La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

 

Forse è il tempo pazzo di questa città, forse è la confusione che regna sovrana in questa città, probabilmente sono solo io, ma questa playlist odierna nasce da un appunto con tre gruppi che avevo preparato venerdì, e di quei tre gruppi ne sono rimasti solo due, e da lì è nato comunque (spoiler: sto scrivendo queste righe dopo avere stilato la playlist) forse uno dei soliloqui meno tediosi tra quelli che riempiono il vostro lunedì. Dato che non possiamo stare qui a farci i complimenti da soli, tempo di aprire il nostro dolce, morbido cuoricino e partire con altre cinque canzoni che segneranno in modo inequivocabile la vostra settimana.

Afterhours – Non è per sempre

Lo devo confessare, non sono mai stato un grande fan di Manuel Agnelli perché a pelle non mi fa particolarmente simpatia. Innegabile, però, che gli Afterhours siano stati bravi a tracciare un importante percorso negli anni ’90 per una musica italiana che non sapeva cosa voleva diventare da grande. Ora: loro, i Marlene e i Verdena non è che siano riusciti poi a cambiare qualcosa, tant’è che oggi ci troviamo davanti a una sempre maggiore svalutazione della musica in quanto tale in favore di una maggiore commerciabilità—discorso che mi rendo conto sia tanto da indie snob ma giuro che non lo è. Tornando agli Afterhours, però, devo dire che questa è una canzone bomba e quindi oggi partiamo con questa bella laurea per reagire.

 

Evanescence – Call Me When You’re Sober

Allora: nella serata di ieri ho avuto una conversazione molto particolare su alcuni modi di intendere le relazioni sentimentali, modi pericolosi che sfociano nel criminale. Per pura casualità avevo pensato di inserire gli Evanescence in playlist e quindi ho selezionato questo sfogo di Amy Lee nei confronti di Shaun Morgan, suo ex compagno al tempo, e di altre persone con cui era solita lavorare. Il brano è personale, intimo e feroce, quasi violento nella sua foga e sinceramente credo sia necessario, in tempi come questi, ricordare che le violenze non sono solo quelle fisiche ma anche quelle psicologiche. In un’intervista a VH1 Amy Lee ha poi rivelato il potere che ha la musica per lei, come valvola di sfogo; non solo farla, aggiungo io, ma anche ascoltarla può essere di forte, fortissimo aiuto.

 

Seether – Love her

Va detto che mi ha turbato al tempo sapere che la precedente canzone fosse anche dedicata a Shaun Morgan, che nella vita professionale fa meravigliosamente il cantante dei Seether. I Seether sono un gruppo sudafricano che ha pubblicato quattro album pazzeschi e poi qualcosa un po’ meh, ma Disclaimer II è nei sogni bagnati di tutti quei pagliaccetti che dal 2003 in poi provano a fare alternative rock o quello che Wikipedia definisce in modo molto confusionario post-grunge (che non è un genere ma un abile specchietto per le allodole). Love her è un brano molto intenso, che esprime bene le conseguenze ultime degli amori malati e della sofferenza. A prescindere da tutto, una canzone fantastica.

 

LCD Soundsystem – I Used To

Il concetto di sofferenza, quello dell’abbandono, tappeti musicali direttamente dal 2030: American dream, disco degli LCD Soundsystem pubblicato nel 2017, ha tanto in comune con il discorso che sta venendo fuori stamattina, e abbiamo selezionato tra le tante I used to perché forse è quella in cui il genio, il talento purissimo di James Murphy riesce a far emergere maggiormente tutto questo. I richiami artistici sono molteplici ma mai diretti, sempre personali, frutto di quel modo unico di fare musica che è quello del discorso precedente, anche se fortunatamente fuori dall’Italia c’è ancora tanta gente che dà peso alle parole, dà peso al lavoro che c’è dietro un disco, dà peso a quello che c’è dentro un disco.

 

Motorpsycho – Into the mystic

Avevo deciso di non chiudere con un brano lungo, ne avevo diversi in mente ma li avevo scartati tutti. Poi ho pensato che sarebbe stato un bel discorso da ipocrita il mio, allora: parlo male di chi non ascolta per bene la musica, di chi predilige la commerciabilità al bello magari più complesso e poi taglio via tutto questo? No, non andava bene. E infatti chiudiamo così, con sette minuti di pura meraviglia artistica, sette minuti di talento, sette minuti tratti da un bellissimo disco del 2012, The death defying unicorn, ennesimo capolavoro di quei mascalzoni chiamati Motorpsycho, tra le cose più belle che siano mai arrivate dal nord dell’Europa (dopo gli Hellacopters, nota del direttore). Cosa ci trovate dentro questo video non ve lo dico per non rovinarvi la sorpresa ma, fidatevi, ne vale davvero la pena. Parola di lupetto.

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