MESSINA. “Non tornare tardi”, “Non passare da quella strada buia” e altre raccomandazioni sentite e risentite negli anni da tutte le donne di qualsiasi generazione. Parte da qui “La città delle donne”, il libro della messinese Bianca Fusco uscito lo scorso maggio.

«Alla triennale mi sono laureata in scienze politiche e diritti umani e lì ho frequentato un corso di politiche di genere, che poi ho voluto approfondire con la tesi», racconta l’autrice, 23 anni, il cui lavoro parte proprio dalla tesi di laurea scritta per l’Università di Padova nel 2019.

Ma l’aspetto accademico è solo una parte del lavoro di Fusco. A quello infatti si aggiunge tutta la parte dell’esperienza soggettiva, “che alla fine – racconta – è qualcosa che ognuna di noi vive quotidianamente. Anche solo il fatto che sin da piccole ci dicono di stare attente, non uscire o camminare da sole in determinate strade o di notte. Questa è una cosa che ho sempre vissuto male. Per quale motivo dovrei privarmi di qualcosa solo perché sono una donna?».

Dalla ricerca di una risposta a queste domande nasce il suo studio, che volge uno sguardo anche agli uomini, facendo un vero e proprio confronto, quasi spontaneo: «Ho cercato di capire da dove nasce questo senso di insicurezza nello spazio urbano e perché i nostri amici maschi o i nostri fratelli hanno molta più libertà in questo senso. Cosa cambia?».

«Anche noi cresciute così, con tutte le raccomandazioni del caso – continua Fusco – siamo avvezze ad avere paura perché siamo sempre state quasi abituate a sentirci vittime e abbiamo modellato anche il nostro comportamento in base alla concezione del pericolo con la quale ci hanno cresciute».

Il libro, nello specifico, analizza non solo tutti quei meccanismi dentro i quali ci si ritrova quasi inconsapevolmente, ma ricostruisce anche veri e proprio atti di violenza: «La ricerca – spiega l’autrice – mi ha aiutata a ricostruire una serie di meccanismi e anche a far caso a quanto ormai tutte noi abbiamo interiorizzato certe pratiche, e tutto questo è stato positivo. Di difficile c’è sicuramente il parlare di violenza contro le donne e raccontare e ricostruire alcuni episodi, ad esempio cosa succede quando la donna, proprio perché non si attiene a un comportamento ‘standard’, diventa quasi colpevole».

È proprio questo uno dei punti più difficili trattati nel libro dalla ventitreenne: «La cosa che più mi ha fatto arrabbiare, e che è stata un po’ un pugno nello stomaco nella riproposizione di alcuni casi, è stato ricostruire la parte della storia in cui la donna passa al banco degli imputati e viene messa in dubbio la veridicità della violenza subita, dicendo che se l’è andata a cercare perché vestita in un determinato modo, perché ubriaca o situazioni del genere».

«E questi – continua Fusco – sono i casi in cui si mette al centro la condotta individuale e anche il motivo per cui secondo me molte donne preferiscono non denunciare. Perché oltre a dover rivivere la violenza nel racconto, si mette in atto un secondo processo fatto dalle istituzioni, ma non solo, in cui si esplicano tutte queste dinamiche e si analizza la condotta della donna come individuo»,

Rabbia, voglia di lottare per cambiare lo stato delle cose e sorellanza. Sono queste le tre parole che Bianca Fusco ricollega alla sua esperienza da autrice: «In particolare l’idea di sorellanza è essenziale. Sia nei ringraziamenti che nella dedica del libro ho pensato a tutte quelle persone che mi hanno accompagnata nel percorso universitario e con le quali ho scoperto il mondo che mi circondava. Insieme a molte colleghe, poi amiche, siamo riuscite anche a nominare e confrontarci con cose e situazioni che avevamo subìto. Parlarne è un modo per provare a sovvertire alcune situazioni e sensazioni», conclude.

 

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