Le spiagge della post-modernità: tra mamme tatuate e trans-umanesimo

Dal blog di Carmelo Celona, il racconto di una giornata in riva allo Stretto... con la sensazione di essere "un sopravvissuto di una vecchia specie su un palcoscenico apocalittico abitato da nuovi esseri viventi", o forse "troppo vecchio per capire queste nuove forme di interpretazione dell'esistenza umana"

 

Qualche giorno fa ricorreva il mio genetliaco. Mi trovavo sulla spiaggia a meditare sul tragico evento, quando davanti ai miei occhi distratti dai pensieri che percorrevano in lungo e in largo la linea del mio tanto tempo trascorso, sulla battigia, tra me e l’orizzonte, si compone un’immagine che presto diventa una sorta di strano deja vu. Con i piedi a contatto con l’acqua, una donna. Una donna molto bella.

Capelli corti dal taglio femminile che lasciava scoperto un collo sensualissimo, montato su spalle larghe addolcite nella parte acromiale da sferici deltoidi, il resto del corpo presentava forme proporzionate e armoniose. Era un autentico corpo nudo di mamma/moglie coperto soltanto dal giallo della stoffa esigua di un essenziale bikini. Fianchi sinuosi, curve dolci, seni voluminosi consistenti di una rotondità compatta e fiera di assolvere la funzione di un allattamento ancora in corso, ventre lievemente adiposo, segnale di un progressivo recupero di quello che fu uno splendido ventre piatto lievitato durante la recente gestazione, glutei la cui sfericità era enfatizza dall’accentuata flessione del tratto lombare della colonna vertebrale, gambe alte tornite e sode. La donna teneva per mano un bimbo di non più di un anno d’età, il cui equilibrio ancora traballante non era certo agevolato dall’enorme panno assorbente che non gli consentiva di raddrizzare bene le gambe, costringendolo ad aggrapparsi fortemente a quelle della mamma, ripetendo con frequenza sistematica il tentativo di scalarla. La donna aveva, nei confronti del bambino, premure, attenzioni e apprensioni tipiche della mamma perfetta. 

Ritornano i miei pensieri e mi fanno considerare che un’immagine simile, certamente avrà avuto luogo anche oltre mezzo secolo fa, con me protagonista come quel pargolo. E mi vedo piccolo davanti all’incanto dello scenario dello Stretto di Messina, anch’io aggrappato alle gambe di una bella donna, mia madre, ancora in totale simbiosi con il suo corpo. Ancora alla ricerca del suo calore e delle sue morbidezze che mi consolavano da qualsiasi infantile frustrazione, da ogni esigenza, fame o capriccio.

Così rifletto su come il corpo materno sia il luogo dove ogni bimbo ripara, per mettersi in salvo da qualsiasi disagio. Quando sente un disturbo o percepisce un pericolo tende subito le braccine verso l’alto segnalando di voler salire su quel corpo rassicurante, dal quale, poi, si affaccia a guardare il mondo che lo minaccia. Ai bambini, potersi, o no, aggrappare al corpo della mamma, sentirne il suo tepore, aderire alla sua tenerezza, condiziona molto la loro esistenza da adulti. Quelle diafane rotondità, calde, soffici, accoglienti, tenere, soprattutto per i bimbi maschi, secondo la psicologia, condizionano molto la vita e anche la sessualità futura.

Penso che chiunque sia stato come quel bimbo in riva allo Stretto, abbia come significante della maternità, come idea del concetto di madre, un corpo di madre perla, al tatto e alla vista. La mamma, lo avrebbe detto anche Gaber, è come la schiuma, come la panna, come la neve: la mamma è tautologicamente bianca!

Ora il sole sul mare cerca di toccare l’orizzonte e l’immagine reale comincia a confondersi nella mia mente con l’immagine venuta dal passato. Quei bambini diventano adulti, quel corpo di madre si trasforma nel corpo di una donna ideale del quale il mio istinto maschile e quel poco di testosterone rimasto mi fan sentire l’odore, ammirare le forme, pensare di accarezzarlo centimetro dopo centimetro. Un immaginario tipico di quelli della mia generazione che hanno avuto le mamme che somigliavano a Silvana Mangano o a Claudia Cardinale e le fidanzate a Joan Baez o a Laura Antonelli. Modelli di donne dal corpo sensuale quanto materno, ammirato archetipo tanto dai fanciulli quanto dai focosi mariti.

