In scena alla Sala Laudamo di Messina, Cavalleria rusticana. La legge dei Rasoterra, regia e riscrittura di Vincenzo Tripodo, produzione E.A.R. Teatro di Messina – Centro di Produzione Teatrale.
L’operazione si configura come un attraversamento consapevole del classico verghiano, restituito non in forma di semplice ripresa, ma mediante un processo laboratoriale che diventa esito scenico compiuto.
Il lavoro di riscrittura agisce per sottrazione e condensazione, ridefinendo l’ossatura drammaturgica senza intaccarne le tensioni fondative. Nella fattispecie, appartenenza, onore, desiderio, vendetta.
La regia di Tripodo fabbrica un congegno essenziale ma dinamico, in cui lo spazio scenico è pensato come campo di forze, attraversato da corpi e relazioni, in cui anche gli elementi decorativi assumono funzione semantica. Le linee visive e gli arredi, chiaramente ispirati ai saloon del Far West, non si limitano a una citazione estetica, ma edificano un immaginario coerente, capace di dialogare con l’impianto verghiano. Ne scaturisce un cortocircuito visivo e culturale efficace: la Sicilia arcaica di Cavalleria rusticana diventa frontiera simbolica, aspra e codificata, dove le leggi non scritte dell’onore e della vendetta trovano una sorprendente corrispondenza. La partitura è compatta, il gesto e la parola si tengono in un equilibrio vigile, evitando derive naturalistiche e puntando invece a una stilizzazione sorvegliata.
Determinante la matrice laboratoriale del progetto. Si avverte un lavoro profondo sull’ensemble, sulla coralità, sulla qualità dell’ascolto reciproco, che si traducono in una scena sorprendentemente viva. Il risultato è uno spettacolo che rigenera il capolavoro di Giovanni Verga, restituendogli urgenza contemporanea senza tradirne la matrice.
Operare una riscrittura rigorosa di un testo che, nato come novella, attraversa il teatro e approda all’opera lirica, implica da un lato l’adesione a una visione registica autonoma, dall’altro il rispetto dei nuclei tematici originari. Ed è in questo equilibrio che si inserisce un lavoro capace di intercettare con lucidità i rimandi tra i linguaggi del cinema e del teatro e di valorizzare, senza dispersioni, il materiale drammaturgico disponibile.
La costruzione scenica si espande in una mise en espace che investe l’intero spazio teatrale, dal fondale al foyer, configurandosi come dispositivo immersivo coerente. A sostenere l’architettura, un tappeto musicale calibrato, mai ornamentale, ma funzionale alla tenuta ritmica e semantica dello spettacolo.
Ne risulta un’opera “altra”, autonoma nella forma ma fedele nella sostanza. Un classico riletto senza tradirne l’essenza. Un classico ancora vitale, ancora necessario. Vincenzo Tripodo dimostra così piena padronanza dei codici della scena. Ne conosce i meccanismi, ne governa le dinamiche, plasma la materia con sicurezza. In una parola, fa teatro.
I Rasoterra, assimilabili a un coro tragico di ascendenza classica, irrompono sulla scena con ingressi e uscite fragorose, scandendo il ritmo dell’azione. Il loro vociare si fa veicolo di giudizi e pettegolezzi, restituendo gli umori di una collettività che orienta e condiziona le scelte individuali. L’ambiente si configura così come sguardo vigile e presenza incombente, determinante nell’economia dello spettacolo.
Nulla accadrebbe al di fuori di questo contesto. I protagonisti restano invischiati, come ostriche allo scoglio, nelle maglie di una società spietata e ingenerosa. Ogni tentativo di distacco coinciderebbe con una perdita irreparabile di identità. Ne consegue una resa inevitabile. I personaggi soccombono, risucchiati in un vortice di passioni e disvalori, segnato dall’attaccamento alla roba e da una profonda distorsione dei sentimenti.
Mariella Lo Sardo, nei panni di Mamma Lucia, si impone come fulcro del dramma. È lei a guidare l’insieme, a predisporre il terreno fertile entro cui l’azione prende forma, assume consistenza. Attorno a lei gravitano Andrea Bonutto (Santuzza), Carolina Cusmano (Lola), Claudio Iannello (Alfio) e Alessio Pettinato (Turi), secondo una disposizione quasi orbitale che rafforza la centralità del personaggio.
