La terra arida e brulla, le distese gialle di erba secca e sterpaglie, i terreni polverosi e arsi dal sole: l’iconografia della Sicilia, in particolare quella centrale, racconta di un territorio assetato, secco, inospitale. Un’immagine tramandata da fotografie, film e romanzi che da oltre cento anni ritraggono l’isola, raccontando, però, una verità solo parziale. In Sicilia, infatti, le crisi idriche – sempre più gravi, ricorrenti estese di anno in anno, fino al 2024, annus horribilis – più che del clima e della posizione geografica, sono opera dell’uomo. Della sua brama di potere, di quella  “roba” descritta da Giovanni Verga, delle dinamiche latifondiste, di una nobiltà prospera solo  grazie alle rendite, del controllo capillare del territorio da parte della mafia, di opere pubbliche progettate male, realizzate peggio e gestite con criteri a metà tra il dilettantesco e il criminale.

In epoca antica,  l’acqua non era un problema per la Sicilia ma un’opportunità. Lo dimostrano  i numerosissimi idrotoponimi che hanno connotato gli insediamenti preindoeuropei, latini e arabi: non esiste provincia, paese e contrada i cui nomi non derivino da fonti (Larderia), sorgenti (Urgeri, Oreto, Urra), ruscelli (Troina), pozzi (Longano), canali (Flascio, Akragas, Reina), fango (Isburo), ghiaia (Sarcona, Mili), a testimonianza di una ricchezza d’acqua che ha permesso la formazione e la prosperità dei primi agglomerati urbani nell’isola. Questa caratteristica naturale ha reso l’area il “granaio dell’Antica Roma”. La “decima” imposta dall’amministrazione romana, gli appellativi “Uberrima et fructifera” (ricchissima e fruttifera) di Cicerone, la presenza di parchi, frutteti, giardini e orti nella Conca d’oro di Palermo araba e normanna, lo testimoniano, come  descritto da Giuseppe Barbera, docente di Culture arboree dell’Università di Palermo. La fertilità del territorio palermitano, definita dalle condizioni ecologiche -miti temperature invernali, disponibilità di acqua che deriva dai monti e che alimenta sia il sistema idrografico superficiale che la falda freatica, suoli resi fertili da interventi di bonifica – aveva fin dall’inizio determinato un paesaggio fruttifero e dilettevole” spiega in un suo articolo del 2007.

A Palermo si scavano i qanat, gallerie drenanti che intercettano l’acqua di falda già conosciute nella Tunisia romana, si adotta la noria, ruota di grandi dimensioni azionata direttamente dalla corrente fluviale che solleva l’acqua fino ad un acquedotto, e la senia, ruota ad ingranaggi azionata da forza animale che permetteva, attraverso il prelievo da pozzi di forma rettangolare e l’accumulo in vasche, l’irrigazione di piccoli campi. “La padronanza dell’acqua consentiva di coltivare nello stesso ambiente specie molto differenti per caratteri ed esigenze idriche”, scrive Barbera. Lavinia Gazzè, docente di Storia moderna presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli studi di Catania nel suo libro “L’acqua contesa, Sicilia e territorio” offre invece, una ricostruzione storica del rapporto tra l’oro blu e l’isola. “Nel 1546 viene stampato a Venezia un breve opuscolo dal titolo La Descrittione dell’isola di Sicilia, il cui autore si definisce «gentilhuomo Siciliano, qual per modestia non vuol esser nominato» (e che con tutta probabilità l’autrice indica come lo scienziato messinese Francesco Maurolico, ndr)”, in cui si descrivono minuziosamente i corsi d’acqua siciliani e l’influenza che hanno sui toponimi dei territori che attraversano. “La Sicilia descritta nel XVI secolo appare terra ricca di sorgenti e fiumi di varia portata, molti dei quali ancora navigabili”, annota Gazzè.

