MESSINA. Trentaduesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

GESSO. Villaggio collinare ricadente all’interno del territorio comunale, che sorge sul versante nord dei Monti Peloritani e si affaccia sul Mar Tirreno.

CaSO4·2(H2O) è la formula chimica di un minerale, di cui una parte di territorio messinese è ricco. Una pietra che per secoli fu estratta e lavorata sui monti peloritani producendo un materiale dal versatile utilizzo. La pietra è il solfato di calcio biidrato, comunemente chiamato gesso. A questa attività estrattiva probabilmente si deve la nascita di un insediamento urbano ad essa funzionale. Un piccolo borgo collinare, sito a nord dello Spartiacque, che si affaccia sul mar Tirreno, al confine con il territorio di Villafranca Tirrenia, che da questo minerale prende il nome.

 Si tratta di un piccolo nucleo urbano d’antica fondazione posto sul crinale dell’ultimo colle del versante settentrionale della catena montuosa che ricade amministrativamente sul territorio del comune di Messina. Ameno si affaccia sull’azzurro sconfinato del mare, con un panorama d’incanto che guarda a destra la penisola milazzese e le isole eolie, a sinistra la costa Calabra, con Capo Vaticano, e davanti l’infinità del Tirreno meridionale con in mezzo Stromboli e Panarea. In questo luogo da tempo immemore l’economia e la vita sociale era centrata sull’estrazione e la lavorazione del gesso.

La sua fondazione risale ad epoca antichissima. Verosimilmente i primi a farne un nucleo urbano a vocazione mineraria furono i greci (In greco gesso è γύψος – gýpsos) e poi i romani (in latino gesso di dice gypsum). Ecco perché in lingua siciliana questo minerale viene denominato Ibbisu, e gli abitanti del borgo peloritano si chiamano ibbisoti e non gessoti o gessitani. Questa etimologia oltre a spiegare il toponimo, conferma che la tradizione mineraria siciliana non fu solo sale e zolfo, ma anche gesso. Anzi fino alla scoperta della polvere da sparo l’estrazione dello zolfo nell’isola era attività estrattiva secondaria rispetto al gesso.

Le cave erano vicinissime al paese. Le più importanti si trovavano nelle contrade di Locanda, Razia, Pimmiri, Pantalena, Crucidda e Chiarita. In alcune di queste località vi erano allocate anche le fornaci. Di alcune vi sono ancora vestigia.

La Produzione

Il Gesso si estrae da cave a cielo aperto come le latomie, dove la pietra viene frantumata e ridotta in blocchi che verranno cotti in forno a temperature superiori ai 180°, sicchè l’acqua cristallizzata nella pietra evapora. La cottura trasforma il CaSO4•2H2O in CaSO4 +2H2O: un’anidrite solubile che dopo la cottura può essere ridotta in polvere attraverso un processo di macinazione dal quale si ottiene una polvere bianco grigiastra, omogenea. Un legante aereo che impastato con acqua ha un lento tempo di presa (15 – 30 minuti) che consente di plasticizzare con facilità l’impasto. La polvere di gesso non viene utilizzata solo nell’edilizia ma anche nell’odontotecnica, nell’ortopedia, nella scultura, nella scuola e in varie attività decorative.

Il Gesso nell’Edilizia

Nell’edilizia si usa per la formulazione di malte utili per la finitura di pareti lisce, per particolari effetti estetici negli interni, per sottofondi lisci per pavimenti o per rivestimenti murali di pregio. Il gesso è un materiale che possiede un buon potere adesivo, è facilmente lavorabile anche in assenza di inerti, non subisce deformazioni da ritiro, resiste al fuoco ed è termo e fono isolante. Con esso si realizzano pannelli divisori leggeri e di facile applicazione, pannelli fonoassorbenti, pannelli per controsoffittature, etc.. L’odontotecnica si serve di questo materiale per produrre stampi per protesi dentarie. L’ortopedia per le fasciature gessate che immobilizzano gli arti per il recupero delle fratture. Molto usato è nella scuola: quale alunno non ha mai scritto con una bacchetta di gesso su una lavagna?

  

Il Gesso nell’Arte.

Nell’arte è diffusissimo. Oltre alla realizzazione di calchi, modelli e statue, il gesso nell’arte diventa “Stucco”, trasformandosi nella materia base di una nobile arte minore” applicata all’architettura. Lo “Stucco” è un miscuglio di gesso impastato con colla di pesce, polvere di marmo, calce spenta, sabbia, latte cagliato. Un impasto che simula il marmo, soprattutto il costoso alabastro. I primi stuccatori furono artisti di grande talento e di speciale abilità. La tecnica dello Stucco prevede che definita la forma, che si presentava bianchissima, l’opera venga lucidata con stracci spalmati di cera quindi, all’occorrenza, dipinta con coloranti dorati.

