Messina. C’è un limite oltre il quale un sistema culturale non può più fare autocritica. Questo accade quando gli eventi si moltiplicano, ma le persone che li organizzano e li partecipano restano sempre le stesse. A Messina, questo limite è stato raggiunto da tempo.

Il problema non è la mancanza di creatività. La città ne ha, e a volte anche molta. Il problema è più profondo: manca una vera massa critica culturale. Non si tratta solo di avere pochi intellettuali, ma di avere un ecosistema culturale che permetta alla città di crescere e di migliorare.

La cultura cresce grazie all’attrito, alle discussioni, alle critiche. Senza queste, tutto scivola via e non lascia nulla dietro di sé. La massa critica non dipende dal numero di persone colte presenti in città, ma dall’esistenza di un ecosistema in cui competenze diverse si incontrano e si scontrano. A Messina, questo ecosistema palesemente non esiste. Ed è una mancanza che fa rumore.

La città è stabilmente sotto la soglia della massa critica. Non per destino geografico, ma per scelte precise: la scomparsa degli spazi indipendenti, l’abitudine a puntare sugli eventi invece che sulle strutture durature, l’assenza di una critica locale abituata a essere davvero critica e di un pubblico realmente interessato, al di là del “cuginismo”. Il problema è che, in un sistema culturale fragile, la critica viene percepita come un attacco personale. Le domande legittime vengono viste come un’aggressione, una delegittimazione, quasi un tradimento. Quindi le risposte si limitano, nella migliore delle ipotesi, ad attacchi personali nei confronti di chi pone la domanda, senza affrontarne minimamente il merito.

Il punto è che, in un sistema culturale maturo, la critica è indispensabile: serve a mettere i progetti alla prova e, proprio per questo, a rafforzarli. È inoltre il naturale prodotto di una massa critica culturalmente consapevole, capace di distinguere il valore reale dalle narrazioni enfatiche prive di sostanza. In questo senso, la critica rappresenta anche un antidoto alle mistificazioni.

La Biennale di Messina è un esempio di cosa succede quando un’ambizione legittima incontra un ecosistema che non ha gli strumenti per analizzarla criticamente. La Biennale ha avuto tante inaugurazioni, tanti artisti, tanti patrocini, ma non ha prodotto nulla di significativo o scientificamente rilevante. Il punto non è prendersela con gli eventi in sé, ma con il fatto che non ci sia un sistema culturale abbastanza forte da creare standard e farli rispettare. Una città con sufficiente maturità culturale non ha bisogno che qualcuno da fuori dica “questa non è una biennale”: se lo dice da sola, prima ancora dell’inaugurazione. O, al più, di fronte a un esito privo di qualsiasi riscontro o interesse da parte delle numerose testate di settore, nazionali e regionali — fatta eccezione per eventuali articoli sponsorizzati — viene spontaneo porsi qualche riflessione. 

Il punto è che, in un sistema culturale maturo, la critica è indispensabile: serve a mettere i progetti alla prova e, proprio per questo, a rafforzarli. Messina ha tutte le condizioni per costruire qualcosa di reale: una posizione geografica unica, un’università, un porto, una incredibile storia ed un Mediterraneo che aspetta ancora di essere raccontato davvero. Ha energie creative che cercano un contenitore all’altezza. Quello che manca non è la materia prima, ma la densità. Quella soglia oltre la quale un sistema smette di consumare energia e comincia finalmente a produrla. Fino ad allora, ogni biennale sarà soltanto la biennale precedente con un’edizione in più.

La città deve trovare il modo di creare un ecosistema culturale più solido, che permetta alla cultura di crescere e di migliorare. Deve imparare a distinguere la critica dall’attacco personale e a creare un sistema di standard e di valori che guidino la sua crescita culturale. Solo allora potrà dire di avere una vera e funzionale massa critica culturale. Le premesse, volendo, ci sono tutte: basterebbe non rassegnarsi all’esistente e avere l’ambizione di costruire qualcosa di migliore.

Ps. Spero che questa rappresenti un’occasione di confronto e non una scusa per uno scontro.

Avv. Giovanni Cardillo

 

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