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MESSINA. C’è tempo fino al 15 settembre, giorno in cui è fissata l’udienza collegiale per la “dichiarazione di inammissibilità della proposta concordataria e per la conseguente ed eventuale dichiarazione di fallimento di Messinambiente”. Nuovo colpo di scena nell’intricatissima vicenda di Messinambiente, che adesso rischia concretamente che il concordato presentato al tribunale fallimentare possa non essere accettato, decretandone quindi il fallimento.

Ad insistere nell’istanza di fallimento è il pubblico ministero, che ha chiesto al giudice delegato Giuseppe Minutoli ed ai giudici del collegio Antonio Orifici e Daniele Carlo Madia, che la proposta venga dichiarata inammissibile. Per la partecipata di via Dogali, sul capo della quale pendeva l’istanza di fallimento chiesta dall’Agenzia delle Entrate per un debito da una trentina di milioni, il fallimento sembra scongiurato. Al fisco andranno i quindici milioni, sui quali le parti hanno raggiunto un accordo transattivo, che dovrebbero estinguere il debito con l’Agenzia delle entrate, il resto sarà diviso in partite da cinque milioni ciascuno per il Tfr dei dipendenti, per i debiti previdenziali con l’Inpdap e per altri debiti, soprattutto coi fornitori. Il Comune dovrà quindi assicurare il pagamento di sei milioni di euro all’anno per cinque anni.

E’ proprio questo il nodo del problema, come si legge nelle premesse alla fissazione dell’udienza: secondo i giudici, Messinambiente ha risposto “solo in parte alle criticità evidenziate dal tribunale” con il decreto del 18 luglio, e con le integrazioni presentate qualche giorno dopo. “Il tribunale – si legge – non può non evidenziare che tutta l’architettura concordataria si fonda e si regge su un ingente impegno finanziario da parte di un ente pubblicvo territoriale, il Comune di Messina, terzo rispetto alla società proponente, ed allo stato tutto ipotetico, posto che solo la Giunta comunale ha deliberato il 29 giugno 2017 in merito al bilancio di previsioner finanziario 2017-19, a debiti fuori bilancio ed al contributo da trenta milioni di euro per il concordato in esamen, mentre la decisione finale compete al consiglio comunale, le cui decisioni – sostiene Minutoli – non possono ipotecarsi da parte di chicchessia, nè tantomeno da Messinambiente”.

“Pertanto la tempistica prospettata dalla società proponente appare del tutto aleatoria”, conclude laconicamente il giudice. Il piano, secondo il collegio, si regge su presupposti che sfuggono “al potere di controllo di Messinambiente”.

 

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