MESSINA. È una storia struggente e poetica quella apparsa nei giorni scorsi sulle pagine di Al Jazeera, che ha raccontato il progetto di integrazione portato avanti dai docenti dell’Istituto nautico “Caio Duilio” per permettere ai tanti migranti sbarcati sullo Stretto di “far pace” con il mare dopo l’Odissea fra le onde in cui hanno rischiato di perdere la vita. O in cui hanno visto morire i loro cari.

È una storia di “sopravvissuti”, che narra una delle più atroci tragedie di questo secolo prospettando però, al contempo, la prospettiva di un riscatto, in una città straniera dove poter imparare nuovamente a immergersi fra le acque senza dover rivivere con la mente  l’incubo del naufragio e gli orrori del passato.

 

 

«Oggi mi sento meno spaventato. La mia speranza è di essere in grado, un giorno, di aiutare altri migranti come me a non avere più paura e di salvarli dall’annegare», racconta Jallow, al suo ultimo anno alla scuola nautica, un adolescente che vive con circa due dozzine di ragazzi africani nella comunità della Basilica di Sant’Antonio,  a Messina, “una piccola città sulla punta nord-orientale della Sicilia che dal 2015 ha accolto centinaia di rifugiati”, si legge sulla testata araba, che ha deciso di raccontare una storia di integrazione accaduta dall’altra parte del mondo, nella lontana terra di Scilla e di Cariddi.

 

 

E come Jallow (il nome è di fantasia) sono tanti i giovani migranti che hanno raccontato le loro esperienze di vita, diverse nelle dinamiche ma simili dal punto di vista emotivo, fra chi ha ancora impressa nella mente la mano che lo aiutato ad imbarcarsi su un’altra nave, chi convive con il senso di colpa angosciante per aver visto morire donne e bambini senza poter far nulla per aiutarli e chi sente ancora in gola il sapore salmastro dell’acqua marina.

Fra loro c’è anche Hubert, appena 19 anni, fuggito dalla Costa d’Avorio, che non potrà mai dimenticare di aver visto il suo amico e compagno di viaggio morire per mano di uno scafista. «Dato che vivo a Messina, il mare è diventato il mio alleato, ho imparato a nuotare e non ho più paura. Il mio obiettivo è diventare bagnino perché voglio aiutare altri fratelli neri a fuggire dalla guerra e dalla povertà, come me», racconta.

Ad occuparsi della loro storia, prima di Al Jazeera, era stata nel 2017 “Striscia la notizia”, e quindi a gennaio del 2019 anche la Cnn, che ha realizzato un servizio video che riportiamo in basso.

 

LA STORIA.  Il progetto del Carlo Duilio ha inizio nel dicembre del 2016, quando l’istituto nautico apre le sue porte ad un gruppo di minori migranti non accompagnanti ospiti in riva allo Stretto. L’idea, proposta dai docenti Marziano e Saccà alla preside Maria Schirò, è quella di aiutare i ragazzi a inserirsi nella società attraverso delle lezioni pomeridiane su vari argomenti (alfabetizzazione, matematica, diritto, ecc.., ma anche attività ludiche), che gli stessi professori avrebbero svolto gratuitamente.  Nel programma didattico della scuola ci sono però anche tante attività da svolgere in mare. Una circostanza, questa, che intimorisce i ragazzi stranieri, che hanno ancora negli occhi le immagini terribili della traversata. È qui che entrano in gioco il dive master Giuseppe Pinci e alcuni istruttori subacquei con cui collabora al diving “Aqua element” (Marco Aiello, Marco Miceli e Francesco Siragusano), che da circa 8 anni formano i ragazzi del Nautico nelle attività legate al mare.

 

 

«Diedi la mia disponibilità senza alcuna reticenza e dissi che per quanto folle potesse sembrare il provare a portare i ragazzi sott’acqua poteva essere la cosa più “utile e logica” per chi come loro aveva subito dei traumi legati al mare“,  racconta Pinci, che decide di optare per il mare come luogo di pratica (piuttosto che una piscina) per il suo significato simbolico e l’impatto psicologico.

L’attività viene così proposta ai ragazzi, una ventina, ed alcuni di loro accettano ben volentieri, mentre ad altri vengono proposti dei corsi di voga o di primo soccorso.

Il momento epifanico avviene nella primavera del 2017, quando, insieme agli altri alunni del Nautico, circa dieci migranti, dopo la quasi morte in mare, tornano ad immergersi nelle acque. Qualcuno di loro decide di affrontare anche delle lezioni di subacquea, ottenendo poi a settembre il brevetto per immergersi fino a 12 metri.

 

 

«Il primo giorno alcuni non si sono immersi nell’acqua e sono venuti solo per vedere il mare. Quelli più coraggiosi hanno fatto una nuotata, senza però immergersi sotto il livello del mare», spiega Pinci, che decide di dividere i partecipanti in due gruppi: «Avevamo bisogno che fossero tutti allo stesso livello per raggiungere insieme lo stadio successivo, come un gruppo compatto».

Da quel momento sono trascorsi due anni e ad oggi sono 14 i bambini immigrati diventati studenti regolari al Caio Duilio. «Nell’anno scolastico 2017/2018 l’istituto riuscì a venire incontro alla richiesta di alcuni ragazzi di potersi regolarmente iscrivere a scuola e fu così che 14 ragazzi entrarono a tutti gli effetti a far parte della grande famiglia del Nautico di Messina, perfettamente integrati nel tessuto scolastico e cittadino».

Il progetto «Friendly Sea» non ha solo un valore psicologico, ma può rappresentare inoltre una grande occasione per nuovi sbocchi lavorativi, offrendo ai ragazzi varie opportunità di carriera,  aiutando gli studenti a integrarsi nell’economia locale, in una terra in cui il mare è (o dovrebbe essere) il migliore amico dell’uomo.

 

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