Le sottoculture musicali sono molto più di una colonna sonora: sono codici condivisi, estetiche ribelli, mappe identitarie che attraversano generazioni e città, trasformando il suono in linguaggio visivo, stile e appartenenza. Dai vinili consumati nei negozi indipendenti alle fanzine autoprodotte, fino alle contaminazioni contemporanee tra musica e arti visive, ogni scena lascia tracce che continuano a risuonare nel presente. È proprio in questo spazio di confine, tra suoni e trasposizioni artistiche di ogni genere, che si muove Gianfranco Moraci: nato nel 1964, da 35 anni lavora nel mondo della comunicazione. Copywriter e direttore creativo in diverse agenzie di pubblicità internazionali, prima a Roma e poi a Milano, oggi continua il suo percorso professionale senza mai abbandonare la sua passione più profonda, la musica. Collezionista di vinili, fin connaisseur dell’universo jazz, appassionato di sottoculture giovanili, dj e tra le voci storiche delle radio messinesi, ha negli ultimi tempi trovato una nuova forma espressiva per omaggiare le note dei suoi dischi ed artisti preferiti: il disegno. Piccoli lavori in cui le suggestioni sonore si trasformano in immagini, e che saranno, a partire dal 21 aprile, esposti a Milano durante la Design Week.

Quando è nata la tua passione per la musica?

“È nata molto presto, grazie ai miei fratelli maggiori. In casa c’erano sempre dischi e ascolti molto avanzati per l’epoca: prog, rock americano, Jimi Hendrix, Rolling Stones. Io sono cresciuto con quegli LP e poi ho sviluppato gusti personali più orientati verso il sound britannico, il soul, l’R&B e il rap.”

C’ è stato un momento che ha segnato particolarmente il tuo rapporto con la musica?

“Sì, un viaggio a Londra tra il ’79 e l’80. Lì ho scoperto le sottoculture musicali inglesi e ho visto un concerto dei Jam. È stato uno spartiacque: sono tornato con dischi dei Police, dei Clash, e da lì si è aperto un mondo. Quando sono tornato a Messina, parallelamente, qualcuno cominciava a interessarsi anche a quel tipo di musica e bene o male questo tipo di interesse ci ha portato ad aggregarci: punto di ritrovo fondamentale era il negozio di Enzo Russo, lì ho cominciato a produrre la mia fanzine, con altri appassionati di musica punk prima e di new wave dopo. In città, quindi, iniziavano a nascere gruppi, fanzine, luoghi di aggregazione: era un momento di fermento molto forte. C’ erano i Victrola, i Low Noise, i Nocto, insomma c’era uno scenario musicale interessante, soprattutto c’erano alcuni locali che erano dei punti di aggregazione molto importanti, come l’Ikebana a Sant’Alessio, il Settimo a Taormina, il Rombo in cui il pomeriggio Alfredo Regni e Enzo Russo cominciarono a far suonare un po’ di dischi new wave.”

Tra radio e dj set hai trasformato la tua grande passione in realtà attive e coinvolgenti…

“Sì, la radio è sempre stata una parte importante della mia vita: ho iniziato a 12 anni. Ho lavorato con Radio Sicilia, con Radio Città del Sole, RadioStreet e tante altre realtà. Da sempre mi occupo di sottoculture giovanili e della loro musica: dal movimento mod allo ska, dal punk al post-punk fino alla new wave. Ancora oggi faccio DJ set in alcune occasioni e, insieme ad Alfredo Reni, porto avanti il progetto Hi-Fi Bar al Retronouveau, dove raccontiamo i movimenti musicali attraverso serate tematiche. È un racconto musicale, nello specifico, fatto di immagini, vinili, video e aneddoti. Ogni serata è dedicata a un movimento o a un’epoca: dalla Summer of Love al prog. Io porto anche molte storie tratte dai libri che ho letto negli anni. È un modo per far rivivere quei momenti.”

Come nasce, invece, il tuo progetto di musica disegnata?

“Quasi per caso. Da copywriter ovviamente non disegnavo, ma negli anni ’80 gli art director con cui lavoravo avevano il privilegio di utilizzare dei pennarelli meravigliosi, pennarelli pantone. Tempo fa ho trovato su Amazon un set di pennarelli pantone e l’ho comprato giusto per averlo. Da quel giorno, da quando mi è arrivato, la mattina, ogni volta che metto un disco ho preso l’abitudine di scarabocchiare e di tradurre quello che ascolto. È diventato un automatismo: traduco la musica in linee e forme, forme anche un po’ strampalate. I miei disegni sono per lo più ritratti degli artisti che ascolto, influenzati sia dalla musica che dalle copertine dei dischi. Attorno ai disegni scrivo anche testi di canzoni. Li ho fatti diventare anche delle magliette!”

Hai sempre saputo disegnare?

“Ho sempre disegnato, ma senza pretese. È stata una cosa naturale, mai pensata come qualcosa di serio.”

Ed invece oggi i tuoi disegni arrivano ad una mostra importante…

“Sì, grazie ad Audi Accent On Design, che ha deciso, entusiasta per i miei disegnini, di organizzare una mostra ad hoc durante la Design Week di Milano, dal 22 al 26 aprile, al Centro Culturale di Milano, vicino al Duomo, con inaugurazione il 21 aprile. Io stesso ero un po’ scettico, ma loro ci hanno creduto molto.”

Com’ era Messina negli anni in cui hai iniziato a fare radio?