Anche a quei tempi, però, l’isola talvolta soffriva di sete: le cronache del tempo fanno risalire la crisi economica del 1511 alla mancanza d’acqua. Un periodo di siccità durato per oltre un quindicennio che ha determinato anche il futuro di molte culture: in quel periodo viene  abbandonata la canna da zucchero, coltivazione estremamente idroesigente (che solo da qualche anno è tornata a crescere nell’Isola). Nello stesso secolo, sono documentate diverse annate di siccità, legate a ondate di scirocco: 1569, 1582-84, 1589-92, 1594, 1595, quest’ultima accompagnata da carestie e febbri infettive, ma anche da una serie di violente piogge che, allagando le campagne, ha fatto marcire il raccolto. In quegli anni di prolungate siccità e di inaridimento delle sorgenti di approvvigionamento la cittadinanza era solita riunirsi in partecipatissime processioni, come illustrato dagli studiosi E. Piervitali e M. Colacino nell’articolo “Evidence of drought in western Sicily during the period 1565–1915 from liturgical offices”.

Poi qualcosa è cambiato in peggio. Le crisi idriche, da sporadiche e dipendenti soprattutto dagli eventi climatici e meteorologici, sono diventate  strutturali e soggette a cause di origine criminale. La prima incarnazione della mafia, quella rurale, ha iniziato a esercitare il controllo sul territorio e sugli  uomini in possesso degli approvvigionamenti idrici, creando potere e profitto attraverso la depauperazione di intere comunità. Ciò è stato possibile anche grazie all’unità d’Italia: all’epoca non è stata introdotta alcuna politica di regolamentazione pubblica delle acque, e nelle campagne, in particolare quelle palermitane, il controllo delle fonti è stato esercitato dai potentati locali tramite i “fontanieri”, in maggioranza legati alla mafia, e i “giardinieri”, ossia gli intermediari.

Secondo varie fonti storiche, uno dei primi conflitti legati all’acqua risale al 1874, quando a Monreale è stato ucciso il fontaniere Felice Marchese. Il delitto  era l’esito di una disputa tra due organizzazioni mafiose rivali, i Giardinieri e gli Stuppagghieri, prima vera guerra di mafia documentata da atti giudiziari. Secondo lo storico Fabio Milazzo, nella seconda metà dell’Ottocento, Monreale, ricca di sorgenti che alimentavano l’agricoltura della Conca d’Oro, è diventata uno dei primi centri riconosciuti della mafia siciliana. La gestione dell’acqua, risorsa fondamentale e contesa, era  il cuore delle dinamiche criminali locali. In questo contesto, nell’agosto del 1890 Baldassare La Mantia, guardiano dell’acqua dell’Istituto psichiatrico di Palermo, veniva ucciso.  La sua colpa era quella di essersi  rifiutato più volte di favorire i fratelli Vitale, gabelloti (affittuari) e capimafia della frazione palermitana Altarello di Baida. A partire da questo episodio, come riferito da Umberto Santino ne “Il ruolo della mafia nel saccheggio del territorio”), il questore dell’epoca, Ermanno Sangiorgi, ha deciso di mappare le famiglie mafiose dell’epoca presenti sul territorio.

Dopo l’Unità d’Italia, Monreale era un comune prospero ma segnato da grave insicurezza e violenze.  Un paradosso che ha attirato l’attenzione della Commissione parlamentare d’inchiesta che nel 1875, lo ha indicato come il «primo centro di irradiazione delle cosche mafiose». Qui si è sviluppata  una mafia particolare, capace di fare da intermediaria tra i latifondi interni e i mercati urbani, controllando la distribuzione dell’acqua necessaria per i giardini agrumicoli del Palermitano. In questo contesto, operavano gli stuppagghieri, gruppo mafioso che gestiva le acque del territorio, decidendo chi potesse utilizzarle e a quali condizioni. Le inchieste dell’epoca hanno attribuito  al gruppo un’organizzazione complessa, con capi, sottocapi e gregari, forse parte di una più ampia rete di “sette segrete” operanti nel Palermitano. Le ricostruzioni dell’epoca, spesso contraddittorie, oscillavano tra la descrizione di una vera struttura mafiosa, un’associazione criminale a scopo estorsivo o addirittura un movimento politico eversivo. Le testimonianze, compresa quella del pentito Salvatore D’Amico, morto prima del processo, rendono il quadro ancora più opaco. 

