Dimenticate il cinema patinato e le storie già viste: qui si parla di visioni audaci, di una terra che brucia sotto il sole, di tradizioni e di registi che trasformano la realtà in poesia visiva, facendo del cinema un atto di ribellione creativo e romantico. Dal primo fumetto sotto il tavolo di casa ai documentari proiettati al Parlamento Europeo, il percorso di Nunzio Gringeri è un incastro perfetto di coraggio narrativo, sperimentazione indipendente e radici profondamente siciliane. Nato nel 1981 e cresciuto lungo la costa tirrenica messinese, tra Torregrotta e Milazzo, Nunzio, dunque, è oggi un regista e direttore della fotografia con oltre vent’anni di esperienza nel campo delle arti visive. Il suo percorso, articolato e coraggioso, affonda le radici nella cultura urbana e nella sperimentazione artistica, passando dai graffiti e dalla scena hip hop degli anni ‘90 fino alla formazione accademica presso l’Accademia delle Arti di Reggio Calabria. Così dopo un primo periodo a Bologna, dove muove i passi nel mondo della fotografia professionale, il suo ritorno in Sicilia segna una fase di transizione che lo conduce progressivamente verso il cinema. La svolta arriva nel 2011 con la realizzazione del documentario “Stateless”, girato al confine tra Libia e Tunisia durante i giorni cruciali della caduta del regime di Gheddafi: un’esperienza che consolida il suo interesse per il linguaggio cinematografico come strumento di indagine e testimonianza. La successiva formazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo rappresenta un momento decisivo per la definizione della sua identità artistica, in equilibrio tra regia e direzione della fotografia. Esperienze internazionali, tra cui un lungo periodo a Berlino, hanno ulteriormente arricchito il suo sguardo, contribuendo a una ricerca visiva che coniuga sensibilità documentaria e tensione poetica. Il suo percorso testimonia una continua evoluzione, guidata da una forte esigenza espressiva e da un legame profondo con i luoghi e le storie che sente l’esigenza di raccontare. Tanti i progetti da lui firmati, come tante sono le collaborazioni con autori e collettivi di spessore Tra i suoi lavori più significativi c’ è la fotografia del documentario “Happy Winter”, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, diversi videoclip musicali, ed i suoi docufilm “Dry Sicily” e “Caronte”.

Quando nasce il tuo interesse per l’arte e per la narrazione?

“Il momento in cui comprendo davvero il mio desiderio di raccontare storie risale all’infanzia. Ricordo me stesso, a dodici o tredici anni, sotto il tavolo della cucina dei miei genitori, intento a realizzare una sorta di rivisitazione di Dracula. Era un piccolo fumetto, con pagine numerate e una storia compiuta. Il piacere di averlo portato a termine è ancora vivido: lì ho capito che volevo raccontare storie attraverso le arti visive.”

 

Hai attraversato diversi linguaggi artistici prima di approdare al cinema. Perché proprio il cinema?
“Sì, ho sperimentato varie forme espressive: grafica, fotografia, video-arte. Tuttavia, il cinema è il linguaggio che sento più naturale per me. È il mezzo che mi consente di sublimare idee e raccontare storie in modo diretto e immersivo, raggiungendo un pubblico ampio.”

 

Che caratteristiche ha il tuo cinema?

“Non è un cinema di intrattenimento. Mi definirei indie. Mi riconosco in una dimensione indipendente, anche con riferimenti al neorealismo italiano e a un autore come Werner Herzog. Non mi sono mai visto all’interno dell’industria cinematografica tradizionale: il mio percorso è più vicino a una ricerca sperimentale e personale.”

“Dry Sicily” affronta il tema della siccità in Sicilia. Come nasce il progetto?

“Nasce dall’esigenza di raccontare una realtà che, a mio avviso, veniva rappresentata in modo superficiale. Nel 2024 si è parlato molto della siccità in Sicilia, ma spesso senza restituirne la complessità. Il documentario è politico: racconta un microcosmo locale che però riflette un problema globale, quello della crisi idrica legata al cambiamento climatico. Oltre al cambiamento climatico, in Sicilia esiste un problema strutturale che viene ignorato da decenni. Attraverso le testimonianze di agricoltori, allevatori, artigiani e attivisti, si evidenzia come la gestione dell’acqua sia una questione sistemica. Messina, in questo senso, è un esempio emblematico: è assurdo che da una certa ora in poi non arrivi più acqua, se avessi una bacchetta magica farei scomparire tutti i serbatoi che ci sono, perché nel momento in cui non c’è veramente più acqua la gente si organizza e comincia anche a ribellarsi per chiedere quello che è suo.”

 

Che riscontro ha avuto “Dry Sicily”?

“Con nostra sorpresa, molto positivo soprattutto all’estero. Di recente è stato proiettato anche al Parlamento Europeo. Il film racconta una storia locale, ma viene percepito come universale. È stato proiettato più volte anche a Messina, in contesti diversi, tra festival e incontri universitari.”

