MESSINA. Oggi,sembra un miracolo che ci siano la pietra lavica e quella di Modica per poter pavimentare (e in alcuni casi brutalizzare) le superfici cittadine. Un secolo fa, però, la scelta dei materiali non era legata al gusto personale o alla moda del momento, ma offriva un’ampia gamma di fogge e di materiali: basole, bolognini disposti in filari, asfalto monolitico compresso e a mattonelle, MacAdam in diverse forme.

LA RICOSTRUZIONE. Subito dopo il terremoto del 1908 e fino agli anni Settanta, i messinesi poggiavano le suole delle scarpe e le ruote dei loro mezzi su quanto di meglio la tecnologia della ricostruzione potesse offrire. Una scelta di materiali, per lastricare le strade della città, che prendeva le mosse da un assunto: costruire una Messina moderna e “pronta” ad affrontare qualsiasi nuova calamità, unendo però alla tecnologia anche un senso estetico in verità, allʼepoca, parte del sentire comune. Un piccolo mondo, quello delle strade della nuova città (i cui materiali inglobavano anche elementi precedenti al sisma), che in appena trentanni è diventato il primo livello “archeologico” di Messina. Con grande sorpresa per chi non ha mai percorso le vecchie strade.

MALEDETTI ’70. Negli anni Settanta, le vie diventarono lisce come tavoli da biliardo e i semafori spuntarono come i funghi a ogni incrocio. Si trattava di uno dei tanti volti, il meno percettibile allʼepoca, di una “modernità” che già dalla seconda metà del decennio precedente aveva “scardinato” lʼassetto del Piano Regolatore firmato da Luigi Borzì dopo il 1908. Ma se nessuno si indignava per le soprelevazioni, per le demolizioni degli edifici in centro e per la nascita di quelli nuovi, sulla circonvallazione, che violavano i vincoli di paesaggio e di rispetto su entrambi i lati della strada, chi mai poteva ergersi a difensore delle pietre di Catania che facevano tremare le automobili? Pietre che si avviavano allʼoblio così come tutti i pali dellʼilluminazione, sostituiti con alberi da impiccagione al neon e altre “avveniristiche soluzioni”? Così, nel giro di poco tempo, la vecchia pavimentazione è scomparsa come la polvere piazzata sotto il tappeto da una massaia svoltata. Nella quasi totalità dei casi, infatti, il manto di asfalto fu steso direttamente sulla pavimentazione preesistente, con conseguenti problemi di stabilità. Ma questa circostanza, stranamente, potrebbe tramutarsi in una risorsa. Allo stesso tempo, lʼaumento di quota della superficie ha determinato, progressivamente, un mosaico fatto di “toppe” e “rammendi” alle strade oggetto di lavori per i sottoservizi e una sostanziale alterazione dei sistemi di scarico delle acque bianche.

EFFETTO VIA CAVOUR. A riportare clamorosamente in auge la pietra di Catania della ricostruzione sono stati, anni fa, i lavori di ripristino del manto stradale in via Cavour. Per realizzare unʼopera a “regola dʼarte”, infatti, gli operai avevano scarificato lʼasfalto, facendo riemergere la vecchia pavimentazione, quasi del tutto intatta. Una distesa di pietre nere che avevano suscitato più di un interrogativo: “Perché non riportare tutto come prima, visto che la stessa situazione di via Cavour si trova in tantissime altre strade della città?”. Un poʼ come si era fatto, poco prima, nellʼultimo tratto di via Dogali.

 

STRADE E BASOLE. Ma dove si trova il basolato? La risposta è in un libro. Racconta Pietro Longo nel suo “Messina città rediviva” (1933): “Le pavimentazioni stradali in pietra lavica oltre che per le arterie principali, quali la via Garibaldi ed il viale San Martino, il Corso Cavour e la via Cesare , la via XXIV Maggio secondo tratto e la via La Farina dal torrente Portalegni a via Salandra, la via Santa Cecilia tratto ricadente nella zona bassa e via Trieste hanno avuto largo impiego anche nelle vie di collegamento delle arterie suddette e nella estesa rete stradale della zona bassa, nella quale sono stati utilizzati i materiali lavici provenienti dalle antiche sedi stradali preesistenti al terremoto. Per le strade a notevole pendio – continua Longo – è stato impiegato il sistema a bolognini di pietra lavica disposti in filari intrammezzati da cordoletti in conglomerato cementizio (via SantʼAgostino, via delle Carceri, tutte le traverse tra Corso Cavour e via XXIV maggio, il primo tratto di viale Cadorna , via Manzoni, via Trento a valle del Viale San Martino, ndr)”. Cʼerano poi le strade in asfalto compresso monolitico semplice (via Tommaso Cannizzaro e viale Principe Amedeo, via Ghibellina e via Risorgimento, tratti dal Portalegni alla via Trieste e brevi tratti di via Bruno, vioa Maddalena, via XXVII Luglio, via degli Orti) e in mattonelle (via Dogali, via Porta Imperiale primo tratto, via Oratorio della Pace, via delle Fabbriche e via Centonze). “Notevoli esperimenti di pavimentazione a MacAdam – scrive Longo – sono stati fatti in strade di traffico intenso: via Lungo Zaera destra, viale San Martino al Ponte della Circonvallazione, nei trottopirs del viale, da piazza Cairoli al torrente Zaera, in un tratto di via Giordano Bruno”. Il MacAdam è una tecnica costruttiva che fu ideata dallʼingegnere scozzese John Loudon McAdam nel 1820 con la quale si possono realizzare sia strati di fondazione che pavimentazioni stradali. A seconda del materiale che viene usato come legante per il pietrisco, si realizza macadam allʼacqua, al bitume o allʼasfalto (che contiene catrame). In Italia la tecnica di costruzione delle strade introdotta da MacAdam sostituisce quella di Trésaguet, che aveva il difetto di impedire il deflusso delle acque piovane.

LA PIETRA DI LAZZARO. Fu utilizzata (insieme alla pietra di Modica) per lʼoriginaria copertura di piazza Unione Europea e per le banchine di via Garibaldi (dalla Prefettura verso piazza Castronovo). Nota anche come “Grigio di Calabria”, è una roccia sedimentaria calcarea che è stata utilizzata nel capoluogo dellʼaltra sponda per gran parte dell’arredo urbano fin dal I millennio avanti Cristo.

ARRIVA IL MONOSTRATO. Al di là delle pietre di Catania, di Lazzaro e di Modica, nel corso del tempo la città ha conosciuto diverse tipologie di pavimentazione per i marciapiedi, finché non si è giunti alle più banali mattonelle. Poi, per circa un decennio, è diventato ricorrente lʼuso del cosiddetto monostrato vulcanico, che si incontra soprattutto nelle vie Cavour, Garibaldi e Tommaso Cannizzaro con al centro una striscia per ipovedenti in pietra di Modica.

EFFETTO TRAM. Dalle mattonelle dʼasfalto al parquet e la pietra del nord Italia, piazza Cairoli, centro dellʼespansione ottocentesca della città, è stata, fino all’intervento in corso, il simbolo della deregulation nella scelta dei materiali. Lʼintervento sul grande spazio, però, non era frutto di estemporaneità, ma di un progetto legato alla realizzazione del nuovo tram. Al di là delle valutazioni estetiche, a dimostrare la scelta errata è stato il tempo. In pochi anni, infatti, la pietra utilizzata, e tagliata in blocchi largi e sottili, si è spaccata, mentre il parquet è stato eliminato.

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