È con l’urbanizzazione che le cose iniziano a peggiorare. A inizio ‘900, secondo il ministero dei Lavori pubblici, “sebbene la quantità di precipitazioni non fosse inferiore a quella degli altri bacini d’Italia e di tutta l’Europa centromeridionale”, “quasi cinque miliardi di m³ d’acqua” venivano  inutilmente persi. Nel mentre , la mafia faceva sentire tutto il peso del potere e della coercizione all’interno dei consorzi di irrigazione di nuova istituzione. L’esempio più noto è quello del consorzio dell’Alto e Medio Belice del 1933, 106.000 ettari destinati  alla realizzazione di una diga sul fiume Belice. Il consorzio, però, è rimasto inattivo fino al 1944, a causa dell’opposizione della mafia, che temeva «che lo sviluppo dell’iniziativa poteva toglierle il monopolio dell’acqua e sovvertire l’ordine delle cose (campierato ed usura) fino ad allora sotto il suo diretto controllo» (cfr. Commissione parlamentare antimafia, 1963)

Uno degli episodi più emblematici e a più grossa rilevanza sociale è stata la cosiddetta grande “sete di Palermo” del 1977-78, che ha dato il via ad un’inchiesta sulle fonti di approvvigionamento idrico nel palermitano. La Carta delle irrigazioni siciliane, redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del Servizio idrografico del Ministero dei lavori pubblici, illustrava bene la situazione: «un aggrovigliarsi di usi di acque delle più diverse provenienze», in cui si mappavano 114 sorgenti e 600 pozzi”. Un documento più recente, del 1973, redatto dall’Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falde costiere. “Queste acque sotterranee per la grande rilevanza che avevano per il soddisfacimento del fabbisogno idrico della città e delle campagne avrebbero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche, invece vengono lasciate sfruttare dai privati e in prima fila sono i più noti rappresentanti dell’associazione mafiosa”, si legge nel paper “Del diritto alla buona acqua” della Fondazione Roberto Franceschi

A dire del magistrato che ha condotto  l’inchiesta, il pretore Giuseppe Di Lello, il criterio nella redazione degli elenchi delle acque pubbliche è il “rispetto” delle acque private. Nel Prga (Piano regolatore generale degli acquedotti) redatto dal Ministero dei lavori pubblici e approvato nel 1968 figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda. Però, non vi era alcuna  traccia dei ricchissimi pozzi d’acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, e da altre famiglie mafiose: i Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi”, come si legge nella pubblicazione del 2002 a cura di Umberto Santino. La falda freatica andava impoverendosi per il saccheggio perpetrato dai privati e, in particolare, dai mafiosi. In molti pozzi era già in stato avanzato l’intrusione di acqua marina che ne rendeva impossibile l’uso. Nonostante l’acqua fosse un bene pubblico, l’Azienda municipale acquedotto di Palermo (Amap) negli anni ’70 ha preso in affitto i pozzi dei privati, costringendo il Comune di Palermo a pagare  la propria acqua circa 800 milioni l’anno. I privati, per altro, per scavare i pozzi potevano servirsi dei mezzi dell’Esa, ente pubblico, potendo realizzare affari consistenti con spese del tutto modiche. L’Amap, alla ricerca di nuove acque, trivellava le zone povere d’acqua, lasciando le zone più ricche al monopolio dei privati. Le responsabilità di tale situazione sono state chiaramente individuate ai vari livelli: dal Ministero dei lavori pubblici all’Assessorato regionale, dal Provveditorato per le opere pubbliche all’Ufficio del Genio civile e, ovviamente, all’Amap. Alcuni fatti costituivano reato e gli atti sono stati  inviati alla Procura della Repubblica, senza però alcun seguito. Un’altra inchiesta, condotta nel 1988, portava invece al rinvio a giudizio di vari mafiosi, proprietari di pozzi e alcuni tecnici, ma il processo si è concluso con una serie di assoluzioni“. 