“Era una città, all’inizio, più che stimolante. Era una città molto divisa politicamente. C’ erano i locali di destra e quelli di sinistra. Stiamo parlando degli anni che vanno da quando io ero veramente piccolo, dai miei 11 anni fino al 1980.  Ho cominciato a fare radio veramente da molto piccolo. Messina aveva queste due fazioni, la destra e la sinistra. La sinistra era tutta una sinistra extraparlamentare, si può dire, ed erano attivi il gruppo anarchico, democrazia proletaria, lotta continua e poi c’ erano i fascisti. Tutto quanto, dunque, girava non solo attorno a quella che era la cultura politica di quella generazione giovane, ma soprattutto anche a quella che era la cultura musicale, per cui non solo si condivideva un’idea di futuro comunista, ma si intravedeva un’idea di futuro di pace, cioè l’opposto di quello che poi fu, insomma. Quanto meno di pace sociale, diciamo.”

Poi cosa successe?

“Arrivarono in città le droghe pesanti e finì la divisione ideologica: si è assistito a grande refuso ideologico, per cui fascisti e comunisti, in alcuni casi, erano uniti dall’uso di sostanze stupefacenti molto pesanti. Diciamo che la droga pesante riusciva a creare delle frequentazioni molto strette tra estremisti di sinistra e estremisti di destra. Ci fu, quindi, una grossa rottura estetica e a quel punto la musica che si ascoltava divenne sul serio la musica di tutti. Ad esempio l’avvento delle grandi band new wave, quelle più nazional popolari, fu molto inclusivo perché riuscì ad agglomerare la gioventù messinese attorno a dei gusti musicali tutti molto simili. La musica ha sempre fatto da collante sociale, e trovo che sia una cosa stupenda.”

E adesso noti lo stesso fermento di una volta?

“Non so se si può parlare di un fermento culturale, però secondo me esiste una gioventù molto interessante. Diciamo che purtroppo è sempre una minoranza quella che determina l’avanguardia. Abbiamo una band come i The Whistiling Heads che è molto apprezzata sia Italia che all’ estero.”

In quelli che sono stati i tuoi progetti, lavorativi e non, la città di Messina ti ha più aiutato o ostacolato?

“Né l’una né l’altra cosa. Dipende da come la vivi. Se la consideri un limite, lo diventa. Però per affermarti spesso devi andare via. Io stesso sono andato a Roma e Milano. E andando fuori ho scoperto che, paradossalmente, essere siciliano a volte è un valore aggiunto. Diciamo che Messina per non essere un ostacolo la si deve abbandonare per un po’. Il problema vero di questa città quello di avere una classe dirigente che spesso non riesce che non riesce a guardare al di là della punta delle proprie scarpe e di conseguenza non pensa mai di poter coinvolgere attivamente tutti quei messinesi che si sono affermati lavorativamente con successo stando fuori: molti di loro sono tornati e potrebbero dare un contributo valido e lungimirante.”

Qual è lì importanza delle sottoculture giovanili?

“Le sottoculture sono importantissime non tanto per l’effetto di tribù, per l’ aggregazione, ma per il materiale culturale che riescono a produrre. Ogni sottocultura giovanile ha prodotto dei fenomeni culturali più estesi che non si fermavano al costume e alla musica, ma si allargano alla pittura, alla moda, al design, e all’ arte a 360°. Basti pensare all’ hip-hop, o al mod e al punk e a come sono stati impattanti persino nel mondo dell’alta moda.”

Qual è la sottocultura giovanile dall’imprinting più importante?

“Questa è una domanda a 100 milioni di dollari. L’ hip-hop sicuramente l’ha avuto, però se uno va indietro nel tempo c’è la sottocultura beatnik che ha generato un fenomeno culturale fortissimo a cui era legata gran parte della musica jazz. I beatnik erano newyorkesi, ma la loro moda si espanse pure alla Francia, poi all’Italia, insomma è stato il primo fenomeno della beat generation. Da lì sono nati pittori come Jackson Pollock, tutto l’action painting, è nata tutta la letteratura di Jack Kerouac e Allen Ginsberg. E’, forse, la sottocultura paterna di tutte le altre. È stata la prima volta in cui i giovani hanno detto la loro nella storia all’inizio degli anni ‘30-‘40 e questa cosa è andata avanti così fino agli anni ‘50 quando è nata la sottocultura mod. I beatnik si può dire che siano stati i primi in assoluto. Quella al momento, quindi contestualizzando il tutto ai giorni d’ oggi, più importante e la più rilevante però è l’hip-hop.”

Tre dischi che porteresti su un’isola deserta?

“È una domanda tremenda. Direi: “Live at the Apollo” di James Brown, il primo disco di Elvis Presley del 1957 e “What’s Going On” di Marvin Gaye”.

Che rapporto hai con la musica italiana?

“C’ ho un buon rapporto, anche se non la approfondisco molto. Amo Dalla, Paolo Conte e Pino Daniele. Tra i contemporanei trovo interessanti Subsonica, Giorgio Poi, Cosmo, Colapesce e Dimartino. È un mio limite, non snobismo.”

E con il jazz invece?

È un rapporto meraviglioso. Il jazz è qualcosa di trascendentale. Amo tutta la cultura afroamericana, ma il jazz in particolare ti porta in un’altra dimensione. Quando ascolto Charlie Parker o Miles Davis, è come viaggiare nel tempo e nello spazio: ti ritrovi in una New York degli anni ’40 senza esserci mai stato.”

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?

“L’ inferno è un posto senza musica!”

 

 

 

 

 

 

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