MESSINA. “Messina non attraversa una crisi temporanea. Sta vivendo un declino strutturale. La differenza è sostanziale: una crisi è una fase, il declino è un assetto che si consolida nel tempo. Ed è questo assetto regressivo che da oltre un decennio segna la città e la sua area metropolitana, attraversando economia, lavoro, demografia e qualità della vita”. E’ l’inizio dell’analisi di Vicky Amendolia (SD), Mauro Caratozzolo (Ora!), e Emilio Puglisi Allegra (Azione), basate su dati dell’Ufficio studi CGIA di Mestre e su previsioni Prometeia relativi alla provincia di Messina

 

“I dati, se letti nel loro insieme, non lasciano spazio a interpretazioni indulgenti. La crescita economica è prossima allo zero, il sistema produttivo è fragile, l’industria è marginale, il commercio è in affanno. L’occupazione diminuisce, i giovani se ne vanno, la popolazione invecchia rapidamente. Non è una fatalità. È il risultato di politiche miopi e di una persistente inerzia istituzionale.

Secondo le più recenti analisi economiche, basate su dati dell’Ufficio studi CGIA di Mestre e su previsioni Prometeia, la provincia di Messina si colloca stabilmente nelle ultime posizioni nazionali per dinamismo del PIL, con una crescita stimata attorno allo 0,26 per cento. Un valore nettamente inferiore alla media italiana e persino a quella del Mezzogiorno. Questo dato, già di per sé allarmante, diventa ancora più grave se incrociato con la struttura economica del territorio. Nell’area metropolitana di Messina l’industria non svolge più alcun ruolo trainante: mancano filiere produttive strutturate, mancano investimenti innovativi, mancano politiche credibili di attrazione e consolidamento dell’impresa. Il commercio urbano e di prossimità è in una crisi profonda, schiacciato dalla contrazione dei consumi, dalla precarizzazione dei redditi e dalla desertificazione di intere zone della città. Negli ultimi anni si sono persi migliaia di posti di lavoro, con un peggioramento evidente nel 2025, quando inflazione, stagnazione economica e debolezza strutturale hanno prodotto chiusure, ridimensionamenti e ulteriore lavoro povero.

Un territorio che perde lavoro, inevitabilmente, perde anche popolazione. Dal 2015 al 2025 Messina ha perso circa 24 mila residenti, scendendo da poco meno di 240 mila a poco più di 216 mila. Ma il dato più significativo non è solo quantitativo: è qualitativo. In dieci anni la popolazione tra i 15 e i 29 anni si è ridotta di oltre 9 mila unità. Diminuiscono i bambini in età prescolare e scolastica. Questo non è semplice spopolamento: è erosione del futuro.

Nel frattempo cresce la popolazione anziana. Gli over 65 aumentano di oltre 7.500 unità, facendo salire rapidamente l’indice di vecchiaia. L’allungamento della vita non è il problema, anzi è un segnale positivo. Il problema nasce quando questo invecchiamento non è accompagnato da lavoro, produttività, servizi adeguati e ricambio generazionale. Il risultato è un sistema sociale sempre più sbilanciato, con una base attiva che si restringe e un welfare chiamato a reggere su fondamenta sempre più fragili.

I giovani non lasciano Messina per capriccio o per disaffezione. Se ne vanno perché qui non trovano prospettive credibili. Un’economia che cresce meno di tutte non crea occupazione stabile, non valorizza le competenze, non premia la formazione e il merito. Il mercato del lavoro resta chiuso, poco concorrenziale, spesso opaco, incapace di offrire percorsi di vita dignitosi. In questo contesto, partire non è una fuga: è una scelta razionale.

Eppure Messina continua a essere raccontata come una città “ricca di risorse”. Milioni annunciati, fondi sbandierati, progetti evocati come prova di una rinascita in corso. Ma tra la comunicazione e la realtà amministrativa esiste un divario evidente. Molte risorse restano bloccate nelle fasi preliminari del ciclo di spesa: programmazioni che non diventano cantieri, cantieri che non diventano opere, opere che non generano sviluppo. La comunicazione ha spesso sostituito la politica economica. Ma una città non vive di annunci, né di storytelling istituzionale.