Altre testimonianze in tal senso provengono da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, e dalla loro celebre opera “La Sicilia nel 1876”. Franchetti descrive come la mafia già allora controllava e i pozzi e i corsi d’acqua della Conca d’Oro, utilizzandoli come strumento di coercizione economica. Salvatore Lupo, nel testo “Storia della mafia”,  analizza il passaggio dal controllo feudale alla “mafia degli agrumi”, spiegando come il diritto all’irrigazione fosse il fulcro del potere dei primi clan nell’Ottocento.

Il più tristemente famoso degli intrecci tra approvvigionamento idrico e potere mafioso si è verificato nel 1979.  Palermo, il 26 gennaio, una mano – che poi le cronache giudiziarie hanno stabilito essere quella del boss Leoluca Bagarella – ha ucciso il giornalista Mario Francese. Dalle pagine del Giornale di Sicilia, Francese ha indagato sui fondi stanziati per la costruzione della diga Garcia (alcuni terreni erano dei cugini Salvo, legati al democristiano Salvo Lima). “Nel settembre del ’77 ha pubblicato un’inchiesta in sei puntate,  descrivendo la rete di collusioni, corruzioni ed interessi che si erano sviluppati per la realizzazione della diga”, come spiegato da una scheda a lui dedicata sul sito del ministero dell’Interno.  In quell’occasione Mario Francese ha spiegato che “dietro la sigla di una misteriosa società, la Risa, si nascondeva Riina, all’epoca considerato un fantasma, pienamente coinvolto nella gestione dei subappalti relativi alla costruzione della diga stessa”. Nel 2013, su iniziativa di Legambiente, gli viene  intitolata la diga.

Anche Messina, molti anni dopo, è stata al centro di inchieste. Tra la fine di ottobre e i primi di novembre 2015 una frana sulla condotta dell’acquedotto Fiumefreddo a Calatabiano ha causato la rottura dell’impianto, lasciando gran parte della città senz’acqua per tre settimane. La crisi idrica ha portato all’apertura di diversi fascicoli da parte della Procura locale, principalmente incentrati sulla manutenzione delle condotte, sulle procedure di affidamento e sulla sicurezza degli impianti. Non risultano iscritti nel registro degli indagati per questi filoni, mentre alcune azioni civili e amministrative hanno portato a risarcimenti agli utenti. Dopo la class action, nel 2022 il Tribunale di Palermo ha riconosciuto a ciascun utente che aveva partecipato un risarcimento di 600 euro per la mancanza di erogazione tra il 24 e il 31 ottobre 2015.

L’Amam, partecipata interamente posseduta dal comune di Messina che si occupa di gestione dell’acquedotto e di approvvigionamento idrico, in quegli anni era protagonista di un’altra indagine nata dagli accertamenti svolti dalla sezione di Polizia Giudiziaria tra il 2013 e il 2016. Gli investigatori hanno contestato l’esistenza di un presunto “cartello di imprese” che avrebbe monopolizzato gli appalti per la manutenzione degli impianti idrici – in particolare Fiumefreddo, Bufardo-Torrerossa, Piedimonte Etneo e le condotte di attraversamento del territorio catanese – manipolando gare e offrendo somme illecite ai vertici della municipalizzata. Al centro dell’indagine finirono dirigenti e imprenditori ai quali furono contestati, a vario titolo, corruzione, frode e abuso d’ufficio in relazione a una gara del 2015. L’ex presidente di Amam, al tempo, ha riferito  agli inquirenti che gli era stata proposta una “mazzetta del 15%” in cambio dell’assegnazione dei lavori a ditte del cartello. Dopo lo “stralcio” di alcune posizioni il processo si è aperto il 18 marzo 2021 davanti alla Prima sezione penale del Tribunale di Messina. La sentenza è arrivata il 18 maggio 2022: un imprenditore è stato condannato a 8 mesi per tentativo di corruzione nei confronti di Termini, mentre il dirigente e un altro imprenditore sono stati assolti con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Per gli altri indagati non risultano pubblicate sentenze definitive, ma l’impianto accusatorio originario si è sostanzialmente ridimensionato, con un solo imputato condannato e tutti gli altri prosciolti o non rinviati a giudizio.

