Dopo un mese di 2021, ci stiamo tutti ancora chiedendo come sarà l’anno che verrà. Se manterrà le enormi promesse che crediamo ci abbia fatto, se anche solo ce la metterà tutta per superare questa lunga e difficile deviazione dei nostri destini.

Ce lo stiamo chiedendo tutti anche qui in Australia, in questa parte di mondo dove gli italiani emigrati cominciano a temere che l’anno che verrà sarà costretto a rompere alcune delle sue promesse prima del tempo.

Di cos’è stato il 2020 in Australia, ne avevo già scritto su Lettera Emme. Abbiamo avuto, come tutti, una prima fase fatta di confusione, panico, fughe, scelte importanti, ritorni e partenze. 

Il Governo australiano cercava di correre ai ripari, per evitare che accadesse quel che vedevamo ogni giorno nei tg europei. Da qui il lockdown imposto nelle grandi città e tutta una serie di restrizioni, culminata in quella che ci ha toccato più da vicino: da marzo 2020, infatti, non è possibile (salvo rari e specifici casi) entrare in Australia, né tantomeno uscirne.

In una nazione che conta 7 milioni di emigrati, a fronte di una popolazione di 24 milioni, l’impossibilità di poter rivedere i propri cari ha avuto un impatto enorme, e allo stesso tempo silenzioso.

Sì, silenzioso perché il piano australiano ha funzionato. Tracciamenti e restrizioni hanno portato ad abbassare e poi ad azzerare il numero dei contagi (con l’importante eccezione di Melbourne con la sua seconda ondata a luglio ed uno dei lockdown più lunghi e severi al mondo finora). Il fatto di trovarci in quella che sostanzialmente è una grossa isola ha aiutato i controlli (che peraltro sono sempre in atto in una nazione attenta fino alla paranoia a chi e cosa entra, vedi “Airport Security”). 

Qui a Sydney è andata di lusso. Le attività sono riprese a giugno, la gente ha ricominciato ad uscire, le restrizioni sono cominciate a cadere.

Tutte, tranne una.

Non so quanti Paesi al mondo abbiano proibito, durante la pandemia, di lasciare i confini del Paese. Sinceramente, non me ne vengono in mente molti, ma posso sbagliarmi. Ci siamo sbagliati tutti, più volte, in questi mesi.

So che la sensazione, per noi expat, è stata difficile da descrivere. Di certo è il primo e ultimo argomento di tutte le nostre conversazioni; in mezzo, il messaggio, più o meno implicito: com’è che non ne parla più nessuno?

Ci siamo sentiti sacrificati al bene della salute comune – che di certo non è argomento futile, e di questo siamo consapevoli. 

Ci siamo sentiti fraintesi dagli altri australiani, che hanno fatto gruppo (come spesso capita in crisi), ripetendo frasi come Avete avuto tutto il tempo per andarvene” o “Se non vi sta bene, quella è la porta (ricordano qualcosa?). 

Ci siamo sentiti scambiati per quelli che si lamentano per il divieto perché così non si possono fare la vacanza oltremare. 

Ci siamo sentiti stranieri, ogni tanto, nel momento in cui più avevamo bisogno di sentirci a casa.

Eppure chi si sobbarca un volo di 24 ore per tentare la fortuna in un paese in cui fa caldo a Natale, deve essere comunque un po’ sognatore. E noi, infatti, abbiamo continuato a sognare. 

Già a maggio speravamo in qualche apertura per agosto. A giugno avevamo capito che avremmo saltato un’estate. E poco importa perché alla fine capita, e pure spesso. Emigrare è una scelta -spesso forzata, ma pur sempre derivata da una nostra decisione. 

Ad estate finita, abbiamo sognato il ritorno a Natale. Quale fine migliore a questo 2020 durato sette anni?

Ad agosto tutti gli indicatori scuotevano la testa, ma gli emigrati sono sognatori cocciuti. A settembre restava poco da sperare, ma non ci siamo fatti spaventare. 

Ad ottobre le cose si sono messe male.

Un piccolo lampo di speranza si è visto quando la Qantas, compagnia aerea di bandiera australiana, ha inaspettatamente riaperto le prenotazioni per i voli, prima che il Governo si affrettasse a fare quel che tutti temevamo: smentire l’eventualità che i confini possano riaprirsi prima della fine del 2021. 

È stato a quel punto che ci siamo tutti seduti per fare quella videochiamata, sorridendo sempre finché c’era il video.

Sarò sincero: è difficile per me risolvere in maniera facile e netta questa questione. Vediamo ragioni e motivi in quel che succede, mentre tutto intorno ci dice che siamo noi nel torto e le cose stanno bene come stanno.

Eppure non abbiamo smesso, tra noi emigrati, di parlarne con un peso che proviamo a dissimulare, a sognare la notte ritorni e sapori che cerchiamo di non dimenticare. 

Sogni di cui andiamo gelosi, che tendiamo a non condividere per evitare di non essere capiti. 

Ma questa è la pandemia, signore e signori. Ci porta a confrontarci con temi importanti, che spesso abbiamo dato per scontati perché non ce n’era il tempo. Bene, ora che di tempo ce n’è quanto ne vogliamo, cosa cambierà?

Abbiamo già visto cosa ne è stato dei buoni propositi delle prime ondate, coi cartelloni arcobaleno a prender sole lì nei balconi. Abbiamo visto cosa ne è stato delle diseguaglianze economiche e sociali, dove già si propone di dare priorità di vaccino a chi produce di più, e che gli altri si arrangino. Abbiamo visto che tutto quel che abbiamo cercato di dimenticare del 2020, potrebbe tornare a morderci il sedere nell’anno nuovo. 

E in tutto questo, noi expat qui in Australia restiamo senza risposte, perché in fondo non ce ne sono. Molti di noi hanno avuto parenti e genitori malati di Covid. Ci alziamo la mattina leggendo gli ultimi dati con un tuffo al cuore, sapendo che, anche in casi estremi, non ci sarebbe permesso di prendere un volo e partire, anche solo per un abbraccio.

Abbiamo ben presente la distanza di quell’abbraccio, e non ce la dimentichiamo mai.

Ci è stato chiesto (senza nessun tipo di dialogo) di sopportare ed accettare, di sacrificarci per il bene comune.

Così, di fronte a questo lungo anno che ci aspetta lontano da casa, mettiamo i nostri baci in naftalina, per citare De Andrè, in attesa di quel momento all’aeroporto.

Ci fantastichiamo sopra. Ci diciamo, ti immagini come sarà?

Non sappiamo molto dell’anno che verrà, da queste parti, ma quel momento lo conosciamo bene.

Ed è per quello che non smetteremo di sognare.

E di aspettare.

 

Marco Zangari

www.marcozangari.it

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