La Speronara. Impressioni di viaggio, Edizioni Partagées (2004).
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