Negli stessi anni l’approvvigionamento di acqua potabile verso le Isole Eolie tramite la società Marnavi Spa è stato oggetto di indagine da parte della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto. Sono stati iscritti 44 indagati, tra dirigenti pubblici e rappresentanti della società, con l’accusa di frode nelle forniture idriche: secondo l’accusa, i quantitativi fatturati risultavano superiori a quelli realmente consegnati, causando un danno stimato in circa 555.000 euro. Il procedimento è attualmente pendente.

Ancora nel 2024, a Carini, le forze dell’ordine, su ordine del Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (DDA), hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque presunti appartenenti al clan mafioso: quattro persone finiscono in carcere, uno ai domiciliari con braccialetto elettronico. Secondo l’accusa, il clan, ricostruito dopo anni di detenzioni e con l’inserimento di nuovi affiliati, avrebbe gestito una condotta idrica abusiva. Attraverso questa rete parallela, dietro pagamento, veniva fornita acqua a decine di famiglie che non avevano accesso al servizio idrico pubblico. L’indagine mira a dimostrare che l’acqua è stata usata come strumento di controllo e profitto territoriale, con modalità assimilabili a un vero e proprio racket. Durante le perquisizioni collegate all’operazione, gli investigatori hanno sequestrato circa 100.000 euro in contanti, considerati provento di estorsioni legate alla fornitura idrica abusiva. 

Anche Caltanissetta è stata al centro di indagini di recente. Nel gennaio 2025 la Procura ha avviato un fascicolo conoscitivo in relazione alla crisi idrica che ha colpito la provincia nel 2024, in un contesto di siccità, infrastrutture vetuste e frequenti interruzioni del servizio idrico. In quel periodo, la provincia di Caltanissetta ha affrontato ripetuti disagi legati all’erogazione dell’acqua: diverse zone sono rimaste “a secco” o hanno subìto interruzioni prolungate del servizio, con ricorrenti segnalazioni da parte dei cittadini e del Comune. Sono stati imposti divieti temporanei di utilizzo dell’acqua per uso alimentare durati svariati giorni, dopo segnalazioni dell’ASP locale su problemi di torbidità o non conformità ai parametri potabilità. A fronte delle interruzioni, nel 2024 è stata varata un’operazione di distribuzione straordinaria: con l’operazione denominata “Fontanelle” la Protezione civile regionale e i volontari hanno consegnato acqua per circa 112.000 litri a 45 utenze e successivamente 149.000 litri a 58 utenti, per tamponare la carenza idrica nella contrada omonima.  A luglio 2025 il consiglio comunale di Caltanissetta ha formalizzato un esposto alla Procura chiedendo di acquisire tutta la documentazione relativa alle comunicazioni di interruzione, ai piani di manutenzione della rete, alle misure di emergenza adottate e alla tracciabilità dei flussi idrici. L’obiettivo è verificare se le continue interruzioni costituiscono una violazione della normativa sul servizio idrico integrato e della tutela della salute pubblica. Parallelamente, la Regione Siciliana ha autorizzato uno stanziamento per finanziare, nel 2024, la seconda fase di sostituzione della rete idrica del Comune di Caltanissetta, come misura strutturale per far fronte alla crisi nel medio termine.  L’indagine prende in esame due fronti: da un lato la gestione dell’erogazione dell’acqua, dall’altro gli aspetti economico‑amministrativi e di governance del servizio idrico integrato. Al momento il fascicolo resta “conoscitivo”: non risultano pubblicamente iscrizioni nel registro degli indagati (salvo la denuncia iniziale), né rinvii a giudizio. L’indagine mira a far luce sulle cause strutturali dei disservizi e su eventuali responsabilità nella gestione dell’acqua come servizio pubblico.

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