 

Nel 2023 è uscito “Caronte”. Qual è la sua storia?

“Caronte” è un progetto lungo e complesso, inizialmente era stato pensato come mio come lavoro di diploma al Centro Sperimentale di Palermo e doveva intitolarsi 38° Parallelo Nord, poi col tempo l’ho trasformato. Caronte, dunque, si sviluppa attorno a due figure: un giovane che diventa uomo attraverso la sua prima pesca del pesce spada e un pastore anziano, giunto alla fine del suo ciclo, che trasmette il proprio sapere. È un racconto sul tempo, sulle stagioni della vita e sul legame con lo Stretto di Messina. Caronte è un film sul ritorno, coincide esattamente con il mio ritorno in Sicilia: una sorta di restituzione del mio territorio.”

 

Com’ è avvenuta la trasformazione?

“Ho capito che volevo dei personaggi che mi aiutassero a raccontare questo territorio. È stato un processo in continua evoluzione, ho cambiato tantissime volte idea perché cercavo dei punti di vista originali su Messina ed inizialmente non volevo concentrarmi sui Felucari dato che esiste un film bellissimo, degli anni ’50, di De Seta intitolato “La Caccia dei Pesci Spada. De Seta è un maestro, ho analizzato frame per frame tutto il suo film e non volevo rischiare di “ripeterlo”. Andando in giro per l’Europa, però, ho proprio capito quanto la tradizione dei felucari sia così particolare ed importante e mi sono convinto a mettere dentro il mio lavoro una storia che avesse a che fare con questo mondo.”

Da cosa nasce in realtà Caronte?

“Nasce da una suggestione del quadro della Madonna di Dinnamare, che secondo me è la sintesi perfetta di questa città dove abbiamo un quadro di una Madonna portata in trionfo da due delfini che dal mare, una volta l’anno, va nel punto più alto a mille metri che è Dinnamare.  È una sintesi perfetta di quello che per me è Messina.”

Come influisce questa terra nella poetica di dei tuoi lavori?

“In maniera determinante. Il mio immaginario nasce da esperienze personali legate a questi luoghi: ad esempio i percorsi notturni verso Dinnamare o il senso di confine vissuto fin da bambino, accompagnando parenti che partivano o arrivavano. Questo tema del confine ritorna spesso nei miei lavori.”

 

Da venerdì 3 aprile è fuori il trailer di “Amore”. Di cosa parla?

“Amore è un documentario girato a Enna durante la Settimana Santa. Ho scelto un punto di vista originale, raccontando una storia d’amore bianca tra due ragazzi all’interno della festa, anche attraverso lo sguardo degli incappucciati. Stiamo lavorando alla distribuzione internazionale.

 

In tutto quello che fai la città di Messina ti ha più ostacolato o aiutato?

“Messina è stata una fonte di ispirazione fondamentale, anche se l’ho vissuta pienamente solo in alcuni periodi, soprattutto negli anni in cui studiavo a Reggio Calabria e frequentavo a Messina il Cinque Quarti. Provenendo dalla provincia, ho sempre avuto uno sguardo leggermente esterno, ma proprio questa distanza ha contribuito a costruire il mio immaginario.”

 

Che differenza c’è tra lavorare nel tuo settore all’estero e in Italia, o meglio Sicilia?

“All’estero esiste sicuramente una maggiore gratificazione economica. Tuttavia, le storie sono qui. La Sicilia è un territorio complesso e stratificato, ricco di contrasti e influenze culturali che si riflettono nelle tradizioni, nelle manifestazioni religiose e nella vita quotidiana. È proprio questa densità a renderla, dal punto di vista narrativo, straordinariamente fertile.”

 

E dal punto di vista delle opportunità concrete?

“Le possibilità sul territorio sono più limitate. Personalmente lavoro in Sicilia, tra Catania, Enna e Palermo, spesso in collaborazione con produzioni esterne o internazionali. A Messina, invece, ho lavorato quasi esclusivamente su progetti personali. Negli ultimi anni sto cercando di costruire una rete che in passato è mancata.”

 

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere questo percorso?

“Essere ostinati e curiosi. E soprattutto non pensare che esista un solo percorso possibile. Oggi i mezzi sono accessibili a tutti: anche con strumenti semplici si possono raccontare storie efficaci. Ciò che conta davvero è la forza del racconto, più della perfezione tecnica.”

 

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?

“A chi dice che a Messina non si può fare cinema perché “non c’è niente”, dico di smetterla di usare la città come alibi. Se vuoi raccontare una storia, non ti serve aspettare la grande produzione da Roma che cala dall’alto con i tir e i macchinari. Prendi una macchina da presa, riunisci tre persone che ci credono quanto te e inizia a girare. L’assenza di un’industria qui non è una scusa per non fare, è l’occasione perfetta per inventarsi un modo nuovo di fare le cose. Il cinema indie si fa con le idee, non con i permessi.”

 

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