“Non si è viaggiatori se non si è curiosi. Quel portone socchiuso, il silenzio, il luogo deserto, se non se ne approfittasse sarebbe stupido o male avviato”

José Saramago, “Viaggio in Portogallo”

Nazaré è una cittadina portoghese che si affaccia sull’Atlantico, tempio di surfisti e non solo, a metà strada tra Lisbona e Coimbra. Ed è anche uno dei luoghi in cui vi imbatterete con più facilità in blog e guide di viaggio sul Portogallo.

Ho avuto la fortuna, negli ultimi dieci anni, di potere girare il Portogallo in lungo e in largo, da quando nel 2009 ci ho messo piede per la prima volta, trascorrendovi i miei nove mesi di Erasmus. E devo ammettere che Nazaré resta, in effetti, uno dei posti che più mi hanno colpito, nonostante abbia in sé quell’aspetto tipico delle destinazioni iperinflazionate, sbandierate a destra e a manca e trattate come piccoli gioielli da sfoggiare – sapete, quella cosa tipo “questo è l’autentico Portogallo” e poi magari non ha nulla né di autentico né di Portogallo ma è solo una piccola Disneyland del turismo. Sì, questo a Nazaré lo si percepisce, soprattutto sul lungomare e nei luoghi più centrali; quasi tanto quanto lo si percepisce nella vicina Óbidos, piccola bomboniera barocca, dove tra un turista e l’altro (tutti affannati a scattare foto e acquistare tipici souvenir locali made in Taiwan), potreste anche avere la fortuna di imbattervi in qualcuno del posto. Ma, affrontata con un po’ di pazienza e intraprendenza, Nazaré è un posto che riesce a stupire e ad affascinare.

 

 

Da qui ci siamo passati – con Simone e Tommaso, compagni di questo ed altri viaggi – mentre risalivamo da Lisbona verso Porto, che per me non era solo la città più bella del Portogallo, ma anche una delle mie preferite in assoluto, prima che la turistificazione ne stravolgesse il volto e, per dirla con un’amica di là, diventasse impossibile trovare una tasca (la tipica osteria portoghese, uno dei luoghi più significativi per comprendere la cultura lusitana), assediati da innumerevoli ed incomprensibili hamburguerias.  

Una turistificazione che, come accennavo poc’anzi, non ha di certo risparmiato neppure Nazaré. Eppure, nei due giorni trascorsi lì siamo riusciti in qualche modo a restare fuori dal circuito dei pacchetti completi e della vendita di “esperienze”, semplicemente girando qualche angolo in una strada poco illuminata o interagendo con persone del luogo. Finendo così a dormire nella casa di una signora che metteva a disposizione la sua stanza per gli ospiti (ospitalità vera, niente a che vedere con Airbnb), con annessa irrinunciabile contrattazione del prezzo, insita nella loro cultura come nella nostra, e con chiacchierate sugli argomenti più disparati, in una casa che sembrava un tempio, così tappezzata di immagini religiose di ogni tipo, sospesa tra sacro e kitsch. Tanto che, prima di partire, il suo commiato, affettuoso, sembrava più una benedizione – e forse realmente lo era – mischiando augurii e preghiere e concludendo con un “Deus vos acompanhe” al quale non si poteva che rispondere “amen”, al di là della fede professata o meno da ciascuno di noi.

Perché anziché prenotare un hotel o un Airbnb, appunto, si può invece decidere di fare una passeggiata per Nazaré e chiacchierare con le tante signore che offrono alloggio e finire in luoghi che diventano essi stessi parte del viaggio. E così, dato che una cosa tira l’altra, ti danno anche la dritta su dove andare a mangiare qualcosa di buono, trascorrendo del tempo con i portoghesi e non con gli inglesi (dato che in varie zone del Portogallo i turisti sono inglesi a prescindere), a patto di sapersi calare nella cultura del luogo. Essere viaggiatori e non turisti. Ricordo ancora, a distanza di anni, la cena meravigliosa in un ristorantino in un vicoletto ai margini di Nazaré, di quelli dove ti fanno il conto a penna sulla tovaglia di carta, lontano dagli standard e dalla standardizzazione del lungomare: una cucina, qualche tavolo in strada e una churrasqueira (il barbecue, molto diffuso in tutto il paese) dove ho mangiato degli spiedini di tamboril, ovvero la rana pescatrice, da far commuovere.

