MESSINA. Dalai Lama chi? L’arrivo a Messina e Taormina del leader spirituale tibetano, che altrove suscita malumori (a Firenze, città in cui il Dalai Lama si recherà due giorni dopo essere stato a Messina, la comunità cinese protesterà con una manifestazione a piazzale Michelangelo), nella città dello Stretto sembra non interessare poi troppo a coloro i quali, per storia e politica, dovrebbero essere i più disturbati dagli onori con i quali sarà accolto Tenzin Gyatso. E invece niente. I sentimenti oscillano tra l’assoluto disinteresse dei più, e chi invece della visita del Dalai Lama a Messina non ne sapeva nulla.

Di cittadini provenienti dalla Cina a Messina ne risiedono pochi, 397, a tal punto che ci sono quasi più negozi con le lanterne rosse fuori (216) che residenti. Che ne pensano del Dalai Lama a Messina, così avversato dal loro governo madre? Niente. Di niente. Una famiglia che gestisce un bazar nei pressi di via la Farina, nessuno dei cui componenti parla troppo fluentemente italiano, riconosce il Dalai Lama solo dalla foto, e alla richiesta di un commento preferisce non dire nulla. O magari non sa che dire.

L’atteggiamento non cambia in via Palermo, strada prediletta dai commercianti orientali, con una decina di negozi che vendono scarpe, abiti a prezzi concorrenziali e accessori per cellulari. La prima negoziante, una donna, si incupisce già alla parola “giornalisti”. Quando poi sente pronunciare il nome “Dalai Lama” si fa  ancora più sospettosa. “Non capisco”, spiega, o forse non ha voglia di capire.

La seconda invece non capisce sul serio, almeno fino a quando non le viene mostrata la foto del leader spirituale tibetano sul cellulare. Allora sgrana gli occhi, si volta verso un suo connazionale e inizia un breve scambio di battute nella sua lingua madre. “Non sapevo fosse qui domani”, spiega subito dopo, ma non sembra importargliene più di tanto.

Stesso atteggiamento di un suo connazionale che lavora qualche qualche saracinesca più in là:  “Ah sì? Non lo sapevo”, risponde con naturalezza e fingendo interesse prima di tornare a servire i clienti alla cassa.

La storia si ripete ancora un paio di volte, fra chi il Dalai Lama non sa nemmeno chi sia e chi invece non sapeva proprio del suo arrivo in città.

L’unico che ha voglia di scambiare qualche battuta è un ragazzo sulla trentina. Sulle prime non capisce, poi osserva il volto del premio Nobel sullo schermo dello smartphone e annuisce. “Non sapevo della sua visita, ma per noi non è affatto un problema. Il problema semmai è delle autorità e dei governi. Forse nelle grandi città in cui è presente un’ambasciata la questione è più sentita per via di una maggiore influenza politica. Noi siamo qui per lavorare”, spiega sorridendo. 

Molto più preoccupato dei loro concittadini “messinesi” è invece il governo cinese: a marzo, dopo la notizia che il Dalai Lama era stato invitato in città (ed aveva accettato), al sindaco Renato Accorinti ed alla presidentessa del consiglio comunale Emilia Barrile era arrivata una lettera molto particolare, sgrammaticata e posticcia, frutto molto probabilmente di un’iniziativa di qualche funzionario un po’ troppo zelante, dato che, per prassi di diritto internazionale, le ambasciate non si rivolgono agli enti locali ma ai loro “pari grado”: sono organi di governo, e si rivolgono ai governi. Questi, eventualmente, si interfacciano poi con gli enti locali, sui quali hanno giurisdizione.

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Pippo
Pippo
16 Settembre 2017 10:06

Io so solo che in un negozio cinese a Provinciale ancora regna in vetrina la locandina elettorale di Accorinti. Forse l’unico negozio in città in cui resiste dopo cinque anni.