Mentre i miei pensieri garrivano alla brezza che proveniva dal mare, qualcosa mi richiama alla realtà. Quel corpo di donna dalle forme materne e perfettamente femminili che si era materializzato sulla battigia aveva qualcosa che inquietava il mio animo, che disturbava l’estetica dei miei pensieri: quella donna aveva tutto il corpo fittamente cosparso di tatuaggi. Poca, davvero poca, era la superficie della sua epidermide non occupata da grafici, segni, figure, ecc.  Una fitta moltitudine di immagini disegnava senza tregua il suo corpo. Una sorta di horror vacui con iconologie a me barbare, disarmoniche, molte in cifra horror. Tutte immagini bluastre, che declinavano in massima parte un campionario di animali da bestiario post moderno: dragoni fiammeggianti, enormi ramarri, teste mostruose. Una sorta di moderno angosciante apotropaismo dal cromatismo obbligato: color carne macchiata da inchiostro raramente policromo. Segni e simboli di un nuovo esoterismo. Significanti che trovo incomprensibili e tra loro contrastanti: indefiniti pittogrammi esotici, ideogrammi improbabili, arabeschi stilizzati dalla geometria brutale. Tutti codici e linguaggi, estranei al mio gusto.

In questa spiaggia dove tutti i corpi sono scoperti vi è uno sfoggio epidemico di tatuaggi. Non è una moda, le mode passano il tatuaggio resta per sempre, appassisce e si trasforma fatalmente in un inestetismo che turba la grazia della vecchiaia. Mi sfugge il senso di questi significanti, non trovo nessun referente concreto, nemmeno ideale. Nulla di armonioso, nessun segno che tranquillizza, tutti o quasi tutti, alludono a qualcosa di orrifico o, nella migliore delle ipotesi, di apotropaico, come già detto. Ma, l’apotropaismo è una categoria che attiene a culture fondate sulla credenza e sulla superstizione: non mi pare un grande passo in avanti.

Non nego che un piccolo segno su un corpo femminile possa essere gradevole. Un fiore, o un altro simbolo referenziato, localizzato nel posto giusto, può essere eroticamente strategico, può essere lezioso, ammiccante, allusivo, divenire l’elemento grafico del gioco della seduzione. Un gabbiano tatuato sulla spalla di una donna può attrarre le mani di un uomo e dare vita a quelle carezze che sono il preludio dei giochi amorosi. Accarezzare le spalle di una donna, standole dietro, è emozione impareggiabile. Sentire il suo corpo che risponde sotto i polpastrelli, registrare l’iniziale irrigidimento dei trapezi e dei deltoidi al primo contatto delle mani, e poi il loro abbandono e i fremiti al prolungarsi del massaggio, è un incanto. Le spalle si rilassano, cedono, si arrendono, si ammorbidiscono, la corazza muscolare cade, l’epidermide sfiorata dalle dita lievemente si increspa come quando le placide acque di un mare immobile si increspano sotto il refolo leggero di un vento cavaliere. Mi sovviene quel piacere sottile ed intenso che si prova nel guardare l’armonia, la proporzione, la grazia delle spalle femminili, una voluttà cerebrale che accende desiderio e passione. Le labbra non possono fare a meno di poggiarsi su quella pelle bianca. Un approccio tra i più sublimi. Forse un retaggio di quello stare aggrappato alla mamma con la testolina incastrata tra la clavicola e il collo.

D’improvviso mi chiedo: ma tutto ciò lo prova anche l’uomo di quella donna/mamma dal bikini giallo sulle cui spalle campeggia, al posto di una piccola deliziosa farfalla o di un leggiadro gabbiano, la figura minacciosa di un antico guerriero vichingo avvolto da grezze pelli con tanto di elmo cornuto, barba incolta, spadone e lancia, affiancato da due enormi siberian husk, che scrutano minacciosi e in guardia? E penso anche a cosa resterà nell’animo di quel bimbo che mentre cerca i capezzoli odorosi di latte s’imbatte in quel maestoso dragone, ostentato in bella posta, che dal piatto addominale serpeggiante si insinua tra i seni della madre per emergere in alto sullo sterno (dove il pargolo sovente poggia la testina abbandonandosi al sonno) lanciando a chi guarda dardi infuocati, senza nemmeno un San Giorgio a cavallo che lo neutralizzi? 

Come sarà domani quel bimbo? Su quel corpo, vive la stessa consolazione che vivevo io da bambino? Chi sarà domani quel bimbo che oggi consola i suoi disagi abbracciando un corpo cosparso di spade, lucertoloni spaventosi, leoni ruggenti, simboli esoterici, geroglifici, segni gotici, ecc.? Come agirà sulla sua psiche questo tipo d’imprinting? 

