La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Cinque brani per tirarsi su in questo inizio di settimana... e per riprendersi dalla fine di BoJack Horseman, una delle serie tv più belle di sempre, giunta all'epilogo dopo sei stagioni

 

Ieri ho finito BoJack Horseman. Ma finita proprio tutta, sul serio, completamente. Una serie che avevo scelto di detestare perché sì, perché la mia bolla social me la mostrava come una forma di scrittura forzatamente cinica che avevo preferito non approfondire. Mi sono approcciato questa estate mi sembra, titubante ma pronto a essere smentito. Free churro mi ha rubato il cuore, la profondità di scrittura, evidentemente slegata dal formato wikiquote da molti utilizzato per commentarlo, mi ha sorpreso tantissimo. Ho finito BoJack Horseman, “and everything is worse now”; la chiusura perfetta per una serie che ha trattato temi delicati come depressione e tendenze suicide, senza banalizzare ma parlandone con inattesa lucidità. Per questo oggi sono un po’ più triste, per questo oggi cercheremo di tirarci su anche con queste cinque canzoni.

The Van Pelt – Don’t make me walk my own log

Invero il brano da cui è partita l’idea della playlist di oggi. Un po’ di background: nelle ultime due o tre settimane mi sono ritrovato a canticchiare più di una volta, inconsapevolmente, Il mondo prima dei Tre allegri ragazzi morti. Questa cosa mi ha spiazzato, perché loro mi piacciono ma di base non sono fissi nelle mie rotazioni. Un paio di dischi che ascolto volentieri, in generale una prima parte di carriera sfavillante ma non stanno nel mio olimpo. Questo mi ha spinto a chiedermi perché lo facessi, e andando a ripercorrere anche la storia del brano mi sono reso conto che la sua storia mi affascinava abbastanza da renderla la mia versione ufficiale. We were fine before you came, cantava Chris Leo nei The Van Pelt, Il mondo prima che arrivassi te era bello secondo Toffolo, in fondo i cambiamenti possono spaventare, come anche d’altro canto le mancanze, e a me la mia musica, di tanto in tanto, manca a tal punto da venirmi lei a trovare in mente quando meno me lo aspetto.

Rancore & Dj Myke – S.U.N.S.H.I.N.E.

Mi rendo conto che quella di oggi è una playlist piuttosto impegnativa (capirete) dal punto di vista della durata, ma domani inizia Sanremo per cui è dovere morale spiegare perché può essere una buona edizione, nonostante tutto. Rancore non è sconosciuto al pubblico medio sanremese perché lo hanno visto lo scorso anno in Argentovivo, non creditato nel brano portato sul palco da Daniele Silvestri e Manuel Agnelli. Quest’anno va per fatti suoi e per me è un grande orgoglio, dato che nel mio piccolo provo a spingerlo da qualche anno, da quando in una radio ormai credo sparita mandavo in heavy rotation la sua Capolinea, o da quando in un’altra radio credo anch’essa scomparsa lo intervistavo dopo il suo ultimo disco. Questo brano con Dj Myke è incredibile e forse brutale per chi non masticasse di rap o djing, però mi sembra il minimo provare a creare uno squarcio nella nebbia degli artisti sanremesi e illuminarvi con la luce di questa musica.

Catherine Feeny – Mr. Blue

Una vita deve avere le giuste colonne sonore, e una serie tv o un film, di base, sono racconti di vita. Inventati, ok, ma sempre vite. Per questo la scelta immagino sia particolarmente complessa, perché devi saper usare parole di altri per poter esprimere sensazioni che vuoi creare nello spettatore. Un pugno nello stomaco, magari un pezzo che spiazza, inaspettato e che faccia male ai sentimenti. Scegliere il blu e giocare sul doppio significato inglese può sembrare semplice, certo che poi il confronto con Baby Blue dei Badfinger rischia di essere impietoso (Vince Gilligan ti vorrò per sempre bene), ma chiunque abbia fatto brainstorming per selezionare questa canzone nel finale di BoJack Horseman (tranquilli, non trovate spoiler) secondo me si sarà ritagliato un posto nel paradiso dei creatori di serie tv. Specie se ha fatto parte del team di scrittura per The view from halfway down. Cristo santo, The view from halfway down. 10/10 e se non siete d’accordo non so cosa farci.

Fabrizio De André – Preghiera in gennaio

Sul mio armadio campeggia da anni il poster di Dirk Nowitzki. Ho sempre tifato Dallas per quel tedesco biondino, non so neanche perché, forse perché le prime immagini che ricordo dell’Nba hanno lui come protagonista. Poi ho approfondito Jordan e gli altri, Buffa mi ha fatto scoprire milioni di cose, e c’era sempre una costante, un cestista che nel bene o nel male ha avuto a che fare con tutti. Lo hanno lasciato solo sull’isola e ne hanno descritto le caratteristiche fisiche come se fosse un serpente, sgusciante e pronto a colpirti, morderti, stringerti al collo per vincere. Un vincente sul campo, uno che fuori ha avuto i suoi casini, un po’ più della norma, ma quando domenica scorsa è arrivata la notizia della morte di Kobe Bryant è morta una parte in tutti noi che abbiamo seguito, anche solo di passaggio la NBA, i suoi numeri da capogiro, la sua fame di vittorie senza fine, la sua voglia di superare ogni limite con un’applicazione fuori dal comune. Vorrei dilungarmi per esprimere lo sdegno provato quando ho notato che nessun giornale sportivo italiano ha realizzato che dedicargli l’intera prima pagina sarebbe stato perlomeno doveroso, ma queste parole sono anche troppo per loro.

Don McLean – American Pie

“Do you believe in rock and roll? Can music save your mortal soul?”, due domande che arrivano quasi improvvisamente in un brano storico, indegnamente riproposto negli anni zero da Madonna. American pie è la canzone che chiude la playlist di oggi perché nel nostro almanacco il tre febbraio è rivestito di rosso, è una data storica, è “the day the music died”, per dirlo con le parole di Don McLean; sessantuno anni fa Buddy Holly, The Big Bopper e Ritchie Valens morirono in un incidente aereo che trova spazio in un pezzo che, più ad ampio respiro, traccia delle linee nella storia della musica, attraversandola in alcuni dei suoi protagonisti più noti, mescolando il tutto con del cripticismo che McLean non ha mai chiarito, rendendo a mio giudizio il brano come uno dei più grandi esempi di arte del ventesimo secolo—non musica ma proprio arte, come un film di Lynch o un dipinto di Friederich. E, per carità, se conoscete solo la versione di Madonna mettetela da parte, prendete le cuffie e gioite con un inno reale, un inno storico, una pietra angolare. Amen.

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