MESSINA. Non solo Scilla, Cariddi, Colapesce, la Fata Morgana e le leggende più famose (di cui abbiamo parlato qui). Ma anche Egi il tuffatore, il Colosso di Capo Peloro, l’origine “divina” della Falce e il tridente del dio Nettuno, signore dei mari, che nella notte dei tempi separò la Sicilia dalla Calabria, creando così lo Stretto di Messina: un luogo unico al mondo che sin dall’antichità ha affascinato artisti e scrittori, dando origine a numerosi Miti e credenze popolari.

Dopo la prima puntata alla scoperta di “mostri”, divinità e creature ultraterrene, prosegue il viaggio a ritroso nel tempo fra le magie del nostro mare. A raccontarle, questa volta, sono però dei cronisti d’eccezione, ovvero gli studenti e le studentesse della scuola media “San Francesco di Paola”, che dopo esserci occupati del borgo del Ringo, qualche anno fa, hanno deciso adesso di “adottare” il loro Stretto, dedicandosi allo studio e alla cura di un territorio che costituisce l’identità stessa della città e dei suoi abitanti (in basso i dettagli del progetto)

Coordinati dalla dirigente scolastica Renata Greco e dal corpo docente, i Monument’s Boys and Girls (sono così chiamati gli alunni che partecipano al progetto “La scuola adotta un monumento”) hanno così “riportato a galla” in un audiotour e in un video alcune delle storie più affascinanti sui nostri fondali, creando persino una piccola mappa interattiva (realizzato sulla piattaforma Izitravel e consultabile cliccando qui)

 

 

Il Colosso di Faro

 

Una fra le leggende raccontate dagli studenti ci conduce a Capo Peloro, dove un tempo, secondo il Mito, sorgeva una statua gigantesca proprio all’imbocco dello Stretto di Messina. Un monumento imponente su cui non era mai stato trovato un riscontro obiettivo. Finché uno studioso del CNR di Catania, Fabio Caruso, in base a ciò che hanno ricostruito i piccoli studiosi, ne ha trovato testimonianza in un dipinto murale di età ellenistica, all’interno della catacomba di Santa Lucia a Siracusa.

 

«Il dipinto, pur di carattere chiaramente popolare, a giudizio dell’archeologo – spiega nel “tour” la voce narrante di Lorenzo Artemisia – è la più antica rappresentazione dello Stretto di Messina giunta fino a noi. Vi appare un complesso fortificato sulla riva del mare, dominato da una colossale statua maschile nuda, con un piede appoggiato sulla prua di una nave. Un’iscrizione posta sopra la statua ci informa sull’identità della divinità rappresentata, “Zeus Peloros”. Del resto, sia Strabone che Valerio Massimo testimoniano nelle loro opere della presenza di una statua e di un avvio di “monumentalizzazione” del Peloro, che potrebbe riferirsi a un monumento funebre (cenotafio) dedicato alla memoria del nocchiero di Annibale (Peloro), ingiustamente ucciso dallo stesso condottiero cartaginese, convinto che il suo pilota lo avesse tradito facendolo finire in un braccio di mare senza uscite. Resosi poi conto dell’errore, cercò di rimediare erigendo un monumento in sua memoria».

Più dettagliata è la descrizione di Valerio Massimo, che parla di una “statua che scruta il mare da un alto tumulo” e che probabilmente reggeva in mano un braciere o una fiaccola animata dal fuoco, la cui luce serviva a rendere riconoscibile ai naviganti il profilo della costa.

«A scrivere apertamente di una statua posta sulla punta di Capo Peloro – spiegano ancora gli alunni – fu lo storico Olimpiodoro di Tebe. In seguito al sacco di Roma del 410 a.C., il re dei Visigoti, Alarico, dopo aver preso in ostaggio e poi sposato la giovane principessa Galla Placidia, futura imperatrice, si diresse verso Sud allo scopo di passare in Sicilia e da qui raggiungere l’Africa. Olimpiodoro racconta che i Visigoti non passarono lo Stretto, spaventati dalla statua posta sulla sponda siciliana, dotata del doppio potere di proteggere la Sicilia dal fuoco dell’Etna e dalle invasioni barbariche d’oltremare».

