Come vive una messinese, nata in una città lacerata da un terremoto (ma che, ormai, conosce solo le distruzioni degli uomini), in una terra che da fine estate non trova pace? Che sensazioni prova? Qual è il vivere quotidiano con un sismografo impazzito. A raccontarlo a Letteraemme è Daniela Lino, architetto messinese che ha “lasciato a malincuore le splendide, seppur martoriate dall’inciviltà, sponde dello Stretto per trasferirsi in Umbria, nel cuore verde dell’Italia”, come docente di Sostegno a Terni. Una scelta di vita “mirata, non casuale, con il sogno di una città vivibile per i propri figli, senza il mare, ma con i parchi dove farli correre e giocare, dove esista una qualità della vita superiore a quella di Messina, dove si esce con l’auto e si trova sempre parcheggio, gratuito, soprattutto vicino alla zona direzionale”.

LA LETTERA. Sono secondi; eppure, quando li vivi, senti tutta la liquidità del tempo, il suo valore, il suo peso. Vai in apnea con la tua piccolezza, la tua impotenza, la tua precarietà. In quei lunghissimi secondi l’amore e l’attaccamento alla vita lo senti tutto lì, nel cuore, nello stomaco, nei mille battiti cardiaci e nell’adrenalina che combatte la paura. Provi, in quegli attimi, uno stato di “incoscienza razionale”, in cui sai che non hai alcun controllo sugli eventi, non hai potere per contrastare forze di ben altro ordine, non puoi opporvi resistenza, eppure cerchi un rifugio illusorio sotto una trave, aspettando che passi. In quegli attimi senti e sai che tutto può fermarsi, e insieme, irrimediabilmente, trasformarsi. In quegli attimi ti passa tutta la tua vita davanti e un pensiero fugace misto a preghiera e desiderio di altra vita, attraversa timori e tremori. E intanto pensi che da quel “Tagadà” di casa tua (che anche al Luna Park non ti aveva mai attratto), vorresti scendere, ma non si può!!!

Poi la scossa finisce, ti guardi intorno e constati che tutto è rimasto com’è, che tu e i tuoi cari siete tutti interi, che la distruzione ha risparmiato la tua città, la tua casa, le tue suppellettili, e gli oggetti che accompagnano il tuo “scontato” vivere quotidiano; quegli stessi muri e oggetti che appena qualche istante prima ti avvolgevano e ti circondavano minacciosi, anch’essi vibranti e in movimento. Allora ti rassicuri, ti tranquillizzi, riprendi fiato. L’apnea cede il passo ad un lungo, profondo sospiro di sollievo, di pienezza e gratitudine, ed alla sensazione fresca, leggera, di una rinascita, di una nuova opportunità che la vita ti offre ancora. Paura e gratitudine, angoscia e sollievo si passano lo scalpo entro un giro di lancetta di orologio.

Questo è in breve quello che ho vissuto durante le scosse sismiche che mi hanno sorpresa a casa mia a Terni a partire da quel 24 agosto 2016, quando, rientrata in serata dalla Sicilia dopo la lunga pausa estiva, il primo forte terremoto mi buttò giù dal letto alle 3 di notte.

Da allora tante altre scosse, ma fortunatamente di sera, di notte, oppure di mattina, ma durante i giorni festivi. Quando la scossa finisce ti senti un miracolato, un sopravvissuto, o addirittura un nuovo nato, soprattutto quando scopri che, a pochi chilometri da te, tanta altra gente ha subìto quella temuta “trasformazione” irrimediabile; e poi, non vedi l’ora di riprendere la tua normalità, di consegnare al passato quel brutto ricordo e riappropriarti di quella ormai piacevole, riconquistata e apprezzata routine quotidiana, della gioia delle piccole cose. Ricacci la paura in un cantuccio e ti rassicuri illudendoti che non si ripeterà. Vai a scuola, al supermercato a fare la spesa, nei negozi a fare shopping; ma i tuoi occhi non guardano più le cose allo stesso modo. Le faglie della crosta terrestre, quando si muovono, aprono dentro di te fessure profonde di consapevolezza, lesioni che permangono nell’inconscio, fratture sulle tue assodate certezze. Senti il pericolo in agguato, hai le antenne sensoriali alzate, la condizione di “sicurezza” non ti appartiene più. Assapori ogni istante, ma nello stesso tempo le sciocchezze tendono di nuovo a travolgerti, a stressarti, a riportarti a una condizione di piccolezza tutta umana. E così, come ogni mattina, saluti la figlia che va a scuola con l’autobus, poi alle 8.00 lasci il tuo piccolino alla scuola elementare, e vai a lavorare, pensando che alle 13.15 andrai come sempre a riprenderlo.

