In questi giorni di lockdown sta girando, nella tv australiana, uno spot sull’emergenza legata al virus. Si vedono tante celebrità australiane (e dunque perlopiù sconosciute al 99% della popolazione mondiale) che incitano a resistere durante questa quarantena e, dalle loro ville con giardino e piscina, dove un appartamento come il mio verrebbe usato come garage, ci dicono che “ci siamo dentro tutti allo stesso modo”.

No. Non proprio allo stesso modo.

Ogni volta che lo vedo penso che, persi dietro numeri di contagi, curve, urla mediatiche e mascherine, ci sono tantissime storie difficili causate dal maledetto virus, e dalle contromisure per arginarlo.

Alcune di queste stanno pian piano venendo alla luce, grazie al lavoro di giornalisti scrupolosi, altre forse le verremo a sapere solo quando le acque di questa crisi si saranno finalmente ritirate, lasciando a noi fare i conti con detriti e relitti abbandonati da questa marea infinita.

Penso alle migliaia di senzatetto, lasciati al loro destino in ogni parte del mondo.

Penso a chi si ritrova senza reddito a dover tirare avanti, magari con una famiglia -e ogni giorno di quarantena è un giorno con pochissimo sole in quelle case. Penso a chi è costretto a stare in tanti in spazi ristretti, col cumulo di scontri ed esasperazione che si possono scatenare.

Penso a chi aspettava finalmente notizia per quel famoso lavoro, per chi aveva già i suoi bravi problemi di salute, a chi coltivava un progetto da tempo e si è visto tutto riazzerare. A chi aveva un’attività in cui ci aveva messo sudore e soldi.

Da psicologo, penso a chi soffriva già di patologie, a chi ne aveva qualcuna “in background” che è venuta fuori in questi tempi di crisi e quarantene, e a chi, senza averne mai sofferto, è stato investito da questa ondata, inaudita e imprevedibile, di eventi, notizie e paure, che possono diventare troppe da gestire tutte insieme. Penso a loro, a quanto spesso resta inascoltato il loro dolore, o incompreso, o messo in un angolo perchè “abbiamo altro a cui pensare per ora”.

Ecco, se qualcosa di buono può venir fuori da questo periodo buio, spero che sia (tra le altre cose) una maggiore attenzione alla nostra salute mentale, tema sempre ignorato in Italia (non è un caso se sono andato ad esercitare dall’altro lato del mondo), ma che oggi non può più essere messo da parte. Forse abbiamo finalmente capito che la mente non è un optional del nostro corpo, e che forse pensare solo in termini di forti e deboli, dopo questo uragano sociale che stiamo vivendo, è un concetto che ha, finalmente, perso ogni senso.

Tra tutte le storie nascoste, oggi vorrei parlare di quel che sta accadendo agli italiani in Australia durante l’emergenza Coronavirus. Non perchè stiano peggio delle categorie che ho menzionato prima (e nelle quali comunque rientrano anche molti di loro), ma perché li conosco meglio, perché sono uno di loro, e perché è una storia che merita di essere raccontata.

La doverosa premessa: molti degli italiani che si trovano qui in Australia, e che si sono riversati qui a migliaia negli ultimi 10 anni in quella che è stata definita “nuova emigrazione” (dopo quelle storiche del Dopoguerra e degli anni 60’ e 70’), si trovano qui con un visto temporaneo. Questo accade perché il governo australiano, già dalla fine degli anni ’90, ha chiuso i confini e reso molto più complesso restare qui in maniera indefinita. Chi arriva qui adesso, il più delle volte incrocia le dita e spera di poter rimanere a lungo. Questo, oltre a spendere cifre sempre più elevate per visti sempre più deboli. Una massa silenziosa di ragazzi e ragazze che non hanno trovato il proprio posto in patria e che, spesso a malincuore, si sono messi in viaggio per mezzo globo, sperando di far parte di quella percentuale minima di gente che, anno dopo anno, approda ad un visto permanente.

E questo, badate bene, al di là delle competenze che si portano dietro, della preparazione, della dedizione (non tutti, ma tanti). Per questo ci sono migliaia di avvocati, ingegneri, architetti, psicologi, che finiscono a servire ai tavoli o a lavare i piatti per pagarsi il visto, il corso d’inglese, la camera.

Ci sono, o meglio, c’erano. Perchè per loro è arrivato questo maledetto virus a spazzare anche quest’ultima, momentanea certezza.

L’Australia è entrata in lockdown il 22 marzo 2020, poco dopo la faccenda degli idioti di Bondi Beach che avevo raccontato nello scorso articolo. Da quel momento, tutte le attività commerciali non essenziali sono state obbligate a chiudere -e se gli australiani hanno tirato un sospiro di sollievo quando hanno realizzato che il Governo aveva incluso i negozi di liquori nella categoria “essenziale”, lo stesso non si poteva dire dei giovani emigranti italiani.

Tutta la ristorazione, dai pub alle tavole calde, chiudeva o si riduceva alla consegna. Migliaia di ragazzi si sono trovati improvvisamente senza un lavoro, con l’affitto da pagare, in un Paese che si preparava ad affrontare una pandemia. Chi ha potuto, si è reinventato fattorino per Uber Eats e simili, o è andato a lavorare nei supermercati -dove, a causa del panico delle settimane precedenti (ricordate la corsa alla carta igienica?), la richiesta di personale sembra non conoscere mai fine.

