Alcuni spunti di riflessione sulla Messina incendiata, possono venir fuori, a mio avviso, dall’estrema chiarezza di queste poche parole estratte da alcune norme e ordinanze sotto il paragrafo della prevenzione del rischio incendi: ‘’entro il 15 maggio, i proprietari delle aree incolte debbono provvedere ai lavori di pulitura’’. Obblighi giuridici, ma soprattutto morali che, guarda caso, in pochi rispettano e chi amministra non riesce facilmente a imporre. E gli incendi continuano ad avere origine e si propagano proprio attraverso aree incolte e abbandonate.

Ma cosa succederebbe senza neanche quegli interventi realizzati nel demanio forestale o nei terreni coltivati da quei pochi ed eroici contadini rimasti?

Nel 2009 l’allora direttore del 1° distretto forestale Ettore Lombardo, dopo che le fiamme avevano raggiunto la periferia della città, attraverso la stampa locale, proponeva alla Regione Siciliana di avviare un piano che prevedesse procedure di espropriazione o occupazione temporanea per destinare i terreni al rimboschimento, con l’impiego dei tanto bistrattati operai forestali e, dove possibile, al settore agricolo, con il coinvolgimento dei giovani imprenditori, cooperative e associazioni. Idee, piani, proposte e progetti sono cose che sono rivolte al futuro e la lingua siciliana, come ironizzava Sciascia, non ha futuro, consentendoci dunque di aggirare e di considerare non conveniente ciò che ci impone di fare o non fare qualcosa proiettata nel futuro, esulandoci dai compiti nel presente.

 

‘’La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli’’. affermava un antico capo degli Indiani d’America in un famoso discorso. Chi abbandona il fondo, in attesa magari dell’affare del secolo, non spicca per una tale sensibilità e ricorre alle solite scuse: il fondo ha scarsa rendita agricola (o più verosimilmente scarsa appetibilità per le speculazioni d’oro del passato), è cointestato a parenti ‘’serpenti’’ o che vivono all’estero, o ancora, non c’è più chi lo coltiva e i costi di gestione non sono più sostenibili per gli eredi.

Ma i proprietari, non più in grado di gestire i propri terreni, senza attendere l’indennizzo di un eventuale esproprio o l’affare del secolo, sarebbero disposti ad assegnarli ad associazioni e giovani imprenditori agricoli? E sempre gli stessi, sarebbero disposti a investire in prima persona o cooperando con nuove idee e progetti di riutilizzo agricolo e sostenibile, anche in collaborazione con associazioni, istituzioni e affidandosi ai professionisti (agronomi, architetti, ingegneri, paesaggisti etc..)? Alcuni, ancora pochi, lo hanno già fatto. In alcune realtà, sono nate persino delle piattaforme online che mettono in contatto proprietari privati di terreni incolti ed eventuali cittadini interessati a gestirli. Mentre sugli immobili pubblici sono da segnalare le iniziative avviate con il Decreto Terre Vive o la prossima che uscirà a breve ‘’Cammini e Percorsi’’.

Credo ci sia la necessità e l’urgenza di attuare queste politiche e diffondere queste pratiche, dubito, invece, sulle soluzioni offerte dalla retorica ambientalista che propone la creazione di nuovi enti di gestione o la sovrapposizione di nuove norme e regimi vincolistici al nostro patrimonio ambientale. L’Amministrazione Comunale, ad esempio, nella qualità di ente più vicino ai cittadini, in collaborazione con altri enti pubblici e associazioni, potrebbe avviare una grande ed efficace campagna annuale di informazione e sensibilizzazione mirata ai proprietari, soprattutto in prossimità delle stagioni degli incendi. Perché come è vero che dietro questi fatti c’è la mano di un criminale, di cui non sappiamo se agisce individualmente o risponde a una strategia più ampia, è vero anche che certi fenomeni di illegalità attecchiscono maggiormente nelle aree abbandonate. In questo senso, di fondamentale importanza è il lavoro di molte associazioni che, puntando l’attenzione sui molti luoghi dimenticati, sviluppano proposte e progetti di riutilizzo, attorno ai quali costruire una nuova cittadinanza che si prende direttamente cura del territorio.

Non mancano, dunque, le idee, le proposte e i soggetti capaci di realizzarle, faremmo meglio a non autorappresentarci come prigionieri di mali millenari e con atteggiamenti che si alternano, schizofrenicamente, tra la gogna contro tutto e tutti e l’affidarsi al salvatore della patria di turno.

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