 

 

Nonostante sia sempre più schiacciato da processi di turismo di massa che stanno cancellando il volto delle sue città e della sua cultura, il Portogallo è un paese che, come pochi altri in Europa occidentale, è ancora in grado di regalare forme di interazione ed immersione nella cultura locale senza alcun filtro. È, questo, un tratto comune che viene fuori, ogni volta che ripenso al Portogallo, al di là dei ricordi specifici di Nazaré. Un tratto che sorprende, davanti alla diffidenza ed alla distanza quasi fatalista (come potrebbe essere altrimenti, nel paese del fado?) con cui ti accolgono i portoghesi. Ma così è. E quindi magari a Nazaré ci arrivi diffidente pure tu, proprio perché è iperturistica eccetera eccetera. E poi ti sorprende con la sua semplicità autentica appena giri un angolo e inizi a parlare e ad ascoltare. E diventa l’immagine plastica di quelle piccole oasi dove sopravvive quel Portogallo che di essere schiacciato da turisti, hipster e compagnia bella non ne vuole sapere.

Questi aspetti mi si sono rivelati in maniera ancor più chiara lo scorso anno, quando mi è capitato di passare qualche giorno a Lisbona per una conferenza sul diritto alla città e sulla gentrificazione. Sarà stato il fatto che non andavo in Portogallo da un po’, o più probabilmente il tema dell’incontro di quei giorni: fatto sta che mai come in quel momento ho colto appieno la drammatica contraddizione (che in realtà va ben oltre il Portogallo, ma qui è terribilmente evidente) di questi due paesi, quello del turismo di massa e della gentrificazione e quello dal sapore autentico, un po’ spartano e molto vero. 

 

 

A Lisbona come a Porto rioni interi sono stati distrutti dal turismo. L’Alfama, uno dei quartieri più belli e caratteristici della capitale, è oggi irriconoscibile, e fa il paio con il Bairro Alto, trasformato in un enorme night club, che vive quasi esclusivamente dopo il tramonto, viene rimesso a nuovo di giorno, per poi essere mortificato nuovamente in un’altra notte di sangria (sì, sangria) e musica commerciale. In questo enorme processo di espulsione dal centro e dalla città di residenti, ci sono isole che resistono, associazioni che lottano e che ho la fortuna di seguire da diversi anni. Conosco la storia di queste resistenze urbane e quotidiane, tanto nelle periferie come nei centri storici. Ed è forse per questo che mi ha commosso ritrovare ancora, nel cuore della capitale, in Praça dos Restauradores, una tasca dove servono una birra alla spina piccola (che a Lisbona si chiama imperial, mentre al nord è un fino) a meno di un euro, i bolinhos de bacalhau e altre piccole cose. Dove si parla poco e ci si guarda ancora meno. 

La tasca di Lisbona, la signora di Nazaré e il ristorante della rana pescatrice. Óbidos e le hamburguerias di Porto. O, ancora, una colazione a base di feijoada e aguardente in una taverna del porto di Viana do Castelo, di ritorno da un fine settimana galiziano, che mi è appena tornata in mente. Il Portogallo, come tanti altri paesi di tutto il mondo, sta cambiando il suo volto a ritmi vertiginosi e si va trasformando in un tempio del turismo, a tratti irriconoscibile. Eppure, c’è ancora un Portogallo che resiste, a volte nascosto, ma sempre lì, da scoprire con una profonda consapevolezza, con estrema cura e attenzione, quasi in punta di piedi.

P.S.: Rileggo la versione finale e, prima di inviarla, non posso non pensare che questa lettura chiama decisamente l’ascolto di un fado, classico o moderno che sia.

 

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