Per gli altri, il lockdown ha significato trovarsi di colpo senza introiti in uno dei Paesi più cari al mondo (dove si guadagna bene ma si spende meglio). In più, il Governo ha da subito dichiarato che il lockdown non sarebbe durato meno di 90 giorni. Almeno 90 giorni. Il settore della ristorazione si è trovato in ginocchio, così come è successo in Italia. Catene intere hanno dovuto chiudere per affrontare i debiti.

Molti ragazzi, a quel punto, hanno pensato che non riuscivano a tirare avanti qui, e hanno deciso di tornare in Italia. Impresa mica da poco: il Governo aveva diminuito significativamente il numero di voli verso l’estero, per poi introdurre un divieto di lasciare l’Australia per tutti i cittadini e residenti “fino a data non definita”.

Tecnicamente, quindi, tutti gli italiani che erano arrivati fino alla fine di questo costoso videogame e avevano preso la doppia cittadinanza (come il sottoscritto), erano impossibilitati a lasciare il Paese, in un momento in cui, a casa loro, si stava scatenando una feroce epidemia.

Per tutti gli altri, qui solo in forma temporanea, c’era la possibilità di tornare. Sempre che trovassero un modo come fare.

Fin dalle prime ore di lockdown, il consiglio che passava dai canali ufficiali era: se dovete partire, fatelo subito. L’Europa sta chiudendo confini e aeroporti, uno dopo l’altro. Le rotte cambiano in continuazione. Gli stop-over, anche. Alcune compagnie assicurano il primo volo ma non il secondo. Molte, nemmeno quello.

Tutto questo, quando hai davanti a te 15.000 km da fare, non è uno scherzo. Trasforma la traversata in un viaggio della speranza, tra l’epico e il tragico. Leggende su gente bloccata per ore e giorni a Doha, a Monaco, addirittura a Tokio (per quella che sembrava la scorciatoia più sconclusionata della storia, o il “giro del berrettone” più riuscito).

E quelli erano i fortunati. Quelli che non si erano trovati il volo cancellato, magari a poche ore dalla partenza o addirittura in aeroporto.

Per gli altri, restava solo armarsi di pazienza davanti ad uno schermo -e magari di un rene da donare. Nelle ore successive, i pochissimi voli disponibili sono arrivati a costare anche ottomila, diecimila, dodicimila dollari (quasi 7000 euro) per una tratta di sola andata. C’è gente che qui in Australia non li vede in un anno, quei soldi lì.

Come faccio? Le compagnie aeree nel caos, nessuno a rispondere, ore in attesa, i soldi che non si trovano.

Nel frattempo la quarantena da organizzare, i moduli da preparare, e le notizie, gli aggiornamenti, l’attesa di un aiuto del Governo australiano che non arriva, con quello italiano troppo impegnato nella crisi dentro i confini.

E adesso? Ad un mese di distanza, resta ancora tutto chiuso. I ragazzi continuano a partire e i prezzi sono scesi, ma mai abbastanza -che poi voglio pensare che ci sarà un momento, quando tutto sarà finito, per occuparci di chi ha sciacallato in questa crisi, dagli spacciatori di mascherine a chi vendeva rotoli di carta igienica a 40 euro, fino ai voli con prezzi da Seychelles.

Alcuni di qua, altri di là.

Tutti, più o meno, invisibili in questo oceano di emergenze, tragedie e misure straordinarie. E’ normale che sia così: siamo lontani già col bel tempo, figuriamoci quando inizia ad infuriare la tempesta.

Ma anche in mezzo alla bufera, per quanto distanti siamo, riusciamo sempre a vedere fin lì, a riconoscere casa anche in mezzo alla pioggia, e a desiderare di essere lì, quando il sole tornerà a brillare. La guardiamo con trepidazione, contando le ore e sperando vada tutto bene.

Perchè è vero, le cose andranno per forza meglio, per forza e a forza ne usciremo e ci risolleveremo come già abbiamo fatto -e quando succederà, spero che riusciremo a non dimenticare. A usare questi orrendi ricordi per poter crescere, migliorare, avere le migliori delle lezioni da imparare. Per chi non ce l’ha fatta, per chi sta lottando, per chi ogni giorno va in un ospedale per rendere un servizio che abbiamo il dovere, un giorno, di ripagare.

Non dimentichiamo chi è rimasto di fuori, chi si è trovato dalla parte sbagliata di un mondo dove, come sempre, come mai prima di adesso, poveri e ricchi si sono allontanati sempre più, rivelando i meccanismi distorti di prima del virus.

Non dimentichiamo nemmeno chi è rimasto lontano, bloccato a metà senza rete di sicurezza sotto.

No, non ci siamo tutti dentro allo stesso modo. Ognuno ha avuto la sua storia, la sua quarantena, il suo dolore e la sua corsa.

Tutte queste storie che siamo noi, e che potrebbero far di noi delle persone diverse alla fine di tutto.

 

Marco Zangari © 2020

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