Ma dove avrebbe dovuto trovarsi il simulacro? Un indizio è contenuto nelle monete coniate da Sesto Pompeo durante la sua dittatura in Sicilia, che mostrano una torre dal basamento a gradoni sulla cui sommità sorge un dio nudo con il capo cinto d’elmo, che regge nella mano destra un tridente, simbolo di Poseidone, e protende la sinistra in avanti (porgendo il fuoco?), mentre il piede destro poggia sulla prua d’una nave.

 

Egi, il tuffatore

 

È invece la voce narrante dell’alunna Martina Mostaccio a raccontare le gesta di Egi il tuffatore, che per certi versi ricordano quelle del più noto Colapesce.

«Si racconta – spiega la giovane nell’audiobook – che il tiranno di Siracusa, Dionigi il Giovane, avendo sentito parlare della terribile fama del grande gorgo, denominato Cariddi, che abitava proprio le acque dello Stretto, particolarmente incuriosito, decise di recarsi con la sua corte a Messina a vedere da vicino i vortici originati da questo pauroso gorgo. Giunto sulla sponda sicula, decise di sfidare i popolani, che si erano recati ad omaggiarlo, gettando in mare una bellissima e pregevolissima coppa dorata, offrendo in sposa la figlia Xantia a chi avesse sfidato i vortici e il terribile gorgo recuperando la coppa. Nessuno si fece avanti. Soltanto un giovinetto, di nome Egi, si tuffò in mare affrontando i grandi risucchi causati dai vortici e  scomparendo  tra le onde. Quando ormai nessuno sperava di vederlo riaffiorare, ricomparve tra i flutti con la coppa saldamente tenuta tra i denti; risalì la scogliera e posando la coppa ai piedi del tiranno siracusano raccontò di aver visto figure mostruose, oscure e profonde caverne, rischiarate da una innaturale luce rossastra».

“Rifiutato” dalla figlia del sovrano, che non aveva alcuna intenzione di unirsi  in matrimonio con un giovane umile, anche se di grande coraggio e generosità, Eli lesse così tanto disprezzo nel viso della principessa, che rifiutò la proposta del tiranno di immergersi nuovamente nei fondali e si tuffò nuovamente in mare, scomparendo per sempre nel mortale abbraccio di Cariddi.

 

Nettuno e gli altri dei

 

Il tour dei giovani Ciceroni prosegue quindi attraverso due dei simboli di Messina: la statua di Nettuno e la Falce.

La prima, realizzata nel Cinquecento da Giovannangelo Montorsoli, in stile michelangiolesco, simboleggia il dio del mare che tiene in catene i mostri Scilla e Cariddi per calmare le movimentate acque dello Stretto.

Secondo il Mito, la genesi dello stretto sarebbe strettamente connessa a quella del dio del mare, che per dare un regno al  figlio di Eolo, re dei Siculi, avrebbe separato la Sicilia dalla terraferma con il suo tridente. Proprio a Messina, secondo il racconto di Raffaele Saladino,  nell’antichità sorgevano ben tre templi dedicati a Poseidone: uno tra i due laghi di Ganzirri, il secondo dove attualmente sorge la chiesa dei Catalani e il terzo sulla vetta del monte di Dinnammare. I monti che circondano la zona di Messina, inoltre, venivano chiamati proprio “Nettuni” (oggi monti Peloritani).

 

Poseidone ritratto dagli alunni

 

E il porto, con la sua forma caratteristica? Secondo i Greci è “colpa” di Crono, che dopo aver evirato il padre Urano (il quale aveva il brutto vizio di sotterrare i propri figli nel grembo materno) gettò fra le acque dello Stretto l’arma del delitto, appunto una Falce, come racconta nel book Gabriele Fede.