Ma il mercoledì hai un’ora buca a scuola e, come sempre, ne approfitti per sbrigare qualche faccenda. Il vento freddo sferza il viso, il bisogno di caffeina ti calamita verso un bar, e così la scossa delle 10.28 si confonde tra i tuoi passi sostenuti sull’asfalto. Dentro il bar invece t’investe e ti frastorna l’atmosfera da panico di tutti i presenti… mentre resti incredula a realizzare che, anche se tu non l’avevi sentito, c’era stato, di nuovo, un forte terremoto, (di nuovo! Quando solo da qualche giorno non dormivi più con la luce accesa, ma i vestiti pronti per la fuga vicino al letto ancora si…!). Questa volta in giorno feriale, e durante l’orario scolastico. Quello che ti eri augurata non accadesse, è accaduto.

Ogni programma salta. Nella tua testa il prioritario diventa all’improvviso superfluo, secondario. Si stravolge il peso e l’importanza delle cose, e punti solo all’essenziale. I tuoi figli, i tuoi cari, la loro salute.

Giro di messaggi whatsapp in tempo reale (benedetto internet in questi casi!), e apprendi che tutte le scuole hanno fatto evacuazione. Corri a scuola dal piccolino, a qualche centinaio di metri da te, chiami le altre due figlie al cellulare. Trovi i bimbi sono fuori dalla scuola elementare, ovviamente senza zaini, un po’ impauriti, alle prime armi con queste “prese di coscienza” della labilità della vita, della forza della Natura, quindi ancora comunque giocosi; la loro maestra solida e rassicurante come una roccia. Rientrare in classe è proibito ai bambini, ma i genitori possono entrare e prendere zaini e quant’altro. La scuola è vuota e inquietante, e ancora pulsa, calda, della vita dei bimbi. E mentre entri nell’aula come un ladro che viola un ambiente non suo, riconosci lo zaino di tuo figlio, e la vaschetta col suo panino al prosciutto, smozzicato a metà, poggiata sul banco, ti racconta quell’attimo in cui la paura e l’esigenza di fuggire, ha reso pure secondaria la fame di tuo figlio. Sulla LIM scorrono imperterrite le immagini di un film che stavano guardando durante la pausa per la merenda. E, mentre raccogli velocemente libri e quaderni da sotto il banco, col cuore grato e l’animo sollevato, senti il loro vociare oltre le finestre, di là, nel marciapiede. La vita e il calore sono solo qualche metro più in là, fuori dall’edificio, al sicuro; e quel vociare che spesso ti infastidisce, in quel momento diventa una melodia gioiosa, la voce stessa della vita, che ha vinto ancora una partita.

Daniela Lino

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giuseppe
giuseppe
22 Gennaio 2017 15:45

Ciao, io vivo a Pescara e dal 6 aprile 2009 che a casa mia si dorme con la luce accesa, e con quel senso di paura che sta li a ricordarti che da un momento all’altro può ritornare. Le scosse di qualche giorno sono state devastanti per la mia psiche, e sono a un centinaio di km dagli epicentri, non oso immaginare quello che provano le popolazioni sul luogo. L’Aquila ha perso circa 10.000-15.000 abitanti, gente che è andata via e che non tornerà più li. Io messinese, che sono stato educato nel ricordo del terremoto del 1908 e dei… Leggi tutto »