Cinque mali (in)curabili della messinesità

 

L’abitudine all’inciviltà

 

 

Fra foto di spazzatura in ogni dove, lezioni pedagogiche con il ditino alzato da parte paladini della morale e lamentele costanti e fini a se stesse, il rischio di cadere nella demagogia e nel qualunquismo, parlando di coscienza civica a Messina, è molto alto. Anzi, è un rischio pressoché certo. Che però va affrontato. Perché è un male atavico che ci riguarda tutti, a partire da chi si ritiene esente.

Il problema, in questo caso, infatti, non è tanto chi incivile lo è sul serio e non gliene importa nulla del decoro. Quelli ci sono, in proporzioni variabili, a tutte le latitudini. E sono gli stessi che poi hanno persino il coraggio di lamentarsi, intasando l’aeree e le bacheche dei social con l’imperitura tiritera da sciorinare come un mantra: e il sinnaco ke fa? (Non Accorinti, non Buzzanca, non Genovese. Ma il sinnaco tout court: l’essere sindaco: la sindacitudine). Come se le responsabilità, al netto delle colpe delle varie amministrazioni nella gestione dei rifiuti, non fossero principalmente di noi cittadini. Tutti quanti. Quelli che sporcano, innanzitutto, ma anche quelli che alla lordia ci hanno fatto l’abitudine, che forse sono persino più colpevoli degli altri. 

Il dramma vero prende forma, infatti, quando a non rispettare le più basilari forme di decoro sono quelli che in realtà ci terrebbero pure, al decoro. Quelli che quando si trovano a Milano, o a Torino, o a Firenze si fanno degli scrupoli su dove buttare una cicca e si stupiscono di cose che in un paese civile dovrebbero essere all’ordine del giorno.

 A Messina invece no. A Messina diventa normale la macchina parcheggiata in tripla fila, diventano normali i frigoriferi abbandonati per la strada, le spiagge ridotte a una cloaca, le aree attrezzate sommerse dalla spazzatura dopo una scampagnata. È l’abitudine il dramma. L’abitudine all’assoluta e strafottente mancanza di rispetto per tutto quello che appartiene alla collettività. È un livellamento verso il basso, se non – per iperbole e per ripicca al contempo – una sorta di incomprensibile e patologico autocompiacimento nel volersi male. Eppure basterebbe farsi un piccolo esame di coscienza, interrogandosi su chi e cosa siamo e soprattutto su chi e cosa abbiamo intenzione di diventare da grandi. Magari iniziando a nutrire un minimo di sana e genuina vergogna – per noi stessi, innanzitutto – osservando gli sguardi attoniti dei croceristi che non si capacitano di come una città così bella possa essere messa in scacco da una coltre di barbari. Con tutto il rispetto per i barbari.

 

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1 Commento su "Cinque mali (in)curabili della messinesità"

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Bel pezzo.
Forse, sarebbe da aggiungere un sesto punto, che è l’abitudine al brutto: l’abusivismo, le colate di cemento, la distruzione del (pochissimo) verde, le cose fatte a metà o fatte “addamanera”.
O, probabilmente, sarebbe bastato il primo punto per racchiudere tutto.

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