La prova della Lo Sardo, arricchita inoltre dai momenti al pianoforte, che onorano Mascagni e conferiscono ulteriore spessore stilistico allo spettacolo, è solida, misurata, impeccabile, di classe superiore ovviamente. Colpisce tuttavia anche la qualità scenica di Andrea Bonutto. La sua è un’interpretazione trattenuta e incisiva, capace di affidare allo sguardo e alla calibratura della parola la restituzione dei moti interiori del personaggio.
Folta e compatta la presenza dei Rasoterra. Sono Angela Arena, Rosanna Barbera, Daniele Antonio Battaglia, Antonino Caminiti, Davide Cantello, Pina D’Andrea, Serena Inferrera, Mauro Mandolfino, Mattia Saitta, Adriana Salemi, Giuseppe Scafidi, Ketty Spadaro, Alena Zhyronkina. Mai ridotti a semplice sfondo, sempre pienamente integrati nella costruzione scenica. Nessuna presenza risulta eccedente, ciascun Rasoterra contribuisce alla definizione di quell’ambiente che il Naturalismo eleggeva a matrice generativa dell’azione, organismo vivo e determinante nel destino dei personaggi.
Notevole il contributo di Angelica Oliva, che attraverso i costumi non solo ricostruisce un’epoca con precisione, ma imprime all’azione un chiaro vigore semantico. Le sue scelte dialogano con la scena come un contrappunto visivo, talvolta volutamente chiassoso, ai silenzi e agli sguardi. Un equilibrio sottile, giocato sull’ellissi e sull’assenza, che richiama certe atmosfere sospese del cinema di Sergio Leone.
Le coreografie di Daniele Sciarrone si integrano con coerenza in un allestimento vivace, contribuendo a definire la partitura del movimento, mai accessoria.
Sul versante sonoro, Marco Pettignano costruisce un tessuto acustico incisivo. Il rintocco delle campane, in particolare, assume funzione strutturante e sovente amplifica la tensione drammatica.
Il disegno luci di Giovanni Privitera completa il quadro con efficacia, modulando spazi e atmosfere.
Tutti gli elementi convergono dunque nell’accurata, lucida, arguta riscrittura di Vincenzo Tripodo, che rivela coraggio progettuale, chiarezza di visione e la capacità di aprire un orizzonte inedito entro cui riorganizzare, con coerenza, le trame di un classico.
Attuale è pur sempre il luogo della socialità, lo spazio del bere, del parlare, del decidere che in Cavalleria rusticana si configura come microcosmo autosufficiente, regolato da un proprio codice di leggi non scritte. Attuale è l’ambiente chiuso, impermeabile, senza Patria e senza Dio che, con le sue logiche perverse, i suoi giudizi implacabili e la spietatezza a regolare i conti, sancisce il destino degli uomini.
La materia verghiana è così messa nelle condizioni di sprigionare appieno la propria forza espressiva, senza dispersioni né sovrastrutture. L’operazione, ça va sans dire, è senz’altro riuscita.
Cavalleria rusticana. La legge dei Rasoterra
Riscrittura e regia di Vincenzo Tripodo
Interpreti: Andrea Bonutto, Carolina Cusmano, Claudio Iannello, Alessio Pettinato
E con: Angela Arena, Rosanna Barbera, Daniele Antonio Battaglia, Antonino Caminiti, Davide Cantello, Pina D’Andrea, Serena Inferrera, Mauro Mandolfino, Mattia Saitta, Adriana Salemi, Giuseppe Scafidi, Ketty Spadaro, Alena Zhyronkina
Con la partecipazione straordinaria di Mariella Lo Sardo
Costumi: Angelica Oliva
Coreografie: Daniele Sciarrone
Suono: Marco Pettignano
Aiuto regia: Aurora Russo
Grafica Noemi Di Blasi
Foto di scena: Tina Smeraldi
Disegno luci: Giovanni Privitera
Produzione: E.A.R. Teatro di Messina Centro di Produzione Teatrale