Per le decorazioni e la scultura a Stucco si usa il gesso tipo “Scagliola”, materiale inventato nella città di Carpi nel XVII secolo da Guido Fassi, il capostipite degli stuccatori o scultori in gesso italiani, colui che dette origine la scuola italiana che vide il suo epicentro in Firenze. Dal capoluogo toscano la tecnica si diffuse nel resto d’Europa. In quest’ambito artistico un ruolo di spicco lo ebbero anche la scuola lombarda e quella campana. Ma su tutte spicca la scuola siciliana, che raggiunge vette magistrali, ancor oggi insuperate, grazie a Giacomo Serpotta, eccelso “masterun stuccator”, capace di meravigliare il mondo con la sua abilità nell’utilizzo del gesso.

Egli è stato tra i più grandi artisti dell’arte barocca siciliana è il più grande stuccatore di tutti i tempi. Nato a Palermo, alla Kalsa, nel 1656, da una famiglia di artisti. Il padre Gaspare e il nonno Giacomo erano degli scultori. Giacomo Serpotta ci ha lasciato opere di straordinaria bellezza che senza il gesso non avrebbero visto la luce. L’apogeo della sua genialità lo si può ammirare nelle decorazioni con sculture in stucco degli oratori di Santa Cita e di San Lorenzo a Palermo. Opere che sbalordiscono per la loro grande espressività innovatrice e che fanno del gesso un materiale più prezioso del marmo.

Stupefacente è la sua realizzazione verista di bimbi che ornano le pareti dei due oratori. Fanciulli gioiosi di rara bellezza che popolano l’ambiente: sono i famosissimi Puttini del Serpotta. Non angeli ma bambini reali, festanti, liberi, di cui egli rappresenta ed esalta la fresca fanciullezza, ammonendo il mondo, che all’epoca aveva poca attenzione per i bambini e per la loro fragilità. Una rappresentazione della faciullezza mai vista prima d’allora. Il suo realismo va oltre il capriccio artistico e con quel turbinio svolazzante di bimbi dal candore smagliante denuncia una fragilità da proteggere. Serpotta mette in scena, con i suoi stucchi in gesso, l’innocenza da tutelare.

Nulla esclude che il gesso da egli usato provenisse dalle cave peloritane di Gesso. Dove si era sviluppata una modesta tradizione di stuccatori artisti, ultimo quel Pietro Gullì che operò nel rifacimento degli stucchi del Duomo di Messina dopo il 1908.

La Struttura Urbana

Disteso su uno stretto altipiano di crinale, l’organismo urbano occupa fitto tutto lo spazio abitabile che l’orografia consente. L’abitato è percorso da due strade longitudinali in pendenza che definiscono un corpo urbano come un nastro che in basso finisce con l’unico vuoto, la piazza. Una piazza in pendenza. Un paese in pendenza dove ci si muove salendo o scendendo, dove anche spostarsi è faticoso.

Davanti al crinale, spostato un po’ ad oriente, si trova uno sperone di roccia come un avamposto. Un punto che domina il mare dove sorge il convento dei Cappuccini. Una struttura che è stata sempre strategica per l’avvistamento del pericolo proveniente dal mare. Il monastero ha avuto un ruolo preminente nella storia, nell’economia e nella cultura della comunità, così come l’altro convento omologo che si trova su un altro sperone di roccia, anch’esso un punto di guardia strategico, che domina la vallata e il corso del fiume Gallo.

Le due strade sono via Belvedere, la più importante, che partendo dall’alto quasi a precipizio giunge alla piazza dove si erge la chiesa di S. Antonio Abbate e via Onofrio Gabrieli.

Quest’ultima corre lungo il margine orientale dell’altopiano e in fondo ad essa si trova un suggestivo tempio medievale, diruto, inaccessibile, a cielo aperto, che vige in stato di totale abbandono. Misconosciuto pur avendo l’aria di essere stato un elemento essenziale nella storia del luogo. Per la toponomastica e per gli abitanti il solenne organismo architettonico è l’antica chiesa seicentesca della Madonna del Soccorso, ma la sua struttura muraria e l’articolazione architettonica raccontano di epoche precedenti. Da una veloce lettura stratigrafica delle murature quel tempio risale almeno ad epoca medievale e tante cose avrebbe da raccontare se fosse recuperato, valorizzato e reso fruibile.

Onofrio Gabrieli, a cui è intitolata la seconda strada, fu un illustre ibbisoto. Un pittore nato a Gesso nel 1619 che si formò, nella Roma seicentesca, alla scuola di Pietro da Cortona (uno dei maggiori interpreti della pittura barocca). Da Roma poi si spostò nel Veneto dove operò a lungo. A lui sono attribuiti i famosi affreschi di Villa Borromeo a Rubano (Padova).  Sua la “Madonna del Soccorso” che si trova al Museo Regionale di Messina che nella seconda metà del secolo scorso fu oggetto di uno scandalo di opere d’arte trafugate dalla pinacoteca e sostituite con copie false, il dipinto era tra queste. La colossale truffa fu scoperta da Federico Zeri ed altri colleghi della Soprintendenza del Lazio, in occasione della celebre mostra di Antonello da Messina tenutasi nel capoluogo peloritano nel 1953, con il famoso l’allestimento di Carlo Scarpa.

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