MESSINA. Forza Italia, alla Regione, sta implodendo: quattro deputati, capeggiati dal barcellonese Tommaso Calderone, hanno chiesto la testa di Gianfranco Miccichè, imputando il disastroso risultato alle sue scelte in sede di formazione delle liste. Miccichè ha risposto accusando i congiurati di aver votato e fatto votare Movimento 5 stelle, e annunciando praticamente su Facebook la loro cacciata dal partito.

Sulla questione è intervenuto anche Luigi Genovese, il più giovane deputato forzista all’Ars, che fornisce una visione dei fatti con una diversa prospettiva: “Il problema c’è, ed è innegabile. Ma chi ritiene che esista una connessione sostanziale con l’esito del voto emerso dalle Politiche rischia di prendere un abbaglio, perché la radice di queste frizioni va rintracciata nelle prime settimane di gennaio, quando è emerso in tutta evidenza uno scollamento tra una parte del gruppo e i vertici regionali del partito. Visioni distanti e distinte, esacerbate dall’incapacità di fare sintesi quando i primi focolai erano già esplosi. Ho atteso, osservato, ascoltato senza cadere nella tentazione di impugnare la bandiera di una delle due fazioni. Questa scelta nasce dalla ferma convinzione che in politica, quando emerge una crisi di identificazione attorno ad un progetto, sia necessario azionare, senza indugi, la leva del dialogo”.

“Il dialogo, però – continua Luigi Genovese – è stato il grande assente di questo inizio legislatura all’interno di Forza Italia, perché un auspicabile processo di dialettica “interna” è stato ucciso sul nascere dai personalismi e dall’ostinazione di chi, evidentemente, non aveva orecchie per ascoltare e occhi per vedere ciò che stava accadendo. Quanto al giudizio in chiave regionale sulla performance di Forza Italia alle ultime Politiche, ritengo assai discutibile ogni commento costruito attorno ai concetti di vittoria e di sconfitta: il partito, andando alla sostanza, è riuscito semplicemente a rimanere in piedi nonostante il ciclone di cambiamento esploso nelle urne. Non è una vittoria, non è una sconfitta: chi ha utilizzato toni trionfalistici, pecca di presunzione, o forse di eccesso di difesa della propria posizione dinnanzi all’opinione pubblica e all’elettorato “azzurro”. Una posizione fuorviante, scollegata dalla realtà, di cui, tendenzialmente, è complice anche chi si è premurato di celebrare i funerali del partito, che è tutto fuorché morto. La verità, invece, è un’altra, e può emergere solo a partire dalla convinzione che ogni crisi possa rivelarsi un’opportunità: il voto e le percentuali di consenso rappresentano solo la certificazione della necessità di aprire un dialogo all’interno del centrodestra, soprattutto nella sua zona moderata. Vanno ridiscusse le logiche stesse del partito, senza assecondare gli istinti, mettendo al centro del discorso il sistema, o meglio il progetto, e non le aspirazioni del singolo. Accogliendo la domanda di cambiamento, innovazione e concretezza che arriva, a chiare lettere, dagli elettori. Per quanto detto – continua – ritengo necessario il tentativo, probabilmente l’ultimo, di ricucire ogni strappo, assecondando, in termini di ascolto attivo e poi di “azione”, le legittime rimostranze dei colleghi di partito che hanno espresso a più riprese un malcontento che, se dovesse rimanere inascoltato, rischierebbe di far naufragare l’azione politica e l’essenza stessa del più grande partito di maggioranza all’Ars. Se dovesse esserci una netta e immediata inversione di tendenza delle dinamiche e degli equilibri interni al partito, è probabile che vi siano ancora le condizioni per ricomporre la frattura. In caso contrario, è giusto – anzi, doveroso – che ognuno faccia le proprie valutazioni. Senza alcuna preclusione o vincolo di sorta. Del resto, un partito è un insieme di persone che si riconoscono attorno ad una serie di elementi base: idee condivise, identità chiara ed equilibri oggettivi. Quando tutto ciò viene a mancare – conclude Genovese – bisogna avere la capacità di fermarsi e riavvolgere il nastro. Quel momento, adesso, è arrivato”.

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