MESSINA. “È colpa di Accorinti!”, “No, compare, è colpa di quei mangiafranchi della Forestale”, “Sbagliate tutti e due, sono gli speculatori edilizi e la mafia”: al dibattito da tastiera, mentre Messina è circondata dal fuoco, non si è sottratto proprio nessuno.

Un clima “incandescente” che ha coinvolto un po’ tutti, indirettamente e direttamente, dall’ex presidente del V Quartiere Alessandro Russo, al quale è stato dato dello “sciacallo” da un sostenitore del primo cittadino  Renato Accorinti solo perché, su Facebook, aveva chiesto “E quindi? Chi può, dica che fare…”, alla consigliera comunale Daniela Faranda, che ha affidato a una nota un attacco al Sindaco, mettendo “ope e sauri” a cuocere sulle braci incandescenti dei boschi: “…gli incendi di questi giorni sono anche conseguenza e testimonianza tangibile dell’assenza di politiche di gestione del territorio. L’abbandono delle aree rurali per ‘salvare le colline’ favorisce il dissesto idrogeologico e la desertificazione creando terreno fertile per le fiamme. Già tre anni fa avevo chiesto con una interrogazione di ripulire le tante ‘trazzere’ che servono ai pochi eroici agricoltori rimasti sul territorio messinese a raggiungere i propri terreni, favorendo la coltivazione ed evitando l’abbandono e la desertificazione. Non ho avuto, al solito, alcuna risposta in merito; sono state messe nel dimenticatoio tutte le richieste ritenute inutili da sedicenti ambientalisti nemici dell’Ambiente che oggi amministrano la città. Sarebbe interessante per la città sentire il sindaco su quanto sta accedendo a Messina, ammesso sempre che se ne sia accorto. Potrebbe essere, come sempre, in altre faccende affaccendato: la gestione dei massimi sistemi, l’analisi del sesso degli angeli, l’organizzazione della venuta del Dalai Lama, ma non certo una priorità in grado di cancellare il resto”, ha scritto. A questo punto, probabilmente, è necessario fare un po’ di chiarezza su compiti ed eventuali responsabilità.

IL RUOLO DEL COMUNE. Va detto subito che Palazzo Zanca ha competenza sulle aree cittadine e non quelle demaniali. Ogni anno, con l’approssimarsi dell’estate, entra in vigore un’ordinanza del Sindaco, la 142 del 2011, che impone a tutti i soggetti privati titolari di terreni e abitazioni di effettuare a proprie spese i lavori di prevenzione antincendio entro il 15 giugno: scerbare, predisporre vialetti taglia fuoco, ripulire le famose trazzere e terreni con sterpaglie, tanto per citare qualche obbligo. All’Ordinanza non si sottrae nessuno, neanche i condomini, soprattutto nelle zone più a rischio. In sintesi, se un incendio si propaga con facilità in zone comunali, c’è una possibile corresponsabilità dei privati e del Comune (qualora non vigili sul rispetto dell’Ordinanza stessa).

LA FORESTALE. Nonostante lo Stato abbia di fatto dissolto le competenze del Corpo, in Sicilia, la cosiddetta Forestale è ancora in piedi, tanto da avere la gestione dell’attività di prevenzione, vigilanza e contrasto agli incendi (l’ultimo documento in tal senso è del 26 giugno 2017). L’area di competenza è quella demaniale, non privata. All’Ispettorato Forestale tocca occuparsi dell’antincendio attraverso controlli e azioni (e qui entrano i campo e ventimila e più assunti), mentre l’Azienda Foreste si occupa degli interventi strutturali attraverso i cosiddetti centocinquantunisti, centunisti e settantottisti, chiamati a realizzare lavori infrastrutturali, piantumazioni etc. Al di là di assunzioni clientelari e altre vicende su cui si sono accesi i riflettori nazionali, la Campagna Antiincendio della Regione, da anni, è funestata dall’approvazione tardiva del bilancio, che fa partire tutto mesi dopo il dovuto.

I TERRENI BRUCIATI. Si legge, e si parla, sul social e nel mondo reale di interessi, speculazioni, pastori vogliosi di pascolo e via discorrendo, ma la normativa nazionale (legge numero 353 del 21 novembre 2000), vigente anche in Sicilia, stabilisce che nelle aree colpite da incendi non si possa fare alcunché: “Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni; È vietata per dieci anni, sugli stessi soprassuoli, la realizzazione di edifici nonché di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive; sono vietate per cinque anni, sugli stessi soprassuoli, le attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale sostenute con risorse finanziarie pubbliche, salvo specifica autorizzazione concessa dal Ministro dell’ambiente; sono vietati per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco, il pascolo e la caccia… Nelle aree e nei periodi a rischio di incendio boschivo sono vietate tutte le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio”.

IL PERICOLO IDROGEOLOGICO. Il divieto di piantare alberi dopo un incendio sembra una follia, soprattutto se si pensa alle potenziali bombe d’acqua che, in Autunno, colpiscono la città, e si tiene conto della circostanza che il fuoco ha divorato parti intere dei bacini dei torrenti. Una via d’uscita, però, esiste: un paio di anni fa, l’ex direttore dell’Azienda provinciale Foreste, Giuseppe Aveni, riuscì ad ottenere una deroga al divieto e a rimboschire la Foresta di Camaro, motivando la richiesta proprio con il pericolo derivato dal dissesto idrogeologico.

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Salvo
Salvo
10 Luglio 2017 22:04

Ottimo articolo e bel tempismo. Non credo ridurrà il numero di commenti o esternazioni alla c***o di cane (citazione da Boris), ma i complimenti li meritate tutti.

Antonio
Antonio
11 Luglio 2017 17:44

L’ordinanza del 2011 è un po’ vecchia….almeno ogni 2 anni andrebbe rifatta….