Foto scattate nel 2003 (anno in cui il tram entrò in funzione)
MESSINA. Tra qualche giorno piazza Cairoli non avrà più la sua “tarigghia”. Un’opera che per anni è stata fonte di ispirazioni di storie, miti e leggende sulla sua origine e il suo ruolo nel mondo, che oggi lo è per destinazioni alternative, ma che inevitabilmente è diventato un simbolo di Messina. Anche perché, in realtà, un simbolo lo è davvero, e rappresenta il passaggio dalla “città storica” alla “città nuova”, che non si ferma a piazza Cairoli, ma prosegue verso sud. Perché Messina è grande, estesa. Quello che nel gergo dei messinesi è diventata “la tarigghia” (legata spesso ad altri due simboli di Messina, i giganti Mata e Grifone), in realtà è un portale.


A spiegare perché nasce la griglia su piazza Cairoli è l’architetto Sergio Moscheo, che dal 2000 lavora con la società di ingegneria e architettura Architecna, la stessa che realizzò il progetto della linea tranviaria a negli anni ’90 e la stessa che ha disegnato il progetto di riqualificazione della linea tranviaria che, a meno di imprevisti, l’anno prossimo dovrebbe tornare a servire i messinesi.
«Doveva essere un “portale”, lo chiamiamo così nel progetto (sottolinea sorridendo, ndr), che nell’intento dei progettisti voleva dare un segno del passaggio dalla città storica (che fino ai primi del Novecento arrivava fino a nord della via Tommaso Cannizzaro, Torrente Portalegni, per intenderci) alla città nuova, e piazza Cairoli rappresentava quel confine, il punto di partenza dell’espansione della città verso sud – racconta l’architetto Moscheo, illustrando la prima delle ragioni che hanno portato alla costruzione della “griglia” – Di portali simili (ma non nella forma), in rapporto con le linee tranviarie, ce ne sono diversi nel mondo, come quello a Strasburgo, considerato uno dei progetti ispiratori della tranvia di Messina».

Un altro elemento era l’intenzione di dare un segno di unità all’intera piazza: se oggi la potatura alborea del salotto buono di Messina è più bassa rispetto all’infrastruttura, quando è stata realizzata gli alberi erano alti quanto questa. «Era come se ci fosse una copertura omogenea dello spazio», prosegue. E questo bisogno di manifestare l’unità della piazza nasce anche da cosa la linea tranviaria rappresenta per quello che oggi è il salotto buono della città: «Il viale prima era un continuo, dal porto a villa Dante, uno stradone con sei corsie, tre per senso di marcia più la sosta. Piazza Cairoli era divisa in due piazze, autonome, poco vissute per il fatto che erano all’esterno di una sorta di autostrada urbana. Le due piazze avevano anche due strade che le circondavano a lato degli edifici. Era uno spazio urbano vuoto che non veniva utilizzato. Quando ero piccolo i ragazzi stavano sul marciapiede davanti a Miscela d’Oro, anche in strada, perché banchina non bastava. Il progetto della tranvia serviva anche per recuperare piazza Cairoli, che oggi è uno spazio che viene vissuto trasversalmente dai cittadini. E il tram non ne disturba la pedonalità: non ci sono barriere e non c’è alcuna separazione tra la zona lato mare e quella lato monte. Quando il ministero approvò il progetto riconobbe l’intento della pedonalizzazione della piazza». Progetti di riqualificazione che erano stati previsti per altre piazze, ma che per varie vicissitudini sono stati stralciati.


La terza ragione deriva dagli arredi della piazza: «Il portale, che forniva ombra sulla parte centrale della piazza, si relazionava con la fontana, formando una sorta di scenografia che inquadrava tutto il viale San Martino, sia verso il mare che verso i monti Peloritani. Ma la piazza – spiega – non conteneva solo la griglia: passava attraverso una bonificazione diella pavimentazione e una messa in ordine degli oggetti, dalla pensilina lato monte, al 24ore, all’edicola lato mare. E, sempre lato mare, prima c’era una piccola cavea dove ci si poteva sedere guardando l’ulivo (che era un ulivo nano), per chiacchierare all’ombra. Oggi l’albero è cresciuto, non è stato mantenuto nano, e lo spazio è diventato più uniforme rispetto alla piazza».


E cosa ne pensano i professionisti dei progetti alternativi che circolano su internet? Da giorni (ma da sempre, solo che di questi tempi l’IA dà una grossa mano) circolano idee e proposte per una nuova destinazione d’uso della “tarigghia” e, inevitabilmente, all’interno dello studio di Architecna se ne discute. Chiacchiere tra colleghi che però hanno delle fondamenta, perché quando è stato richiesto alla società di ingegneria e architettura di realizzare il progetto definitivo di riqualificazione, è stato anche chiesto di dare un senso diverso al portale. Alla fine, tuttele ipotesi sono state stralciate, d’accordo con l’Amministrazione Comunale. Il motivo? Perlopiù economico: «Tenendo presente che è una struttura, e come tale è fatta per supportare determinati carichi, un cambio di destinazione d’uso comportava una verifica strutturale: fino a oggi teneva solo se stessa, ma fare diventare il portale una terrazza comportava dargli un nuovo carico, fra scale, pavimentazione e persone. Quindi, la sola ipotesi di un altro fine comportava notevoli costi e, se poi si vedeva che non poteva sopportare ulteriori pesi, si sarebbe dovuto rinforzare o demolire e ricostruire. Il progetto seguì il suo iter con un appalto integrato e l’amministrazione chiese all’appaltatore di includere la rimozione del portale».
Rimozione che avverrà solo parzialmente per il momento: «Nei prossimi mesi rimuoveremo anche i pilastri, ma prima dobbiamo andare a integrare quattro nuovi pali di sostegno per la linea di contatto del tram (il filo su cui strofinano i pantografi delle vetture), perché al momento è sospesa ai pilastri del portale. Questi pali verranno arretrati e posti più vicini agli alberi per non essere troppo visibili nella prospettiva del viale».
In ogni caso, le ipotesi di riqualificazione del portale a cui stavano pensando i progettisti di Architecna non prevedevano di portare le persone sulla “tarigghia” (come le numerose terrazze panoramiche che stanno facendo il giro del web): le idee, stralciate, valutavano di rivestire la struttura con del verde o con degli specchi, oppure di apporre un’illuminazione particolare. «Da professionista non posso confermare ipotesi fatte dall’IA, posso solo dire che sono affascinanti», conclude l’architetto Sergio Moscheo.




