MESSINA. “Si, l’abbiamo mandata noi. Quella lettera è la posizione ufficiale della Cina nei confronti della situazione”, spiega, in inglese, un addetto dell’ufficio politico dell’ambasciata cinese in Italia. La lettera non firmata, con intestazione posticcia, il timbro non originale, il numero di telefono che non corrisponde, che sembra scritta con Google Translate, e arrivata il 9 marzo alla segreteria della presidenza del consiglio, è vera, originale e inviata dai rappresentanti del governo cinese. Per raccomandare caldamente al Comune di Messina di non ospitare il Dalai Lama.

Anzi, sono vere, perché oltre che a Emilia Barrile, è arrivata anche al sindaco Renato Accorinti (nelle foto in basso), che già con i rappresentanti del governo cinese Jiangshan Bi e Ruizhe Wang (foto in alto) aveva avuto un colloquio un mese fa. Stessa lettera, uguale in tutto e per tutto, prosa traballante compresa, che contiene, si legge “il “white paper” sullo sviluppo della regione autonoma del Tibet”, trenta pagine in inglese in cui i rapporti tra Cina e Tibet vengono riscritti.

Circostanza, quella della veridicità delle lettere, che suscita ulteriori interrogativi: perché un’ambasciata non firma le lettere ufficiali, le manda su carta non intestata, le timbra con sigilli nonleggibili e le fa scrivere al primo che passa? Documento, questo, che è finito agli atti di Palazzo Zanca.

Al protocollo ufficiale i cinesi non sembrano tenere più di tanto: l’email che preannunciava la sgrammaticatissima lettera è datata 9 marzo. All’interno si legge, in italiano stavolta più o meno corretto “Gentili colleghi (non si capisce chi siano questi colleghi, dato che l’email è indirizzata alla presidenza del consiglio, ndr), con la presente si trasmette la lettera di questa ambasciata alla signora presidente Emilia Barrile. L’originale verrà consegnato tramite la posta”. Adesso, le poste italiane non brillano per celerità, ma cinque giorni dopo l’annuncio, della lettera cartacea ancora non c’è traccia.

Da che indirizzo è stata mandata l’email? Da “ufficiopolitico@163.com”. Che nonostante il nome altisonante non è un indirizzo ufficiale, e non è nemmeno una Pec come aveva erroneamente spiegato Emilia Barrile ieri. Il portale 163.com, infatti, è l’equivalente cinese di Gmail, un server di posta in cui chiunque può registrare il suo nickname (anche donaldtrump@163.com) senza che ciò lo renda ufficiale. Tutto un po’ fuori protocollo, diciamo. L’indirizzo corrisponde a quello che Jiangshan Bi, capo dell’ufficio politico dell’ambasciata cinese che un mese fa venne a Messina a far visita ad Accorinti, esibisce nel suo biglietto da visita.

L’alto funzionario, nella sua business card di indirizzi di posta elettronica ne ha più di uno. Quello personale, dal quale manda email istituzionali, e uno istituzionale, registrato al dominio governativo “gov.cn”, che per un fine istituzionale quale quello di una “messa in mora” dell’amministrazione comunale di Messina non è stato usato.

Ricapitolando: arriva a Palazzo Zanca un’email, che dovrebbe essere istituzionale, mandata da un indirizzo personale, non firmata, che come allegato ha una lettera, anch’essa non firmata, con timbro non leggibile, e scritta in italiano maccheronico, attribuita ad un’ambasciata estera, che con tono vagamente minaccioso adombra la possibilità di ritorsioni in rapporti internazionali. E quella email finisce agli atti. Tutto normale.

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Gianluca
Gianluca
15 Marzo 2017 15:28

Questa non mi sembra una notizia. Quando non si sa cosa commentare sulla sostanza ci si attacca a elementi formali. Mi sembra evidente che la lettera sia veramente mandata dall’Ambasciata, dato anche l’incontro che c’è stato, e gli eventuali errori grammaticali e lessicali sono dovuti al fatto che la lingua italiana è una delle più difficili del mondo.

emmesics
emmesics
15 Marzo 2017 17:58

e che si aspettavano dai cinesi ?