MESSINA. “Un’opera narrativa con un’attenzione altissima al linguaggio, capace di raccontare la formazione del maschile, il dissolvimento della borghesia, raccontando l’educazione alla parola e alla violenza, e soprattutto mettendo tutto a nudo”. Così il giornalista Francesco Musolino ha introdotto il romanzo premio strega di Edoardo Albinati “La scuola cattolica” (Rizzoli). Musolino ha presentato il libro ieri al Rettorato, in presenza dell’autore, nell’ambito della rassegna “leggere il presente”, organizzata dall’università di Messina e dall’Accademia Peloritana dei Pericolanti, in collaborazione con Taobuk, il festival del libro di Taormina.

Si tratta di un libro che unisce elementi autobiografici a fatti di cronaca e alla storia della generazione protagonista dei tumultuosi anni ’70, partendo dalle vicende di un gruppo di ragazzi in un liceo maschile, il liceo San Leone Magno di Roma, e ruotando attorno alla notizia del brutale delitto del Circeo: “Un mondo esclusivamente popolato dal maschile, in cui improvvisamente irrompono il femminile e la violenza sulle donne”, ha continuato Musolino.

L’esigenza di scrivere di questi temi, ha poi spiegato l’autore, è nata in lui in un momento preciso, il momento in cui ha ricevuto la notizia che un suo ex compagno di classe, Angelo Izzo, aveva violentato e massacrato per giorni due donne, di cui una sopravvissuta per miracolo: “Da quel giorno mi sono chiesto se fosse possibile raccontare qualcosa – ha raccontato Albinati -, qualcosa che non fosse solo  il delitto, che già era stato descritto da giornalisti, documentari e magistratura (…) Mi sono detto “io non parto dal delitto, parto dalla scuola, dalla vita quotidiana”. 

E la vita quotidiana per lui era proprio quel liceo, quel gruppo di ragazzi abituati a lottare per eccellere e per affermare la propria mascolinità che lui paragona ad un gruppo di granchi che si arrampicano al bordo di un secchio e poi cadono gli uni sugli altri. “Il problema della mascolinità – ha spiegato l’autore – è il fatto di ispirarsi a modelli che sono irraggiungibili, di eroi, grandi cowboy e generali… tutti modelli che nessuno riesce e raggiungere, per cui si è sconfitti in partenza per il solo fatto che venga posto davanti un ideale irraggiungibile.” E questo genera  ulteriore debolezza e un senso di inadeguatezza che qualche volta può spingere a fare di tutto per sentirsi forti, per essere “uomini veri” e appropriarsi di quel ruolo. Se si pensa a questo in un contesto in cui si stava sviluppando il femminismo, si comprende facilmente il collegamento di questa mentalità ai delitti.Si potrebbe dedurre che le definizioni nette di mascolinità e femminilità che siamo abituati a darci, siano ormai solo un’imposizione per entrambi i sessi, un’imposizione che tende a degenerare in alcuni soggetti di genere maschile e che crea conflitti inutili”.

Albinati ha insegnato anche ai carcerati di Rebibbia: “Quel movimento (quello femminista, ndr) non poteva non creare delle contro-spinte. (…) Non ad opera di una maggioranza, ma ad opera di singoli individui che si incaricarono, come fosse una sorta di missione di raddrizzamento della società, di riparare violentemente a queste novità. E credo che quel delitto, così come molti altri della stessa matrice, fosse esattamente di quel segno: “Una lezione”. Perché paradossalmente il crimine ha la pretesa di raddrizzare dei torti o quelli che vengono supposti essere dei torti.”

Da queste considerazioni nasce la necessità di indagare i motivi di certi gesti, per poterli prevenire ed evitare in futuro.

 Perchè  “c’è una differenza indiscutibile tra il bene e il male – ha concluso lo scrittore -. Detto ciò, questo male commesso da quelli che stuprano le donne e le uccidono, non si può dire che non ci riguardi. Non possiamo chiamarci fuori (…) che non vuol dire che siamo colpevoli, ma che il fatto di essere innocenti non ci esime dal compito di capire perché qualcuno  non lo è”.

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