Le responsabilità di questo fallimento sono diffuse, ma non indistinte. Il Comune disponeva di strumenti concreti per incidere: rafforzare la macchina amministrativa, accelerare la progettazione esecutiva, usare la spesa pubblica per creare condizioni favorevoli all’impresa e al lavoro stabile, ridurre la frammentazione decisionale e la gestione emergenziale. Ha scelto invece di investire sull’immagine più che sulla capacità di governo, sulla visibilità più che sull’efficacia. Non è stata una carenza tecnica, ma una precisa scelta politica. La Regione Siciliana avrebbe potuto esercitare le proprie competenze decisive in materia di politica industriale, infrastrutture, sanità, formazione e lavoro per riequilibrare un territorio oggettivamente fragile. Aveva a disposizione fondi strutturali, risorse di coesione, strumenti per le aree di crisi e per la programmazione industriale. Nulla di tutto questo è stato utilizzato per costruire una strategia coerente su Messina e sulla sua area metropolitana, che è rimasta priva di una visione industriale e infrastrutturale capace di generare occupazione e sviluppo. Lo Stato, infine, non può dirsi estraneo. Dispone di leve decisive: una politica industriale nazionale, investimenti infrastrutturali e politiche attive del lavoro. Il problema non è l’assenza di risorse, né la mancanza di programmi, ma la debolezza della loro attuazione territoriale.

Troppo spesso gli interventi rischiano di ridursi a una sommatoria di progetti slegati tra loro, incapaci di generare occupazione stabile, produttività e sviluppo duraturo. Finanziare senza una regia strategica non basta. Senza una visione industriale e senza istituzioni in grado di trasformare le risorse in lavoro, impresa e servizi efficienti, anche i fondi più ingenti rischiano di produrre effetti temporanei, senza incidere sulle cause profonde del declino. Eppure le soluzioni esistono, nel breve, medio e lungo periodo. A condizione, però, che l’amministrazione pubblica assicuri un monitoraggio trasparente delle risorse, la pubblicazione costante degli obiettivi e lo stato di avanzamento dei progetti.

Nel breve periodo è necessario intervenire subito su dispersione scolastica e NEET, con strumenti mirati di inserimento lavorativo e accompagnamento alla formazione. Parallelamente vanno riviste le politiche urbane per migliorare la vivibilità e rendere la città più attrattiva per giovani e famiglie, attraverso servizi reali e funzionanti, non interventi simbolici. Nel medio periodo formazione e lavoro devono essere collegati in modo strutturale, attraverso accordi stabili tra scuole, università, imprese e centri di ricerca. Servono incentivi selettivi per le imprese che investono in occupazione qualificata e per startup innovative con un radicamento reale sul territorio. Allo stesso tempo è necessario riorganizzare mobilità e servizi urbani, per rendere Messina una città funzionale ai bisogni quotidiani di chi la vive. Nel lungo periodo occorre costruire un vero ecosistema di innovazione e ricerca, con poli tecnologici e progetti di transizione verde capaci di aggregare competenze e investimenti. Turismo sostenibile, cultura e patrimonio devono diventare filiere economiche strutturate, non slogan. A questo va affiancato un piano demografico di lungo periodo, che ripensi in modo integrato politiche abitative, educative e professionali per invertire i flussi migratori. La crescita non arriverà per inerzia né per semplice trasferimento di risorse. Lo sviluppo è un processo endogeno: dipende dalla qualità delle istituzioni, dalla competenza della classe dirigente, dalla capacità di coinvolgere il tessuto produttivo e la società civile in un progetto credibile. Senza una rottura con il sistema delle rendite, senza una vera politica industriale e senza un mercato del lavoro aperto, competitivo e dignitoso, ogni narrazione di rilancio resterà vuota.

I numeri non mentono. Messina non sta perdendo il futuro per destino, ma per responsabilità precise. Continuare a raccontare una rinascita che i dati smentiscono è irresponsabile. Il tempo delle narrazioni è finito. Serve una svolta reale, fondata su lavoro di qualità, produttività, impresa e capacità amministrativa. Altrimenti il futuro migrerà altrove, un giovane alla volta”, concludono i tre.

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