Mi chiedo come sarei io se mia madre avesse avuto il corpo di quella donna. Sarei stato lo stesso di come sono?  Che immaginario edipico avrei avuto?  Avrei la stessa tenerezza sentimentale? Lo stesso senso della bellezza? A quale estetica avrebbe fatto riferimento la mia identità? In che modo tra cinquant’anni quel bimbo sarà attratto dalle forme del corpo femminile, dal loro calore, dalla loro morbidezza? Cosa lo attrarrà di un corpo femminile: le forme o le iconografie mappate su di esso? La sensualità delle proporzioni o l’espressività delle figure tatuate? Il suo inconscio sarà sensibile alla calda morbidezza dei seni o alla minacciosa effige di un drago che li avvolge con le sue spire? 

Mi fermo, e mi sforzo di capire il senso di quella semantica iconica. Ma mi sfugge tutto di quei segni, e non perché sono estranei al mio gusto, al mio senso estetico, ma perché appare evidente che si tratta di segni che sono totalmente estranei anche all’identità di chi li indossa in modo perenne.

Gli esperti mi dicono che molte prospettive stanno cambiando nel rapporto tra mente e corpo in questa postmodernità. Sono le prospettive del Trans-umanesimo. Io non capisco e temo di esser troppo vecchio per capire queste nuove forme di interpretazione dell’esistenza umana.

Secondo gli antropologi “il trans-umanesimo tende al superamento dell’uomo attraverso la trasformazione del corpo e della psiche tramite tecnologie, strumenti e scienza. I Trans Human si impongono trasformazioni definitive e radicali sul loro corpo in modo da superare i limiti biologici dalle attuali caratteristiche fisiche, psichiche e biogenetiche della specie umana. Valicare questi limiti comporta una nuova concezione dell’essere umano, la modifica della identità psichica degli uomini singoli, ma anche e soprattutto dei legami collettivi, dei valori condivisi, della socialità e del sapere comune così come concepito da millenni. La prospettiva dunque è una radicale messa in discussione del paradigma bio-pisico-sociale che finora ha caratterizzato la nostra specie. 

Sempre gli esperti sostengono che il nuovo modo di tatuarsi, non è una mappa di segni eccessiva sull’epidermide, ma il sintomo dell’inizio di una vera e propria mutazione corporale che sottintende una mutazione psichica. Ecco perché mi interrogo su come crescerà, cosa penserà, che tipo di personalità strutturerà e che identità svilupperà quel bimbo che oggi trae consolazione dal corpo di una madre mutante o mutata?

Forse è questo il nuovo orizzonte sociale che ci aspetta? Mi informano che già nei paesi anglosassoni stanno sorgendo nuove religioni che hanno come rituale la “morfological freedom”, dottrine che si basano sulla forzatura delle forme del corpo umano. 

Tatuarsi il corpo in modo integrale e con quei linguaggi inconsulti corrisponde ad una vera e propria demolizione delle identità, definita dagli studiosi del fenomeno come: “una forzatura dell”io pelle che determina una estroflessione della dimensione mentale sul corpo” (cit.: “Le chiavi dell’orizzonte circolare” di Paolo Cianconi, antropologo e psichiatra).

Il sole tramonta, la spiaggia si svuota. Centinaia di corpi nudi ritornano alle loro macchine e alle loro case sfilandomi davanti. Io, come chi cerca tra una folla di reduci un caro disperso, vado cercando con lo sguardo qualcuno che come me non abbia sul corpo alcun tatuaggio, alcun piercing, alcun segno. Niente! Non ho scorto un solo corpo intonso da cose di questo genere. Così constato, analiticamente, di essere l’unico a non avere segni sul corpo, se non quelli del tempo, e di essere circondato da possibili transumani. Prendo atto di questo nuovo universo la cui vasta dimensione finora mi era sfuggita. 

Il sole è ormai calato e davanti a me vedo un orizzonte culturale ultroneo al mio modo di essere e di pensare, mi sento solo, mi sento come un sopravvissuto di una vecchia specie.

Quella spiaggia, un tempo scenario da “pinne fucili ed occhiali”, archetipo di gioia, svago e felicità al “sapore di sale”, mi appare come un palcoscenico apocalittico abitato da alieni, da nuovi esseri viventi.

Parafrasando Humphrey Bogart nell’Ultima minaccia potrei dire: “è il trans-umanesimo bellezza!!!! “ …….ma non mi riesce,  perché mi sento in preda a gravi disturbi di umanità.

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