Le prime luci del giorno

 

C’è un incredibile film che viene proiettato dalla notte dei tempi in infinite e infinitesimali varianti. È il grande spettacolo dello Stretto di Messina: uno show della Natura che ha inizio ogni mattina alle prime luci dell’alba, quando i primi bagliori del giorno iniziano a fare capolino alle spalle dei monti calabri.

Quello che accade è un piccolo prodigio pittorico, con il cielo nero che piano piano si stinge e perde vigore, mentre l’orizzonte si illumina di una luce diafana, quasi ultraterrena. Come se una patina opaca intrappolasse i colori. 

È però questione di pochi istanti: giusto il tempo di mettere a fuoco il panorama che i titoli di testa del film già scorrono via, il grande sipario del giorno si alza e ogni cosa si riempie di luce. In un interminabile piano sequenza.

Il pittore: Joseph Mallord William Turner

 

 


 

 

Lo specchio

 

Capita a volte che il mare sembri una tavola grigia, piatta e traslucida, come un’immensa lamiera di metallo. Il cielo in alto è fermo, raggelato, mentre le nuvole sembrano farsi pesanti e l’umore si impregna di una dolce e immotivata tristezza. Accade quando la trama del film rallenta e lo Stretto diventa uno specchio.

Non è facile dire cosa si prova in quei momenti, quando il mare smette di essere mare, il cielo smette di essere cielo e i fili che li disegnano si intrecciano in una trama metafisica. Lo scenario si paralizza e così lo spettatore, in un breve momento di stasi.

L’unica cosa da fare rimane allora quella di assumere la stessa immobilità fittizia di quel panorama, assaporando la sensazione di sentirsi ritmicamente in sintonia con la quiete dello Stretto, con la stessa meraviglia di un pastore che contempla l’essenza musicale del paesaggio innevato.

È una sorta di incantesimo che ci lascia straniti. Per infrangerlo basta però che qualcosa profani di punto in bianco quell’innaturale inerzia: un uccello, una nave, una vela. La prima a solcarlo. 

La poesia: “Mar grigio”, di Aldo Palazzeschi

 


 

 

Gli effetti speciali

 

Ciò che accade dal sorgere del sole al calar della sera è del tutto imprevedibile. Il più delle volte la trama del film scorre via senza sussulti, ripetendo in loop le stesse scene, con microscopiche variazioni ambientali. In altri casi, invece, l’immenso dipinto in movimento che scorre fra il Pilone e la Falce, perdendosi a sud, si anima di spettacoli pirotecnici e circensi. Sono gli effetti speciali dello Stretto.

C’è la Lupa, che avvolge la Calabria in una cappa di nebbia e la inghiotte, come in un gioco di prestigio di Melies, e c’è la Fata Morgana, con i suoi miraggi allucinatori (ma non ditelo ai terrapiattisti). E poi arcobaleni fantasy, temporali horror e seducenze noir, con il cielo che man mano si desta e si muove in slow motion.

Altre volte è il mare che si prende d’invidia e gli ruba la scena: d’un tratto si infuria, si increspa, si inquieta, mentre Scilla e Cariddi, l’Orcaferone e gli altri Mostri del Mito ritornano a galla e tutto lo Stretto sembra voglia mettersi a danzare.

Il regista: Federico Fellini


 

 

Il tramonto

 

Il passaggio fra la luce e la penombra avviene in modo graduale, in un crescendo rossiniano che muta totalmente la scenografia del film. Le prime a cambiare sono le nuvole, che da un momento all’altro si sono colorate di un rosa antonelliano, che è ora tenue e ora acceso, ora antico e ora quasi fluo, man mano che il cielo si scurisce e il sole si abbassa lentamente in direzione opposta alla Calabria. Farlo eclissare pure sullo Stretto, in fondo, era troppo esagerato.

Dopo il tramonto non è ancora finita. È il momento adesso del crepuscolo della sera, con il rosa che diventa rosso e poi tendente al viola, mentre il mare si colora delle mille sfumature di un calice di vino e le luci iniziano pian piano a puntellare la Calabria. 

Ed è subito sera (cit.). 

Il brano: Set the controls for the heart of the sun (Pink Floyd)

 

     


 

 

Al chiaror di luna

 

L’ultima parte del film è bella da guardare sdraiati sulla spiaggia, in una calda sera d’estate. La bellezza in questo caso si compie per sottrazione: il mare è ora un’immensa distesa blu e nera, solcata dalle luci colorate delle barche dei pescatori. Anche il cielo è avvolto dalle tenebre, che perdono intensità a ridosso delle coste, illuminate dai bagliori notturni delle città e dai fari delle macchine in movimento.

Protagonista assoluta sulla scena è la Luna, che è al contempo l’attore principale, lo sceneggiatore e il direttore delle luci. Che sia alta nel cielo, nascosta dietro ai monti o in parte velata dalle nuvole, come un grande direttore d’orchestra impone il suo ritmo alla notte, lasciando la propria impronta sulla superficie piatta del mare, “ancora non paga di riandare i sempiterni calli”.

Il musicista: Fryderyk Franciszek Chopin

 

 

Foto in copertina di Franz Moraci e Francesco Algeri

All’interno foto di Alessandra Timmoneri

 

 

 

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