 

Crono nella fantasia degli studenti

 

Restando in tema di dei non si possono non citare infine le peripezie di Orione, raccontate da Edoardo Marrache ricostruisce le tante versioni sulla storia del gigante, cacciatore e grande architetto, che secondo il Mito ampliò e rese divina la città dello Stretto, edificando un tempio in onore del padre Poseidone e realizzando il promontorio del Faro per avvicinare la Sicilia alla Calabria.

 

I progetti della scuola

 

Quella sui miti dello Stretto non è l’unica iniziativa portata avanti in questi anni da docenti e alunni della “San Francesco di Paola” per la tutela dei beni culturali e paesaggistici del territorio.

Già premiata in passato con il prestigioso “Premio Topolino” per un pieghevole sulla storia della tranvia di Messina, la scuola media prende abitualmente parte alle iniziative del Fai e a quelle promosse dalla Biblioteca Regionale “G. Longo” e dal MuMe, con i quali ha collaborato a diversi progetti.

Risale invece al 2015/2016 la partecipazione al progetto nazionale “La scuola adotta un monumento”, mediante l’adozione della Chiesa di Gesù e Maria del Buon Viaggio al Ringo e dell’intero quartiere del Ringo. Un’iniziativa, volta alla riqualificazione e alla valorizzazione del lungomare, con il coinvolgimento di enti locali e associazioni del territorio, che nell’ultimo quadriennio è stata premiata con varie medaglie e da una nota di merito del CNR, attribuita per il valore scientifico del filmato realizzato nell’anno scolastico 2017/18.

Da quest’anno, l’Istituto ha deciso quindi di “adottare” lo Stretto di Messina, soffermandosi sia sui miti che sulla fauna, con la realizzazione dell’audiotour Alla scoperta dei miti dello Stretto di Messina”, di un video per l’Atlante dei monumenti adottati (realizzati dalla classe I D, seguita dalla docente Lita Pellegrino) e di un book sfogliabile sulla natura dello Stretto, con la supervisione dalle docenti Angela Russo e Leonarda Virzì.

 

 

«Gli alunni – spiegano i referenti del progetto – hanno cominciato a guardare il paesaggio che li circonda come se lo vedessero per la prima volta e come se per la prima volta si accorgessero della bellezza straordinaria a cui i loro occhi sono abituati. E così, orgogliosi di vivere in un posto così ricco di storia e di fascino,  hanno condotto ricerche che li hanno portati a ricostruire le storie dei miti e delle leggende che da millenni popolano il nostro Stretto e hanno scoperto di vivere in un “paesaggio da fiaba”».

A raccontare la genesi del progetto è la dirigente scolastica Renata Greco: «Tutto ha avuto inizio con una “provocazione”, da una frase pronunciata da un’insegnate mentre ci trovavamo a Napoli: “Preside, la prossima volta noi dobbiamo pensare in grande. Ho un’idea, mi dica di sì”. Noi fino a quel momento avevamo adottato un monumento, ma quest’insegnante aveva progetti più grandi e mi propose di adottare lo Stretto di Messina. Un’idea geniale, perché adottare lo Stretto significava adottare la storia, la natura, le scienze, la biologia marina, la flora e la fauna. Significava parlare di didattica a tutto tondo. È sempre difficile decidere quali classi coinvolgere. All’inizio abbiamo iniziato con poche classi, ma il nostro obiettivo è quello di coinvolgere presto tutto l’istituto. Nei nostri progetti futuri vorremmo “prendere in mano” lo Stretto di Messina e trasformarlo in un grande libro dei saperi», conclude, soffermandosi sulla passione con cui i suoi ragazzi si sono approcciati alla tradizione leggendaria dello Stretto e di come lei stessa sia cresciuta in mezzo ai Miti, che le scorrono nel sangue (il padre della preside scriveva libri su Messina, fra i quali “Miti e leggende dello Stretto”).

 

 

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